Quando il cinema arriva (davvero) in tivù: Mr. Robot

Dimenticate qualsiasi cosa abbiate visto prima: con la 3x05 quello di Sam Esmail si conferma come lo show più autoriale della televisione.

(fonte: screencapped.net)

Da quando è cominciata l’epoca d’oro delle serie tivù — ovvero, immagino siamo tutti d’accordo, con I Soprano — il centro della discussione è sempre stato la competizione con il cinema. Le serie televisive sono diventate sempre più belle, scritte meglio, curate da un punto di vista stilistico, di continuità, con personaggi e citazioni iconiche, dando un’importanza via via maggiore a regia, fotografia, colonna sonora e altri fattori tecnici e, soprattutto, visivi.

Lo scopo di tutto ciò era — e resta tuttora — una spietata competizione con il cinema: mostrare che un prodotto televisivo, per sua natura fruibile da più persone e in modo, se possiamo dire, più leggero, non debba essere necessariamente più brutto o meno curato di ciò che possiamo andare a vedere nelle sale, anzi.

In realtà l’avvicinamento al cinema è avvenuto principalmente da due fronti, e il primo è quello della scrittura. La trama orizzontale ha cominciato a prendere il sopravvento su quella verticale e i personaggi si sono sviluppati, passando dall’essere semplici “tipi” a diventare persone a tutto tondo, con veri e propri archi drammatici. L’evoluzione di un personaggio nel corso di una serie è ormai qualcosa che ci aspettiamo, visto quanto si è alzato il livello delle serie tv negli ultimi cinque anni — al punto che perfino gli show più restii, come i polizieschi e le serie animate, si stanno adattando.

Il secondo modo in cui la televisione sta cercando di avvicinarsi al cinema è attraverso regia e fotografia sempre più curate: la scelta di particolari colori, inquadrature, anche la colonna sonora — in pratica tutto ciò che riguarda gli aspetti tecnici della serie; si inizia a pianificare una specifica atmosfera, messa in atto soprattutto attraverso uno stile. E lo stile indica sempre la presenza di un autore, qualcosa che fatichiamo a concepire quando parliamo di serie televisive: in primo luogo perché spesso non ci interessiamo a priori di chi sia lo showrunner di una serie (a meno che non sia qualcuno di già famoso) e poi perché uno show televisivo è formato da più episodi, spesso scritti e diretti da persone sempre diverse, per cui considerarlo come il prodotto di un’unica mente è strano.

Tornando a noi, ci sono due “modi” stilistici con cui le serie si stanno avvicinando al cinema, legate a due rispettivi filoni cinematografici: da una parte i film d’autore, dall’altra i blockbuster. Per essere sintetici, possiamo dire che il primo filone sia quello True Detective e simili, il secondo quello praticamente monopolizzato da Game of Thrones — in cui più che a un linguaggio esteticamente comunicativo si punta alla spettacolarizzazione attraverso ottimi effetti speciali, campi lunghi e scenografie molto curate.

Le serie televisive sono diventate non solo una bella storia, ma qualcosa di bello da vedere, sempre più curato nei colori e nella scelta delle inquadrature, fino a creare delle vere e proprie cifre stilistiche — ad esempio, in ogni episodio di Breaking Bad c’è almeno un’inquadratura dal punto di vista di un oggetto inanimato.

Ecco, questo. Pure Breaking Bad stuff.

Dopo Breaking Bad le serie hanno continuato a esistere, e per mostrare la loro vicinanza al cinema e, in un certo senso, la loro qualità, hanno aggiunto a una fotografia e a delle inquadrature caratterizzanti l’unico strumento che Breaking Bad non aveva usato: il long take.

Il long take (o piano sequenza, anche se non sono esattamente la stessa cosa) è una ripresa in continuità: per un certo periodo di tempo la telecamera segue continuamente i nostri personaggi, senza nessun tipo di montaggio — tranne quello, ormai completamente digitale, che può avvenire tra due o più long take, per farli sembrare parte di un’unica ripresa ancora più lunga.

Da un po’ di tempo ho iniziato ironicamente a definire i long take — specie nelle serie tivù — come il regista che si dà una pacca sulla spalla e si dice che cavolo, lui sì che è bravo, e questa è davvero arte. Questo perché i long take non hanno una funzione esplicitamente narrativa — ovvero, spesso sono “solo” un’alternativa molto più dispendiosa, complessa e figa al montaggio tradizionale.
In realtà, come gran parte di ciò che riguarda la composizione di un’inquadratura, non si nota quanto siano belli e/o funzionali finché non ci si fa caso. Per fare un esempio: quando mio fratello ha visto Birdman, non si è nemmeno accorto che fosse tutto girato in piani sequenza, ma questo non gli ha impedito di seguire e godersi una bella storia.

In particolare, il long take viene usato dagli show migliori migliorissimi della televisione, che proprio così dimostrano di essere davvero migliori migliorissimi: l’hanno fatto True Detective (con quella che a mio parere è la scena migliore di tutta la stagione), Better Call Saul, The Knick (che non credo abbia ricevuto comunque il successo che meritava), persino Game of Thrones.

Perché dico che il long take è il regista che si dà una pacca sulle spalle? Perché, appunto, di solito i long take, per loro natura difficilissimi e che richiedono davvero un sacco di preparazione degli attori, che quasi non hanno margine di errore, non sono altro che esercizi di stile. È già raro che qualcuno non interessato alla parte visiva dello show si accorga di un piano sequenza, e in quelli che se ne accorgono difficilmente la reazione va oltre il semplice “sticazzi, bravi tutti”.

