La mafia non esiste

La verità palese sta, si staglia e si impone. La verità oscena emerge per pochi istanti e ha necessità di essere rappresentata.

Le organizzazioni criminali sono verità oscene e tentano in modo costante di mettere in atto un processo di mimetismo e autorappresentazione che può spingersi fino al paradosso della negazione di sé.

Quando le mafie non riescono a impedire che venga messa in atto una loro rappresentazione, cercano di penetrare nelle pieghe della società, creare empatia e raggiungere il maggior consenso possibile.

Questo metodo è stato ben sintetizzato dal vicepresidente della Commissione Antimafia Claudio Fava: “Le organizzazioni criminali si rappresentano in modo compatibile con l’esterno, cercando di diventare ‘un pezzo di paesaggio’, di generare fenomeni di assuefazione e di abitudine.”

Fava ha parlato a un uditorio di studenti, in un’aula gremita del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Roma La Sapienza, dove si sta svolgendo il ciclo di seminari ‘Culture mafiose nella modernità post-societaria’.

Realizzato con il coordinamento scientifico di Lia Fassari, docente di Sociologia delle culture e dei territori e di Sociologia della cultura, il ciclo di seminari ha lo scopo di sviluppare pratiche di ricerca sui modelli, le forme e le dinamiche entro cui si struttura il potere relazionale e di significazione esercitato nei territori dalle mafie.

“Quando si innesca il processo di negazione dell’esistenza delle organizzazioni criminali, lo stesso può essere proposto da persone significative operanti in un contesto territoriale” ha continuato Fava “proprio cioè da coloro che dovrebbero invece avere uno sguardo particolarmente attento al fenomeno.”

Scatti contro il silenzio — Letizia Battaglia

Un esempio recente che si può collegare a quanto detto da Fava, è quello di Gian Valerio Lombardi, ex prefetto di Milano, che nel 2010 dichiarò: “A Milano e in Lombardia la mafia non esiste. Sono presenti singole famiglie”, e che venne poi smentito clamorosamente dai successivi arresti e processi che hanno messo in evidenza un forte e strutturato radicamento della ‘ndrangheta in Lombardia.

Meno recente, ma altamente simbolico è l’esempio di negazione messo in atto negli anni ’60 dal cardinale Ernesto Ruffini, zio del ministro DC Attilio Ruffini. Il cardinale negò l’esistenza di possibili collusioni tra chiesa, politica e mafia.

Il cardinale affermò che si trattava di “una supposizione calunniosa messa in giro dai socialcomunisti” i quali intendevano accusare la Democrazia Cristiana di essere appoggiata dalla mafia.

Per le mafie la negazione è fondamentale dal punto di vista strategico, e lo è anche in seguito a fatti di sangue, che pongono inevitabilmente sotto ai riflettori le organizzazioni criminali.

“La mafia nega se stessa anche nel momento in cui uccide” ha sottolineato Fava “Negare la memoria delle vittime vuol dire frantumarla in una dispersione di minuscoli pezzi ognuno dei quali porta calunnia.”

Scatti contro il silenzio — Letizia Battaglia

Gli esempi di vittime di cui si è tentato di negare la memoria sono innumerevoli. Uno dei più rappresentativi è quello del capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano, assassinato nel 1979, che aveva messo sotto indagine sistemi complessi e compreso l’ordito di alleanze e complicità di cui godeva cosa nostra.

“Quando uccidono Giuliano, nonostante fosse naturale uccidere un funzionario dalla schiena dritta, nonostante averlo fatto fosse addirittura una rivendicazione di potere, si sente però l’esigenza di negarne le ragioni della morte” ha spiegato Fava “si comincia a parlare di debiti di gioco, di bische.”

Un altro esempio significativo è quello di padre Pino Puglisi, assassinato nel 1993, che aveva iniziato a educare i figli dei boss nel quartiere Brancaccio di Palermo prospettando per loro un altro futuro, un’alternativa alla criminalità.

Puglisi, prete sconosciuto che non recitava omelie di fuoco, che non andava in televisione, era però ben noto sul territorio, dai padri di famiglia di quel quartiere. Per questo andava ammazzato.

