Viva Lituania! Diario di un Erasmus

Parte 1: Che poi perché sono qua?

FIFA World Cup 2006. EA Sports. Nintendo DS. Divano. Finale del torneo. Si gioca Lituania–Portogallo, cromaticamente un casino, perché le rispettive divise sono di un fastidioso complementare rosso-verde e viceversa. Sono un casino per me, che soffro del rapporto tra gli esigui pollici dello schermo e i pixel del Nintendo che si vedono a occhio nudo. Quella partita non la vince il Portogallo, che sarebbe la favorita, ma il piccolo stato baltico. Ho scelto di fare il colpo grosso con una nazionale minore, impresa già ripetuta con Grecia, Cipro, Svizzera e un indimenticabile San Marino. Fatto sta che sui campi in pixel avviene il mio primo incontro con una nazione che ha con il calcio lo stesso rapporto che ha con la Russia, ingombrante vicina: poca confidenza, quasi che non ti saluto se ti vedo in giro.

2006 dicevo. Il piccolo me di 9 anni, soddisfatto dei suoi giocatori virtuali con la coppa del mondo virtuale in mano, mai avrebbe pensato che 14 anni più tardi, in Lituania, ci sarebbe finito per davvero. A dire il vero neanche quel poco più grande me di 21 anni, che sta festeggiando la laurea, lo avrebbe immaginato. Che poi, per essere sinceri, neanche il me che sta scrivendo ora pensava che ce l’avrebbe fatta a partire per Vilnius. Ma tant’è. Sono qua. Che poi perché sono qua?

C’è stato, o ci sarà, o anche no per carità, un momento nella vita di ognuno di noi in cui sentiamo il bisogno di spostarci. Uno può spostarsi di chilometri, per lavoro, per amore, per fame. Ma ci si può spostare anche di qualche metro, o centimetro altresì, tanto per non prendere una pallonata in faccia ad esempio, o un treno, poi lì sta al singolo. Insomma, non è che io abbia sentito una vera e propria necessità di spostarmi, mi sono sempre vantato di essere abbastanza stanziale. Cioè abbiamo alle spalle anni e anni di nomadismo, anche basta. Ma gira che ti rigira, i pensieri restavano sempre lì dove li trovavo. Ci giocavo come con i mattoncini: li impili, li distribuisci, li metti, li togli, ma son sempre quelli. E se uno è figlio unico sa benissimo cosa significa rompersi la min*hia: lo impari in totale autonomia all’età di 6 anni, quando ogni volta che tiri nella porticina devi andare a recuperare il pallone. A una certa, sfidando le mie stesse convinzioni, ho deciso di uscire dalla mia comfort zone. Vedi anche “out of the comfort Zoni”, boutade simpatica e neanche troppo forzata.

Io per il lavoro che faccio viaggio molto, una volta sono stato perfino a Lugano. No, non siamo una famiglia itinerante, fuori dai confini nazionali per lo meno. Eh allora ho detto, ma sai che c’è? fammi fare due conti: carriera universitaria in linea con i tempi previsti. Programmi per il futuro? nel breve calcetto — e ok forse riesco ad andare — nel lungo… tu-tu-tu parte la segreteria. Riattacco. Faccio l’application per l’Erasmus. Deciso. Resta solo da convincere me.

Come meta sognavo la Spagna. Lo dico subito perché, da come è iniziata la storia, sembrava che a Vilnius fossi predestinato. Mi spiace, cari, di avervi deluso. Come ogni giovanotto che abbia sondato il terreno iberico in un’estate caliente, avevo visto nella Costa del Sol una terra promessa. Poi però mentre controllo la lista delle sedi partner per l’Erasmus appare l’alert: “La Spagna è finita, ci è rimasto un po’ di budino”. Fregato. Mangio il budino e la storia poteva anche finire qua. Ma è chiaro che non è finita. La lista di opzioni che mi si apre è discretamente ampia ma, dannazione, tutta sbilanciata al nord-Europa. Si ok, se uno studia Design è anche abbastanza plausibile, però oh fa freddo. Non volevo andare in Danimarca, e non so il perché. Non volevo assolutamente andare in Norvegia, e quasi non so il perché. Non volevo di certo andare in Finlandia e non sono ancora convinto di sapere il perché. Tutti posti già sentiti, quello certo. Ma sai cosa ti dico caro Fato, io vado a Est. Penso: “se alla Fiera dell’Est, per due soldi, un topolino, il Branduardi senior comprò, anche io qualcosa lo ricavo”.

