CollettivoAccaStory #2. TABÙ
di Nicola Manzari, regia Carmine Califano; con Carmine Califano e Gabriella Gaudiosi

Per una serie di ragioni sono particolarmente legato a Tabù, testo portato in scena nel 1992.
Con l’apertura del nostro piccolo spazio teatrale, il Carpe Diem, avvenuta nel 1990 ed il passaggio dalla primordiale Officina Teatrale Gruppo Aperto al Collettivo Acca, decidemmo di dividere il sodalizio artistico in atto fino a quel momento. Tutti gli spettacoli realizzati prima del ’90 erano stati tutti scritti e diretti a “quattro mani”. Salvatore Borriello (co-fondatore e co-direttore artistico) ed io. Ci dicemmo che portare avanti la programmazione per l’intera stagione del nostro piccolo spazio, rendeva necessario lavorare su più progetti contemporaneamente. Divisi. Era un preteso. Entrambi avevamo la necessità di seguire il proprio istinto creativo; avevamo affinità di gruppo più o meno diverse; entrambi avevamo fatto esperienze formative che volevamo sperimentare.
Tabù non era ancora il teatro che volevo (prima avevo messo in scena Libero di Renato Sarti e Anna Cappelli di Annibale Ruccello, due brevi pièce che avevano come protagonista Roberta Gargiulo). Era un testo che si avvicinava piuttosto a quello che sto facendo attualmente, potrei dire. Ma non era ancora quel che desideravo allora.

L’occasione per metterlo in scena si presentò conoscendo, grazie al Laboratorio che organizzavamo, una giovane promettente attrice: Gabriella Gaudiosi. Sembrava adatta per il ruolo della co-protagonista. Debuttò con questo spettacolo.
La storia, in breve, è quella di un irreprensibile magistrato di mezza età e di una provocante studentessa quindicenne pronti a sfidare per Amore ogni Tabù, appunto. In realtà la ragazza rivede nell’uomo il padre morto qualche mese prima. Ed ha deciso di “farsi” adottare da lui che, dapprima incredulo, sempre più viene preso nel vortice di questo amore filiale che la ragazza gli riversa addosso. Lui non ha figli, lei non ha un padre. Insieme avranno una vita piena fino alla morte, che sembra essere l’unica liberazione dal perbenismo ed i preconcetti che tutti, a partire dalla madre della ragazza, gli scaraventano addosso fino a distruggere la vita professionale dell’uomo.
La Colonna Sonora
La Locandina

Le Foto




Il Testo
Vedete? Non sono più solo sotto inchiesta. Adesso sono riusciti a montare un regolare processo giudiziario contro di me. Le accuse? Tante. Seduzione di minorenne, circonvenzione d’incapace, ratto a fine di libidine, sequestro di persona, stupro, e chi più ne ha ne metta. Tutto naturalmente è nato dalla denuncia della madre di Lei. Le prove? Ridicole: c’è chi dichiara… «di averci visti insieme in manifesti atteggiamenti di intimità…». Il mio portiere al quale condannai tre anni fa il cognato per furto, depone… «che lei saliva ogni giorno a casa mia e vi restava per ore e ore…».
Il generale dell’appartamento accanto al mio, con il quale ebbi uno screzio in condominio testimonia… «che udiva un persistente silenzio molto eloquente sulla durata dei nostri amplessi…!» C’è chi giura di avere udito sospiri e lamenti indubbiamente erotici… E così via… Insomma lo scandalo è ormai montato e i benpensanti ci guazzano dentro. Non gli pare vero di colpire in me un magistrato che non si è mai lasciato corrompere: né soldi, né bustarelle, né pressioni politiche hanno mai avuto accesso al mio ufficio. Una roccia, una diga ero io contro i loro maneggi, le lusinghe, le offerte. E tutto questo prima o poi si paga. E io lo sto pagando, lo pagherò. Ma Lei io ho fatto l’impossibile per tenerla fuori da tanta melma… Invece è stata fatalmente coinvolta nel più ignobile dei modi.

LUI : Signore e signori, come avete udito, ci sono due maniere di vedere questa storia: una più banale è quella di interpretarla come una vicenda scabrosa e volgare in cui un uomo della mia età si lascia sedurre da un’adolescente per fini che è facile immaginare: l’altra più sommessa e sommersa è quella di un incubo popolato di poesia, di amore e di fantasia nel quale io - adulto - affascinato dal richiamo infantile, mi lascio andare fino quasi a perderci la ragione… È questo ruolo di padre che, in realtà mi coinvolge e seduce e conquista. Un ruolo meraviglioso inusuale, coraggioso e così poco conformista in cui ho ritrovato, ormai anziano, gli incanti dell’adolescenza. Ma andateglielo a spiegare a quelli che indagano su di me. Ormai la battaglia fra me e loro s’è fatta feroce e senza esclusione di colpi. A lei, poverina… non no potato evitare la ignobile tortura della ispezione ginecologica che la legge prescrive quando c’è una accusa di stupro Ne è ancora traumatizzata. Osservatela. (lei è in disparte, ha pianto, a testa china)
LUI: Lei non ha previsto la crudezza delle domande, la inquisitoria insistenza sui particolari più intimi e scabrosi. Sono riusciti così a farle conoscere cose laide che ignorava: la sua innocenza mentale è ormai incrinata anche se quella fisica ne è uscita indenne. Perché l’imputazione della violenza subita è caduta, come prevedevo. Ma ora mia figlia non mi guarda più come prima. Ai suoi occhi la mia immagine si è un po’ offuscata perché tutte le sozzure che minuziosamente le hanno descritte col pretesto di interrogarla, gli inquisitori le hanno inevitabilmente collegate a me perché l’indiziato di stupro ero io: «Ti ha fatto questo? Ti ha fatto quest’altro? E come te l’ha fatto? Fin dove s’è spinto? Eccetera, eccetera…». Infatti quando è tornata a casa quel giorno dopo la visita lei era talmente sconvolta che non riusciva quasi più a parlare e mi rispondeva a monosillabi. Ascoltatela.

