Quello che siamo ce lo dice la scuola

All’indomani della prima prova, leggendo questo articolo di Christian Raimo — una voce che trovo sempre ricca di spunti, anche quando non sono d’accordo — provo a stendere qualche riflessione. Prendiamolo come un esercizio di “saggio breve” sul saggio breve. Chissà se sarò promossa.

Traccia A: contestatissima e assai discussa, da Raimo in primis. Nessuno di noi — pare — si ricordava che avevamo nella nostra tradizione un poeta come Caproni. Come ci si scorda di molti altri: Luzi, Raboni, Merini, Rebora, Penna, Magrelli… Sono solo alcuni nomi che mi vengono in mente, di poeti (come nell’ultimo caso) ancora viventi, eppure quasi ignorati dalla scuola: piccole nebulose lontane che riverberano nel presente, un presente dove si fa ancora poesia, mentre la scuola non se ne accorge.

A difesa del Miur, la traccia non richiedeva di conoscere Caproni, ma chiedeva delle considerazioni non troppo difficili sulla forma del testo proposto ed un approfondimento sul rapporto Uomo-Natura (un po’ il leitmotiv dell’intera prova d’esame, che peccava, forse, di essere un po’ monotematica). Il problema, tuttavia, è proprio quello che emerge, da questa traccia, della scuola italiana, e del modo di insegnare letteratura: un’attenzione agli autori, più che ai testi. I nostri studenti, in questa prospettiva che ci coinvolge tutti, non si fidano della propria capacità di comprendere un testo di un autore a loro sconosciuto. Li abbiamo legati, senza volerlo, a un ‘canone’ letterario ben preciso, e l’approssimazione didattica (inevitabile, almeno fino a un certo punto) fa pronunciare certi messaggi solo a certi autori: e così Manzoni è l’autore della Storia e della Provvidenza, Verga è quello dell’ideale dell’ostrica, Pirandello parla solo di crisi identitaria, Saba è quello della capra. Ma Caproni? File not found. Cosa gli facciamo dire, a Caproni? Dobbiamo leggere quello che scrive, e sperare di aver capito.

Traccia B: così si esprime Raimo:

La scelta delle tracce per la prima prova dell’esame di maturità sembra essere stata fatta da una commissione che la sera prima di consegnare il plico si sia trovata nel panico e abbia digitato su Google i primi temi che le sono venuti in mente.

E ancora:

Quale idea di saggio breve o di articolo di giornale uno studente dovrebbe far propria? Era troppo fornirgli qualche estratto da un qualunque buon saggio sulla quarta rivoluzione industriale? Era peregrino pensare di dargli qualche documento che affrontasse la situazione italiana o almeno europea più in specifico?

In Italia resta l’assurda, provinciale pretesa che si debba essere capaci di scrivere testi che non si leggono. Raimo avrebbe ragione di pretendere, dal Miur, almeno la professionalità e la cautela di scegliere testi di un certo spessore: nessuno scriverebbe davvero un saggio breve citando, tra le fonti, un articolo di Panorama. Ma ai bei tempi delle ‘vecchie’ tracce di maturità (era il 2007!), in cui apparivano John Rawls, Giorgio del Vecchio, Norberto Bobbio (ambito socio-economico: “alle basi della convivenza civile e dell’esercizio del potere: giustizia, diritto, legalità”) o Pietro Calamandrei e Ernesto Ragionieri (ambito storico-politico: “la nascita della Costituzione Repubblicana…”) , forse le competenze dei maturandi erano generalmente più elevate, o forse si dava per scontato che gli studenti più fragili affrontassero, direttamente, temi di altra levatura, anche se quell’anno la Tipologia D quell’anno era sul “villaggio globale”, mica bruscolini. Credo allora che tutto non fosse molto lontano, o troppo lontano, dalla realtà di oggi, ma sono disposta a credere che fosse implicito che i professori della commissione si mettessero una mano sul cuore.

Insomma, forse le tracce di quest’anno, nella solita maniera un po’ goffa che ci contraddistingue, ci fanno capire una cosa di cui, effettivamente, ci si deve rendere conto: le competenze nella lettura di sono abbassate. E ammetterlo non vuol dire dare addosso agli studenti, ma riconoscere la nostra passata e presente velleità di fare le nozze coi fichi secchi.

