Il Repertorio #2. LA CONTA

di Luigi Bernardi, adattamento e regia di Carmine Califano, con Pierfrancesco Califano

Pierfrancesco Califano, in una scena di LA CONTA.

La conta, portato in scena in occasione della prima edizione della rassegna Assenze nella primavera del 2017, è un viaggio nei meandri della psiche umana, del dolore, della follia e, forse, del destino!

Il testo di Luigi Bernardi aveva richiamato la mia attenzione molti anni prima che iniziassimo a pensare alla sua messa in scena. Mi era capitato tra le mani quasi per caso e, come sempre accade in questi casi, l’avevo messo “da parte”. È sempre molto più difficile leggere testi interessanti di autori italiani contemporanei. Testi che siano in linea con le scelte artistiche che privilegiamo. Quando capita è una occasione che devi tenere a mente, che non puoi sciupare. La conta era rimasto lì, in questo spazio della memoria, penso almeno una decina di anni o più. Trasbordato da un archivio elettronico all’altro. Finché non si sono creati i presupposti per realizzarlo.

Ciò che mi aveva incuriosito era stata innanzitutto la presentazione che ne aveva fatto l’autore:

Come lo scrittore protagonista del monologo, anch’io ho tenuto il conto dei delitti commessi in Italia, dal 1999 alla fine del 2003: esattamente cinque anni. Li ho scovati nelle pagine dei giornali, ho letto le storie, le ho studiate, raccontate a modo mio. In cinque anni ho pubblicato altrettanti libri che offrivano una complessa e inedita radiografia dell’Italia criminale. Quando sono giunto alla fine del quinto libro, che forse non a caso ho intitolato Il male stanco, non ne potevo proprio più. Ho capito che non ce l’avrei fatta ad andare avanti: l’analisi era compiuta, proseguire sarebbe stato soltanto il sintomo di una patologia grave. Così ho smesso.

La conta è una riflessione ad alta voce, il commiato beffardo ai miei cinque anni trascorsi in compagnia di migliaia di assassini. Qualcuno dice che più di un commiato sembra uno scongiuro, forse tardivo.

Spero abbia torto.

C’era quanto bastava per incuriosirmi.

Con Pierfrancesco Califano, che qui si misura per la prima volta con un personaggio ed una messa in scena caricandosi sulle spalle tutto il peso della responsabilità del progetto, abbiamo lavorato su due aspetti anche in termini di adattamento del testo: adeguarlo al suo “personale” (è troppo più giovane dell’autore/personaggio) e “modificare” tutti quei riferimenti (a cominciare dai richiami a brani musicali anni ’70) che facessero risultare datato un testo. È un lavoro che mi sono trovato a dover fare spesso. Paradossalmente, se metti in scena Pirandello (e lo cito non a caso) non hai bisogno di toccare nulla. Ma se metti in scena un autore contemporaneo, probabilmente avrai a che fare con riferimenti più parziali, meno universali, diciamo.

Alla fine è restato il nucleo del progetto. Questo viaggio all’interno di un animo umano diremmo oggi borderline, di una mente sovraccarica di passioni, delusioni, amarezze.

Dunque, si diceva della storia: da cinque anni, uno scrittore tiene il conto dei delitti commessi in Italia. Li analizza, li racconta, li scopre molto vicini a momenti della propria vita, tanto che i fatti che scopre e analizza, gli aprono la memoria a ricordi che pensava di avere dimenticato. I delitti sono ormai parte integrante della sua quotidianità. Non potrebbe farne a meno, eppure lo hanno stancato: «Cosa vogliono da me tutti questi delinquenti senza progetto, tutti questi cervelli bacati dall’ingordigia, tutte queste anime troppo facili da dannare?», dice alla fine di un’analisi spietata sugli assassini di cui è costretto a interessarsi.

Cosa vogliono lo scopre poco alla volta, ragionando sui moventi, sugli impulsi, chiedendosi se davvero lui sarebbe esente dal commettere le stesse atrocità solo in virtù della propria razionalità. Così, a un certo punto, decide di azzerare il conto che sistematicamente tiene durante l’evolversi del racconto.

