Quel giorno alle porte del palazzo

Ho fiducia che le persone possano cambiare il mondo. Ho imparato a crederci davvero nel movimento studentesco, nell’Onda, e soprattutto nei primi mesi trascorsi a Roma nel 2010.

C’era parecchio “silenzio” in giro, Berlusconi era molto più debole di quanto non fosse nel 2008, eppure continuava a dominare la scena politica in uno scontro tutto a destra con Gianfranco Fini (ve lo ricordate Fini?!?). Noi stavamo provando e riprovando a innescare di nuovo una mobilitazione su larga scala contro la riforma Gelmini dell’università (vediamo adesso quanto gravi siano i danni di quella riforma e dei tagli della 133/08), ignorati dai media nonostante la grande partecipazione di alcune manifestazioni (il 17 novembre 2010 per dirne una), nonostante le nostre proposte (avevamo scritto un’intera AltraRiforma dell’Università, nonostante avessimo occupato le università persino in mesi anomali, come maggio.
Una mattina assolata di novembre un piccolo corteo partito da un presidio a Montecitorio, riesce, quasi per caso ad arrivare sotto le porte del Senato fino ad allora circondate da un numero imponente di blindati. Dentro le mura spesse della Camera alta arrivano finalmente i cori contro la riforma, e prima che si chiudano le porte arriva anche un uovo. Il tutto dura pochi minuti. Eravamo lì con i book bloc, i libri scudo, i cartelli e gli striscioni, mentre i giornali nazionali aprivano con i titoli a tutta pagina “Assalto al Senato”, i media, l’opinione pubblica si erano accorti di noi, del nostro bisogno di cambiare tutto, della nostra determinazione.
Il giorno dopo torniamo in corteo e siamo migliaia ovunque. Anche la polizia si è riorganizzata dopo essersi “scordata del Senato della repubblica” e ci sono blindati ovunque, il centro di Roma come quello di molte altre città è militarizzato. Non ci si può più avvicinare ai palazzi del governo.

Simultaneamente o quasi a Roma occupiamo il Colosseo, a Pisa la Torre, a Torino la Mole Antonelliana. Le facoltà sono occupate. Il 30 novembre sotto un diluvio torrenziale blocchiamo Roma e tutte le città d’Italia con cortei che durano dalla mattina alla sera, blocchiamo i treni dell’alta velocità, cantiamo scherzosi “ci scusiamo per il disagio”. Tantissime persone bloccate con il loro treno dalla nostra manifestazione scendono dal vagone fermo e battono le mani, e dicono “avete ragione”, “fate bene”, “chi se ne frega del ritardo”, “è in gioco il vostro futuro”. E poi c’è il 14 dicembre, un enorme corteo nazionale nel giorno in cui si deve decidere su la fiducia e la sfiducia al governo Berlusconi. È uno scontro tutto interno al centrodestra, ma nell’accelerazione di quella crisi, per i temi imposti nel dibattito pubblico che di colpo si accorge che in Italia c’è un’enorme questione generazionale e sociale, per la forza di questo improvviso movimento studentesco, c’è la consapevolezza che a buttar giù Berlusconi potremmo essere noi, gli studenti in piazza, insieme agli operai della Fiom, ai comitati del terremoto a L’Aquila, ai movimenti contro gli sversamenti dei rifiuti in Campania, ai tanti precari, non più studenti scesi in piazza perché “qualcosa di grande stava accadendo”.

Qualcosa stava accadendo. Mentre noi preparavamo quell’enorme corteo in una città blindata, con i blindati della polizia schierati a sbarrare le strade del centro ad ogni forma di dissenso, nei palazzi che la polizia proteggeva, la sapiente macchina berlusconiana di gestione del potere era al lavoro per trovare e comprare i parlamentari necessari per restare in piedi. Il governo era precario. Come noi.
Verdini (quello che ora lavora per Renzi) si aggirava per Roma per salvare il suo capo di allora. Scendiamo in piazza. Un corteo enorme, determinato, incazzato come mai ne ho visti in vita mia. Razzi, Scilipoti e compagnia, quelli di cui oggi tanto si ride votano la fiducia, il governo resta in piedi. In piazza esplode la rabbia. Una rabbia mai vista.

Il 22 dicembre si torna in piazza, il corteo ignora la zona rossa “voi chiusi nella zona rossa, noi liberi nelle strade”. Il corteo esce dalle zone centrali della città, occupa la sopraelevata, la tangenziale, l’autostrada. Tutti bloccati nel traffico escono dalle macchine e battono le mani. Un consenso enorme. Una grande felicità collettiva.
Alla Sapienza muore un operaio cadendo da un’impalcatura. Napolitano ci convoca per confrontarci sulla riforma Gelmini e sui motivi della nostra protesta. Il giorno dopo la riforma viene approvata, Napolitano firma. 
Nessuno di noi ha mai sentito quelle giornate di rabbia e speranza come una sconfitta.
Se tutto ciò e molto altro di quelle settimane tra le più belle e intense della mia vita è stato possibile è anche perché un giorno, un po’ per caso siamo riusciti a rompere il muro del silenzio che provavamo da mesi con ostinazione a sfondare. 
Ci siamo riusciti perché quel giorno ci siamo trovati davanti alle porte del Senato e abbiamo saputo rilanciare una grandiosa mobilitazione. Ci siamo riusciti tutti insieme. E tutti insieme eravamo davanti a quelle porte.

Ieri 16 studenti sono stati condannati per quella protesta alle porte del Senato. La condanna più pesante è ad un anno e nove mesi.

C’eravamo tutti davvero quel giorno, chi era lì fisicamente e chi in altre città partecipava alla stessa battaglia. Eravamo lì perché volevamo e vogliamo avere la possibilità di restare qui, perché ci chiedevamo e ci chiediamo “quale futuro tra queste macerie?”, eravamo lì perché avevamo e abbiamo ragione e per questo come 5 anni fa continuiamo a provare e riprovare a cambiarlo questo paese in macerie. Siamo ancora dalla stessa parte perché in quei giorni abbiamo imparato che delle persone possono ancora far tremare tutto ciò che sembra immutabile, tutto ciò che sembra enorme e invincibile. Insistiamo.

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