
Quando le zucche (e i Peanuts) erano extraterrestri
ed Halloween si chiamava solo Festa dei Morti ma aveva lo stesso scopo, il rito che spiega ai bambini con dolcezza qualcosa di inspiegabile
Era il periodo del boom economico e di Carosello, le zucche intagliate non le avevamo viste mai. Veramente in Sicilia nemmeno sapevamo che esistessero zucche così grandi, in quegli anni ’60, quando scoprii i Peanuts.
Tuffata dentro quelle vignette, mi capitava a volte di trovare Linus e Charlie Brown nel campo delle zucche. Una noia, non ne capivo nulla né mi interessava, come se fosse il quotidiano di due alieni, cose americane e l’America era lontana, dall’altra parte della luna...
Poi a quei tempi per saperne di più dovevi chiedere a un grande o prendere in mano l’enciclopedia, meglio passare alla prossima vignetta, va’.

Oggi quella delle zucche con dolcetto e scherzetto è diventata la festa anche dei nostri piccoli, non si contrappone a una festa cattolica, come ho sentito dire in giro, non usurpa posto ad una festa religiosa.

Qui da noi in Sicilia non è che una rivisitazione in chiave moderna di una festa antichissima: il 2 novembre era già la Festa dei Morti da un buon millennio ed anche prima, a partire da riti preistorici e poi dal banchetto funebre dei culti greco-romani, quel banchetto funebre che un tempo era comune a tutti i popoli del bacino del Mediterraneo.
Se ne è persa quasi memoria — e ci sarebbe da parlare a lungo dei motivi per cui lasciamo andare le nostre tradizioni locali millenarie che ci legano a tutti i popoli del Mediterraneo più che ai nostri connazionali del nord — ma fino agli anni ’60 la festa dei morti era ancora radicata nelle tradizioni di tante famiglie locali.
-ca’ ti purtaru i morti? Che ti hanno portato i morti? Mi chiedeva mia nonna Lina il 2 novembre che era vacanza e si pranzava insieme.
-A mmia? Nenti! A me? Niente! Le rispondevo in siciliano ma sottovoce chè i miei mi proibivano di parlarlo.
-Me’ ma’ e me’ pa’ un ci crìuno! Mia mamma e mio papà non ci credono!
Per i nostri nonni, in quegli anni in cui Peanuts e zucche sbarcarono in Italia, quella era ancora la Festa. Per i miei genitori e molti dei loro coetanei, gli adulti del boom economico, non più: era il periodo della carne in scatola (e pure della caponata, a proposito, conoscevo il sapore solo di quella), dei primi surgelati, delle prime merendine confezionate, del Carosello, del Terital, del Moplen.
Non si parlava in dialetto e i morti erano morti e non portavano regali. I doni li trovavamo sotto l’albero di Natale anche se non capivo che cosa c’entrasse con Gesù che nasceva, lì a Betlemme palme c’erano e abeti non ne avevano visti mai!
Per noi siciliani la vita e la morte sono strettamente intrecciate, non avrebbe senso parlare dell’una senza l’altra. E così lo insegna ai nostri bambini con dolcezza la Festa dei Morti: non solo esorcizza la morte ma innanzitutto crea un ponte, un legame forte, fra i bambini di casa ed i cari defunti.
Così qui in Sicilia, la notte fra l’1 e il 2 novembre i defunti potevano tornare in vita per portare regali a quei bambini che erano stati buoni.
I piccoli di casa la sera della vigilia si coricavano trepidanti sapendo che l’indomani sarebbe iniziato con una caccia al tesoro casa casa per trovare i Pupi ‘ri Zuccaro, la frutta di martorana e altre leccornìe lasciate per loro da un nonno, una zia, qualcuno ormai lontano a cui inviare un pensiero d’amore con dolcezze di zucchero fra le mani.
Quel Pupo di Zucchero, la pupaccena, era il simbolo della Festa, quasi dimenticato ormai era il dolcetto o scherzetto nostrale.
Prima di mangiarli, i Pupi ‘ri Zuccaro erano i commensali d’onore alla tavola della Festa, occupavano infatti il posto di chi non c’era più.
Altro che Natale con l’abete! Questa era la nostra festa dei bambini.
Tanti fra noi, bambini siciliani degli anni ’60 e ’70 figli del boom economico, non abbiamo avuto la Festa dei Morti tradizionale e le zucche erano ancora al di là dell’oceano. Invidiavamo i compagni che ancora l’avevano la Festa — a casa loro miti oltreoceano come scatolette e surgelati non l’avevano surclassata — e a scuola, in dialetto, ne raccontavano.
Ho ripreso questa tradizione per mio figlio, volevo che lui potesse avere un legame d’affetto con la mia cara nonna Lina che non aveva mai conosciuto.
-Mammina, l’hai messo il salame nello sfincione, come la nonna Lina? Mi chiedeva così, da piccolo.
-Quanto sale nella ricetta? N’anticchia, Ninina. Ma questa è un’altra storia…