Ne inizia un altro. E il primo omicidio della nuova serie sarà diverso da tutti i precedenti dei quali si è occupato.


La clip

Chi fosse interessato a vedere l’intero spettacolo, può contattarci a info@collettivoacca.it


La Colonna Sonora


La Locandina


Le Foto


Il Testo

Ecco, adesso per colpa del demonio in quel paese sono rimasti senza barbiere.

A un altro, il demonio ha invece chiesto di ammazzare il padre. Lui - zack - non si è fatto pregare. E quell’altro? Un giorno gli si presenta Gesù Cristo. Tutto bello, occhi azzurri e boccoli biondi. Tua madre è posseduta dal demonio, pare gli abbia detto. Il tipo non ci ha pensato su, ha preso un paio di forbici e le ha piantate un centinaio di volte nel corpo di sua madre. La donna è morta, il figlio l’hanno chiuso in un manicomio giudiziario.

Io non le ho mai sentite, le voci.

Sentire le voci dev’essere una cosa molto brutta. Una cosa seria, di quelle che in condizioni normali fanno passare la voglia di scherzarci su. In condizioni normali, voglio dire, non quando si tiene la conta.

Io non le sento le voci. Però vedo le facce.
Adesso non so dire quando è cominciato, ma da un certo punto in poi della mia vita, tutte le volte che chiudo gli occhi, vedo delle facce. Ce ne sono alcune che mi guardano, altre che si fanno i fatti loro. Quali poi possano essere i fatti di facce che vedo non appena chiudo gli occhi, questo è il problema. Per me. Dev’essere così che si comincia a diventare matti, quando si dà troppa importanza alle cose che non si sanno spiegare, alle curiosità che rimangono latenti.

Io alle mie facce mi sono abituato. Credo. A volte le saluto anche. Buongiorno, faccia che vedo. Buonasera, faccia che vedo. C’è da dire che loro sono piuttosto maleducate. È raro che rispondano ai miei saluti. Di solito li ignorano. Giusto una volta, una mi ha fatto l’occhiolino. Era la faccia di una donna, neanche carina, normale. Ci credete se vi dico che ho provato una strizza alle budella che sono dovuto correre subito in bagno? C’era un’intimità in quel gesto che ancora mi tremano le gambe, se ci penso.

Un’altra volta è stato anche peggio.

Ero a letto, stavo per addormentarmi e invece ho aperto gli occhi. Oh, lo so che è difficile da credere, ma proprio lì di fianco al letto c’era uno strano tipo, pareva proprio vero. Una cosa tipo monaco tibetano, non tanto alto, calvo, vestiti molto colorati. Aveva una bella faccia paffuta. Mi guardava. Sorrideva beato. Quasi beota! Insomma, lui sorrideva e io stavo lì a guardarlo, incapace di qualsiasi reazione. Se ho provato a chiudere gli occhi? Certo che l’ho fatto, e non so quante volte. Lui era sempre lì. Sorriso incorporato. A un certo punto però, saranno passati pochi secondi, minuti, ore, difficile dirlo in questi frangenti, si è fatto tutto serio, mi ha voltato le spalle e se n’è andato. Come offeso. È uscito dalla porta della camera da letto. Ha infilato il corridoio. Ed è sparito dalla mia visuale. Io mi sono subito alzato… Ma non l’ho visto più. Ci siamo, mi sono detto. A forza di vedere facce, stavolta ti sei concesso un corpo intero, benvenuto nel regno dei matti.

Adesso io proprio non lo so se sono diventato matto.
Mi pare di essere piuttosto lucido invece.
È che a quel tipo ho pensato spesso.
E guardate che non è come credete. Io me ne fotto del soprannaturale. Non credo agli spiriti, né ai fantasmi, ai miracoli, a tutte quelle cose lì. Non credo neppure ai santi, giusto per darvi un’idea.
Se ho pensato spesso a quel tipo non è per questioni mistiche. Mi domandavo solo chi fosse, perché fosse venuto a trovarmi in quel modo insolito. Soprattutto una questione non mi dava pace: dove si trovava in quel momento, cosa stava facendo, perché non era mai più tornato da me?

Ero curioso, insomma. Lo sono sempre stato, curioso.

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