In seguito venne però negata a Puglisi la caratura morale, nessuno lo doveva piangere. Lo si tacciò di pedofilia e ci vorranno anni perché questa ‘bestemmia di paese’, questo perimetro di menzogne venga superato e giunga una verità giudiziaria.

E poi c’è l’esempio di Mauro Rostagno, che venne assassinato a Trapani nel 1988. Rostagno stava mettendo in luce i poteri trasversali del trapanese, della mafia, della massoneria, delle trame atlantiche. Ma dopo la sua morte si parlò di una morte per una questione di corna e tradimenti all’interno della sua cooperativa, in modo da farlo dimenticare, da negarne la memoria.

Scatti contro il silenzio — Letizia Battaglia

Persino un’icona come Giovanni Falcone non fu immune alla negazione. Nel 1989, tre anni prima della strage di Capaci in cui il magistrato perderà la vita insieme alla moglie e agli uomini della sua scorta, venne trovata all’Addaura, località siciliana dove Falcone stava trascorrendo alcuni giorni di vacanza, un borsa piena di esplosivo e iniziarono a circolare voci che volevano far intendere che fosse stato lui a far ritrovare quella borsa, per suscitare intorno a sé preoccupazione, inventandosi un potenziale attentato.

Quando la negazione non è possibile, il sistema criminale ricorre a quello che Fava definisce il riduzionismo: “Si ammette che la mafia c’è, ma si aggiungono dubbi, condizionamenti, distinguo, che rendono la condizione criminale della mafia indistinta, confusa, oppure sullo stesso piano dell’antimafia.”

Nel febbraio del 1986 a Palermo iniziò il cosiddetto ‘maxi processo’, primo procedimento in cui venne messo alla sbarra il gotha di cosa nostra sul suo territorio, in un’aula bunker appositamente costruita a Palermo. Il Giornale di Sicilia titolò: “Entra la corte, silenzio.

Il quotidiano fu però poi lo stesso che successivamente ospitò — senza una riga di commento — la lettera di un gruppo di condomini del giudice Falcone, infastiditi per il fracasso delle sirene e preoccupati, in caso di attentato, per i danni che avrebbe riportato l’intonaco dell’edificio.

Scatti contro il silenzio — Letizia Battaglia

Sempre nel periodo del maxi processo, Il Giornale di Sicilia pubblicò ogni giorno due testate affiancate, anche queste rigorosamente senza commento: da una parte c’erano le cronache della mafia, dall’altra quelle dell’antimafia, con lo stesso peso. Una simmetria che divenne sottrazione, parallelismo, riduzione.

Quel silenzio in aula si fece allora assordante ed uscì dai tribunali. Un silenzio che contribuisce ancora oggi a smorzare la voce dei giudici, che si scontrano con i limiti generati da chi sa e si volta dall’altra parte, impedendo ai processi di cogliere l’intera complessità del fenomeno criminale ai più alti livelli.

Scatti contro il silenzio — Letizia Battaglia

E’ il caso del processo sulla Trattativa Stato - mafia, in cui si sovrappongono una complessa analisi storica e la realtà giudiziaria. Differenti testimonianze ed evidenze consolidano il fatto che una trattativa tra ufficiali del ROS dei Carabinieri e cosa nostra ci sia stata, ma l’allarme destato dalle risultanze del procedimento si ferma sulla soglia dell’aula come mera verità giudiziaria.

Le risultanze del processo non sono dunque poi in grado di innescare all’esterno e ai più alti livelli forze e competenze in grado di sciogliere il nodo gordiano che porterebbe non alla sola interpretazione e rappresentazione dei fatti, ma alla piena luce dei medesimi e dunque alla conquista della verità sull’intreccio degli interessi criminali con quelli economici e politici, sia nazionali che internazionali.

“Raccontare un sistema di potere è più difficile che raccontare una banda di briganti” spiega ancora Fava “Al racconto manca spesso una terza dimensione, quella fondamentale, che è la verità sociale fatta di interessi trasferiti in carriere economiche e politiche, anche all’interno nel mondo dell’antimafia.”

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