O così pensavamo fino alla Grande Svolta, l’Anno Zero della storia della televisione: l’8 novembre 2017, quando negli Stati Uniti è andato in onda il quinto episodio della terza stagione di Mr. Robot, eps3.4_runtime-error.r00.

L’episodio (sulla cui trama non faccio spoiler) è realizzato interamente in long take. Sono quarantaquattro minuti di ripresa continua, da cui non puoi e non riesci a staccare gli occhi — motivo per cui Sam Esmail, creatore della serie e regista di quasi tutti gli episodi, ha fatto in modo di non avere stacchi pubblicitari all’interno della puntata, sia per non rompere la magia di quanto si stava guardando, sia perché non era materialmente possibile trovare un punto in cui interrompere.

È un intero episodio girato magistralmente con una tecnica difficilissima. Secondo me inoltre i momenti di transizione tra i vari long take — ovvero quelli in cui le riprese sono digitalmente “incollate” l’una all’altra per formare una ripresa unica — risultano molto meno evidenti di quelli, ad esempio, presenti in Birdman, che è una produzione hollywoodiana.

Il merito di Sam Esmail, però, non è soltanto quello di girare in continuità per più di quaranta minuti, sebbene si tratti di un’ottima premessa. Se avete visto almeno una puntata di Mr. Robot saprete che una delle caratteristiche principali dello show dal punto di vista visivo è la disinquadratura dei personaggi — quello che in gergo tecnico è detto décadrage: nella maggior parte dei film e delle serie televisive i personaggi tendono ad essere sempre al centro dell’inquadratura. In Mr. Robot è qualcosa che vedrete un po’ meno.

Le riprese di dialogo a due tra personaggi principali sono molto rare, e anche quando parlano tra loro Esmail preferisce mostrarli in campo e controcampo tenendoli separati, ai margini di due inquadrature diverse in cui il personaggio a cui ci si rivolge non è visibile nemmeno in parte. Questo perché alcuni dei temi principali di Mr. Robot sono l’alienazione, la solitudine, la depressione, che si mostrano soprattutto attraverso questo espediente visivo. Siamo uno di fronte all’altro, eppure sempre da soli e sempre relegati ai margini, dei reietti. È la cifra stilistica di Mr. Robot, che ritorna continuamente e la distingue da qualsiasi altra serie in circolazione.

Le inquadrature tipiche dei dialoghi in Mr. Robot (fonte: screencapped.net)

Nei quarantaquattro minuti di long take di eps3.4_runtime-error.r00 Sam Esmail fa molto più che riprendere l’azione senza stacchi: utilizza la macchina da presa per avvicinarsi ai personaggi e ricostruire quella che è la sua firma, il suo marchio di fabbrica, ovvero l’inquadratura con il personaggio decentrato.

E lo fa tantissime volte, perché questo non è soltanto un long take, non è soltanto un esercizio di stile, ma è sempre un episodio di Mr. Robot, e l’inquadratura ce lo ricorda costantemente. Non stiamo guardando un tizio davanti allo specchio che si dice “bravo, sei il miglior regista televisivo del secolo”, ma uno che si dice “okay, sono bravo, ma quello che è al centro qui è l’universo narrativo, non io”. Il piano sequenza non è lì soltanto perché è bello, ma è un mezzo al servizio di uno stile ben preciso.

Stesso tipo di inquadratura nello scorso episodio, e ci si arriva restando nel piano sequenza. E scusate per il sub.

È questo che, a mio parere, fa di Mr. Robot un prodotto completamente diverso da qualsiasi cosa abbiamo mai visto in televisione, trasformando qualcosa che è frammentario e collettivo per sua natura — una serie tv è molto più lunga di un film, scritta e diretta da un sacco di persone diverse, interrotta e ripresa a cadenza più o meno regolare — in qualcosa di autoriale, nel senso di nettamente distinguibile da tutto il resto. Non solo in quanto bello, ma perché portatore di una poetica.

Mr. Robot non è soltanto la storia di Elliot Alderson e della fsociety, con tutti i sottotesti e i riferimenti all’oggi che possiamo trovarvi: rappresenta anche lo sforzo di Sam Esmail di creare un universo, tanto narrativo quanto visivo. Con la sua macchina da presa Sam Esmail ha creato e mantenuto un linguaggio visivo attraverso tre stagioni. In Mr. Robot i temi e il modo in cui questi sono proposti sullo schermo non possono essere separati, sono l’uno al servizio dell’altro e non c’è niente che sia fatto come puro esercizio di stile.

Questo è esattamente ciò che rende un prodotto autoriale, proprio come lo era Breaking Bad. L’idea che un film non sia soltanto una storia, ma anche il modo in cui questa viene costruita, che la differenzia da tutti gli altri. L’idea che ci siano un linguaggio e uno stile, e che quello stile sia usato al servizio della storia, sempre, non soltanto perché è bello o mai visto prima.

Per cui sì, sono assolutamente sicura che Mr. Robot con questo episodio si confermi come uno degli show che cambierà la Storia della televisione. Date tutti i premi per la regia a Sam Esmail, grazie. Nel frattempo vivrò con la curiosità di vedere chi sarà il prossimo a girare un episodio interamente in long take — ma questo solo perché mi piacciono un sacco i long take. Sono bellissimi. Evviva i long take.

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