Manchester by the Sea racconta il dolore immanente e lo fa con una tenerezza rara

Vivere nel sottosuolo

Vivere nell’ombra di un seminterrato e doversi improvvisamente occupare della sepoltura del fratello. Le prime scene di Manchester by the Sea sono segnate da una ferale ironia, che sta quasi a ricordare che nella caduta di un uomo può non essere la dipartita il suo punto più basso.

A rialzarsi tutte le mattine — per arrabattarsi quanto basta a sopravvivere e mantenere il monolocale dove fa tardi la notte davanti alla tv — è Lee Chandler, un uomo si direbbe non ancora di mezza età che porta un peso enorme nell’anima: a schiacciarlo è un senso di colpa troppo grande, di quelli che non ci si può lasciare alle spalle.

Nel monolocale di Lee la luce filtra solamente da una finestrella che è spesso ricoperta dalla neve. Una volta spalata, si apre una giornata uguale a tutte le altre, fatta di tubature e scarichi da riparare. Lo scorrere monotono della sua esistenza è talvolta rotto dalla compagnia di una birra al bancone del pub o da una scazzottata senza motivo con degli estranei.

La bellezza di questo film, scritto e girato benissimo, è tutta nel dolore che comunica senza spiegare, se non in alcuni passaggi strettamente necessari alla trama. A questo dolore immanente, alla fatica di spingerlo con sé per il resto della vita, Lee risponde con la chiusura al mondo e alle relazioni umane. È poi la vita stessa, che è fatta anche di morte, a ricondurlo verso le relazioni, almeno quelle più intime o famigliari.

La luce e il freddo delle anime

C’è una cosa che mi ha colpito molto fin da subito, ed è la luce, che è presente in gran parte del film. Non piove quasi mai a Manchester by the Sea, le temperature rigide levigano i volti di chi vi abita, perlopiù pescatori, ma senza scalfirne il pudore. Dalla barca in mare aperto alla neve ghiacciata sulle strade lungo la costa, una luce potente riempie lo schermo. La sensazione — suffragata dal lirismo della colonna sonora, in cui è massiccia la presenza di archi e organo — è che vi sia una qualche allusione al divino, a un senso religioso dell’espiazione delle colpe e del valore superiore della vita. Una sensazione e nulla più, sovrastata dalla storia che rimane tuttavia sempre terrena.

Conta su di me

Quando Lee scopre che il fratello lo ha nominato tutore del nipote adolescente, la macchina da presa rimbalza tra le incombenze presenti e i ricordi del passato, svelando infine l’origine del suo dolore.

Il diciassettenne Patrick non mostra sofferenza per la morte del padre e sembra quasi approfittare degli spazi di libertà aperti dalla sua nuova condizione di orfano. A differenza dello zio, che vive immobile e immerso nella propria afflizione, Patrick tenta di fuggire dal dolore. E lo fa con il favore della spensieratezza e del fervore tipici dell’età adolescenziale. Ma, come si è detto, non si può fuggire dall’immanenza del dolore. Lo si può dileggiare o bestemmiare, non cancellare.

Il rapporto tra lo zio e il nipote è una delle chiavi di lettura del film. Ciò che Lee offre a Patrick non è empatia ma vicinanza: una persona su cui contare, per citare un’altra opera del regista Kenneth Lonergan. Si usa dire che ci si stringe a chi soffre per poterlo consolare — e talvolta lo si abbraccia davvero — nel tentativo di afferrare e fermare ciò che lo fa star male.

Sfidare la morte

Prendersi cura del nipote orfano è la sfida improba che la vita e la morte muovono a Lee Chandler. Ce la metterà tutta Lee, esplorando territori che affacciano costantemente sul fallimento. La conclusione del film lascia quel tanto, o quel poco, di speranza che basta per immaginare un futuro davanti a sé.

Sguardo al futuro e piccoli grandi passi, sollevando il peso nell’anima e prendendosi gioco del dolore e della fatica immanenti alla vita.