Rodotà: l’occasione persa e la transizione mancata

La storia, si sa, è fatta di bivi. Opportunità storiche e piccoli passaggi di fase. A volte sono merito di pochi uomini, altre volte del caso. A volte sono il frutto di una lunga concatenazione di eventi.

A cavallo tra il 2011 e il 2012 non si era semplicemente aperta una finestra di opportunità, ma si era spalancato un portone.

Era finito il berlusconismo, asserragliato nel palazzo, appeso al filo dei voti comprati in parlamento, il Cavaliere smetteva di essere il mattatore della politica italiana, mentre intorno a lui era un fiorire di lotte e battaglie nelle piazze e nelle urne: gli studenti tra il 2008 e il 2010, i metalmeccanici, le amministrative del 2011, i movimenti per i beni comuni, il referendum sull’acqua e il nucleare, una enorme ondata inarrestabile di partecipazione travolgeva quegli anni e sembrava portarci verso un avvenire migliore. 
Quei movimenti, quelle battaglie avevano una potenza straordinaria, gioia collettiva e lucidità strategica, organizzavano la rabbia e difendevano l’allegria. Ma soprattutto riuscivano a tenere insieme questione democratica e questione sociale. In tutti quei movimenti Stefano Rodotà era presente, a volte a osservare e ascoltare, altre volte a insegnare e far politica nel vero senso della parola.
Poi venne il momento dell’oceanica mobilitazione del 15 ottobre, indetta dai movimenti spagnoli, vide cortei in tutto il mondo, a Roma, a pochi giorni dalla caduta di Berlusconi, ci fu la manifestazione più grande con circa duecentomila persone. A causa del peggior politicismo di parte dei movimenti si trasformò in un fallimento e si chiuse in modo traumatico la stagione delle grandi piazze di movimento (e da allora in questi sei anni quella stagione è ancora lontana dal tornare).
Incapaci di reagire i movimenti subivano la controffensiva di chi voleva normalizzare tutto, guidati da Giorgio Napolitano e da un concerto mediatico che diffondeva la paura dell’instabilità e il terrore del baratro. 
Il movimento cinque stelle era ancora intorno al 5%. La sinistra sbagliava molto, sbandando tra ossessione del governo e senso di responsabilità. Lo spread ammutolì tutti. Il giorno della fiducia al governo Monti eravamo in pochi in piazza, a largo Rinascimento, con la polizia schierata a difendere le strade intorno al Senato. 
“Fatelo lavorare” ci dicevano in tanti. 
“Non c’è alternativa” ribadivano altri.
E si continuò così nei mesi successivi provando a rialzare la testa contro un governo bipartisan che massacrava quello stato sociale sopravvissuto al berlusconismo. 
In tutti quei tentativi Rodotà c’era. Che si trattasse del rispetto del referendum sull’acqua o della scrittura dello statuto del Teatro Valle, che fossero le manifestazioni in difesa della Costituzione o le mobilitazioni dei lavoratori lui c’era.
Poi vennero le elezioni del 2013, l’inadeguatezza di tutte le proposte politiche in campo, la costante rincorsa di Bersani a Monti, piazza San Giovanni stracolma, le nostre parole storpiate e usate in quella piazza dai Cinque Stelle e dai suoi candidati nuovi.

“Doveva finire con qualche comizio” e infatti con il comizio di Grillo si chiuse definitivamente quella stagione in cui i movimenti avevano tenuto assieme questione democratica e questione sociale, con la prima banalizzata al problema della kasta e dei suoi privilegi, la seconda a una lettura interclassista della società.

E mentre “l’establishment” non sentiva “il boom” che i Cinque Stelle stavano per fare si proseguiva con arroganza l’opera di normalizzazione. 
Venne il momento del voto per il Quirinale, il parlamento più giovane della storia della Repubblica (che poi si è rivelato essere il più trasformista di sempre), si rivelava essere il luogo del peggior politicismo. Noi facemmo partire un appello on line per Rodotà Presidente, organizzammo un mail bombing per far pressione sui parlamentari perché scegliessero di sostenere Rodotà. Ne partirono migliaia. SEL scelse Rodotà come prima scelta. I Grillini fecero le loro quirinarie, e nella rosa, al terzo posto, dopo Gabanelli e Gino Strada c’era proprio Stefano Rodotà.
E intanto Franco Marini, i franchi tiratori su Prodi, l’ombra di Guliano Amato, le manovre di Franceschini. 
E mentre veniva “bruciato” un professore, centinaia di persone si affollavano all’esterno di Montecitorio, migliaia di persone sui social e via mail premevano per l’elezione del professor Rodotà.

Il PD scelse: in un clima surreale con la rabbia che montava all’esterno scelsero di confermare quello che possiamo definire senza timore il peggior presidente della Repubblica Italiana. Grillo annuncia la piazza contro il golpe, poi come al solito quando si tratta di passare dalla “guerra civile simulata” al conflitto vero e proprio fece una silenziosa marcia indietro. Napolitano si insediò con un discorso programmatico che in qualche modo potremmo definire quasi violento, una lunga accusa al sistema politico, un commissariamento in piena regola, con il parlamento che batteva le mani ad ogni passaggio: come dicono in star wars “è così che muore la libertà sotto scroscianti applausi”.

Il sistema politico e di potere del nostro paese decise di chiudere ogni spazio di cambiamento, forse ultima possibilità di riconnessione delle istituzioni con i cittadini. Era definitivamente saltato un tappo. In pochi lo capirono.

Si concluse così la lunga transizione mancata, si richiuse la finestra di opportunità di cui movimenti e sinistra furono incapaci di approfittare per costruire l’alternativa.

Bisognava ricominciare tutto da capo. 
Era ed è di nuovo tutto da ricostruire, tutto da reinventare. 
Tranne che per gli insegnamenti di alcuni maestri. Quelli restano.

Grazie professore.

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