  1. Gli studenti, oggi, hanno scarse occasioni di confrontarsi, davvero, con la prosa saggistica: i manuali propongono pochissime letture critiche, spesso brevi, spesso semplificate, mai aggiornate. I giornali (e le testate online sono quelle che sono maggiormente raggiungibili dal grande pubblico, i dai giovani) hanno spesso uno stile facile, immediato, e un facile e frequente riferimento a fonti non accademiche o talora discutibili (e le tracce di maturità ne sono un esempio, ben analizzato da Raimo). Insomma, il saggio è una scrittura che è sempre più relegata alla discussione accademica.
  2. L’accademia, appunto: questa accademia che non viene mai, dico mai, a farsi vedere nelle scuole. Raramente, e solo per fortunati e sempre meno ripetibili casi della fortuna, un professore universitario si fa vedere nelle scuole superiori, se non per fare un favore agli ex colleghi. Questo tipo di contatto non è favorito da nessuna delle due parti: la formazione obbligatoria proposta agli insegnanti si concentra molto sull’insegnamento dell’uso della LIM, sulle tecniche didattiche cooperative, ecc… (cose meritevoli, intendiamoci!) Ma mai sull’approfondimento disciplinare: dopo la laurea, o l’abilitazione, qualsiasi aggiornamento, o avvicinamento alla ricerca universitaria più aggiornata, è lasciato alla buona volontà degli insegnanti. Se un insegnante scrive un articolo per una rivista scientifica, raramente questo viene riconosciuto (nell’aggiornamento delle graduatorie 2017–20, quelle che stabiliscono quali supplenti insegneranno ai nostro studenti — e sono tanti! — le pubblicazioni non fanno punteggio, ma nemmeno il fatto che qualche volonteroso abbia seguito un corso universitario e dato un esame al di fuori di quelli necessari per insegnare le discipline di cui si occupa!). Si ritiene che i docenti siano perfettamente “imparati” e “aggiornati”. Poi però, loro per primi — io per prima! — se devono proporre un pezzo di prosa “saggistica” o “giornalistica” ai loro studenti, googlano. O fanno fotocopie dalla loro biblioteca, sempre più vetusta.
  3. E qui veniamo a un altro punto, le biblioteche scolastiche: in che stato sono? Che testi hanno? Esiste un catalogo? Qualcuno se ne occupa? Se cerco nell’Opac delle biblioteche scolastiche della provincia di Padova, trovo molte copie dei libri di D’Avenia, ma se cerco Paul Mason (imprescindibile per parlare di capitalismo e post-capitalismo, mi dice Raimo), trovo solo qualcosa su Perry Mason. Ma, questo mi conforta, le poesie di Giorgio Caproni ci sono!

Tiro qualche conclusione. Vogliamo tracce che davvero rendano conto che i nostro studenti sanno che cosa sia un saggio breve, come leggere una poesia di un autore sconosciuto? Dobbiamo guardare in faccia quello che abbiamo: prendere atto che le competenze di lettura dei nostri cittadini (lasciamo stare INVALSI e PISA: mai provato a leggere un’infilata di commenti dei lettori a un articolo di giornale qualsiasi?) sono quelle che sono; che la qualità della prosa (anche giornalistica) con cui veniamo tutti, giornalmente, a contatto è semplice, immediata, diretta; che la qualità delle fonti non è sempre frutto di una ricerca rigorosa, e questo ha delle cause. Si deve investire seriamente nell’aggiornamento dei docenti (su cui forse andrebbero quei benedetti 500 euro, più che in un nuovo tablet), nello scollamento dell’Università dal dibattito culturale e dalla scuola (hanno un bel dire, i docenti universitari, che gli studenti scrivono male: che cosa hanno fatto, davvero, per impedirlo?), nel mancato investimento in strutture, come le biblioteche scolastiche, che promuovano la diffusione della cultura.

Detto questo, della qualità delle tracce me ne importa da qua fin là: e se ad oggi un ragazzo di 19 anni è abbastanza consapevole da apprezzare e comprendere una — semplice — poesia di Caproni, o leggere un articolo di giornale, io penso che sia maturo abbastanza da accettare sfide maggiori. Nella consapevolezza che nessuno nasce maturo, nessuno nasce “imparato”. E l’Italia, per come la vedo io (ricordate questo episodio: è uno dei tanti, ricordatevelo, quando pensate al concetto di maturità), non è né l’uno, né l’altro.