Tra l’altro se faticate a distinguere Est e Ovest vi svelo un trucco celato nella parola stessa che può aiutarvi: d-est-ra. Non so, a me è servito, se volete accetto donazioni.

Mi sento di spiegare come la scelta sia caduta sul piccolo stato baltico, metti che a qualcuno interessi. Non volevo passare quattro mesi in una grande città, in un contesto frenetico e pieno di francesi come Parigi, ad esempio. Io vengo dal e vivo in paese — che gioia, che piacere, che cuccagna… — ho bisogno dei miei spazi, insomma. Si aggiunga che non volevo stare con le mani in mano, volevo sporcarmele: l’accademia d’arte era la soluzione che cercavo. Operando per filtraggio, come se stessi cercando un’auto usata su Internet (che tra l’altro si dice che le nostre venissero inviate proprio in Est Europa, ma vi assicuro che ci sono in giro solo macchinoni) sono giunto a tre scelte, in ordine: Vilnius, Lituania. Riga, Lettonia. Cracovia, Polonia. A questo punto ho fatto la cosa che mi sembrava più logica e affidabile: ho guardato le bandiere nazionali. Quella lettone ha una Riga in mezzo e li ho trovati un po’ troppo simpatici. Quella polacca sottintende un velato endorsement alla Kinder. La Lituana è tipo quella di Bob Marley. Ci piace il reggae.

Avviso tutti: il pargolo va Vilnius. ‘Nduè? A Vilnius. ‘Nduè? Vignus? Sì, Vilnius, Lituania. Ah. ‘Nduè? L’orientamento dello zio brianzolo di 80 anni a Natale batte tutti, cito testuale:

– Ah Lituagna Crista! Crista l’Ituagna l’è chi de dré… Pulonia, Juguslavia, Rüsia. A l’è pròpi dénter in Rüsia. –

Ci siamo quasi dai, che poi per fortuna l’è minga in Rüsia perché il passaporto non ce l’ho. La Lituania è l’ultimo avamposto prima della frontiera, le Colonne d’Ercole dell’europeismo consapevole. Che poi dire che sono strani è comunque facile, ma forse è colpa del nostro orientalismo.

Cerco di documentarmi un po’ sul piccolo staterello baltico, primo ad ottenere l’indipendenza dal dominio sovietico per darsi alle pazze gioie capitaliste anni ’90. Pare che la Lituania sia storicamente l’ultimo stato europeo ad aver abbracciato ufficialmente il cristianesimo, attorno al XVI secolo. Là dove c’era l’erba — che ospitava orgiastici toga party 100% made in pagania — ora c’è una città. E oggi Vilnius ha più chiese che gradi centigradi, 50 dicono i più maliziosi. Ma il neo-paganesimo sta tornando in voga, vera essenza di un popolo che per lo più è fatto da persone con nomi traducibili in: tuono, ruscello, fuoco, figlia del sole, ramo di quercia, toro seduto, nuvola rossa, benzina a 18 ottani, Gino Paoli, sasso carta forbice e via dicendo (l’ultimo non è un nome).

Più si avvicina il momento della partenza e più le notizie sul nuovo paesotto si fanno incoraggianti: “Lituania si conferma il paese europeo col più alto tasso di suicidi.” “Lituania uccide la concorrenza: è anche il paese col più alto tasso di omicidi.” “Lituania beve per dimenticare: è record del più alto tasso di alcol procapite.” “Il Paese in cui è più pericoloso guidare? Lituania!” “Pupo al vertice della Spotify Top 50 Lithuania.” Il biglietto è preso, ma un po’ vacillo. Faccio armi e bagagli. Poi tolgo le armi perché mi ricordo che ai metal detector non te le fanno passare. Sono totalmente indifeso.

28 gennaio 2020: un giovanotto che del mondo non ha visto una cippa è all’aeroporto di Malpensa, saluta mamma che piange e papà pure, e se la piange anche lui. È strano, mi ha sempre fatto ridere l’idea di me in Lituania, quando ci pensavo. Era palese fossi fuori posto. Ma ormai son qua, ormai son sull’aereo e ormai sono atterrato.

Continua…

Cerco di star fuori dalla mia comfort zoni, ma poi mi ci ritrovo sempre dentro.