LUI: Com’è andata?
LEI: (c.s.) Così.
LUI: Ti hanno fatto tante brutte domande, vero?
LEI: Sì.
LUI: Beh, non ci pensare più. Ormai hai superato la prova. Ne sei uscita bene. Questo solo importa.
LEI: Sì.
LUI: Non te la prendere perché non è con te che ce l’hanno ma con me.
LEI: Sì.
LUI: Quando si riferivano a me come mi chiamavano?
LEI: Imputato.
LUI: E tu?
LEI: Padre.
LUI: Questo li irritava ancora di più, immagino.
LEI: Sì.
LUI: E ti spiegavano che io non sono tuo padre ma uno che finge di esserlo per abusare di te?
LEI: Sì.
LUI: Canaglie! (Fa per abbracciarla ma lei lo respinge. Lui la guarda perplesso) Capisco: sei ancora sotto choc. Ma devi sforzarti di dimenticare. Altrimenti loro riescono a dividerci. E questo tu non lo vuoi, vero?
LEI: No.
LUI: Io sono sempre il tuo papà e tu mia figlia.
LEI: Sì.
LUI: Dunque il resto non conta. Pensa solo che è caduta la più grave delle imputazioni: quella di «stupro» e che questa è la prima sconfitta di tua madre. Le altre verranno non temere.
LEI: (Un po’ rischiarandosi) Sì… (Un tempo) Ma…
LUI: Ma?… Continua. Non vergognarti.
LEI: (Animandosi di rabbia) Ma loro con tutte quelle brutte cose che dicevano che noi facciamo quando siamo soli - questo, quello, così, colà - mi hanno fatto tornare dentro la paura…
LUI: La paura di che? Parla, ti supplico.
LEI: (Sbloccandosi) … del complesso di Edipo.
LUI: (Sconvolto) Di nuovo?
LEI: Sì. Mi pareva di essere riuscita a liberarmene. E adesso invece…
LUI: Ma è assurdo! Ne abbiamo discusso tanto insieme… Sei giunta perfino a spogliarti nuda per mettermi alla prova… e non ti ho toccata nemmeno con un dito… Dunque non devi più aver paura.
LEI: …Ma io non ho paura di te… (Imprevedibilmente) È di me che ho paura.
LUI: (Sgomento) Di te? E come?
LEI: Rispondi, ti prego, a questa mia domanda: mi possono fare un’altra visita?
LUI: No. Quella che hai subito fa testo nel processo.
LEI: E con l’ispezione che mi hanno fatto tu vieni assolto. È così?
LUI: È così.
LEI: Ora, se accadesse qualcosa fra noi due, dato che la visita non possono più ripeterla, a te non possono fare più niente. Ci pensi?
LUI: (Sincero) Io, no.
LEI: E io invece, sì.
LUI: (la guarda sbalordito e dopo un lungo silenzio) Non puoi scacciare certi pensieri?
LEI: Ci provo. Ma tornano.
LUI: (Esplodendo) Non vorrai darla vinta a tutti quelli che ci vogliono male!
LEI: (Con insolita malizia) Al contrario: me ne faccio beffa.
LUI: Beffa? Ma quale beffa?
LEI: Vedi, loro t’accusano di avermi stuprata. Ma la visita ha provato che non è vero: dunque l’accusa è caduta. Così se adesso tu mi violenti davvero loro non ti possono più fare nulla e noi li abbiamo giocati.
LUI: (Indignato) Ma, dico, parli sul serio? Ti rendi conto della enormità che dici? Così secondo te, dovrei violentarti?
LEI: Non ho detto che «devi» farlo. T’ho semplicemente esposta una ipotesi. Tu devi solo dirmi se come ragionamento funziona o no. Bada, solo come ragionamento.
LUI: E va bene, ammettiamo, pure per assurdo, che l’equazione sia esatta: delitto senza castigo. E con questo? Dato che, in realtà, non può accadere perché né io né tu lo vogliamo, ecco che tutto si riduce a niente.
LUI: (Correggendolo) Non a niente. Ma a un pensiero.
LUI: (Minimizzando) D’accordo, un pensiero.
LEI: (Precisando) Un pensiero molesto.
LUI: Ascoltami, da brava. Sei riuscita faticosamente in quello che ti proponevi: farmi diventare tuo padre. E ora che finalmente lo siamo, padre e figlia, noi mandiamo all’aria tutto?
LEI: Ma non capisci? È proprio perché ormai per me sei mio padre definitivamente - ripeto: definitivamente - che quel pensiero mi torna. Se io ti vedessi come uomo non potrei certo immaginare un rapporto sessuale fra noi due. Scusami, ma come potrei pensare di venire a letto con un uomo della tua età, io, della mia? È perché ormai ti vedo come padre che l’idea dell’incesto mi turba. (Un tempo) E mi rallegra.
LUI: Ti rallegra?
LEI: Sì. È la prova che ho ritrovato papà.
LUI: (Si prende sfiduciato la testa fra le mani) È un circolo vizioso, un vortice… quando credi di esserne fuori, ecco che ne vieni ripreso… Dove ci porterà tutto questo? Come andrà a finire?
