E non potevo non parlare di Obama e del suo discorso.

Sapete ormai il mio amore spassionato per l’America, amore da sempre coltivato e ora più che mai splendente, con la mia tesi su House of Cards.

Per chi non lo sapesse, anche se ormai vi ho fatto una testa quadrata, alla fine della mia carriera universitaria ho deciso di fare una tesi su House of Cards, sia USA che UK, utilizzandolo come mezzo per conoscere, in maniera efficacie per i non addetti, le dinamiche politiche.

Tutto questo giro di parole per dire che ho ascoltato il discorso di fine mandato di Barack Obama. E quasi mi veniva da piangere.

Perché, possa piacere o meno, ma lui è il simbolo di un sogno, di un pregiudizio infranto, di uno che ce l’ha fatta, che veramente può dire “Yes we can”. E chi se lo sarebbe mai aspettato che avremmo avuto un Presidente nero per ben otto anni? Perché, diciamocelo tra di noi, anche se gli Stati Uniti d’America continuano ad essere il paese dei sogni realizzati, razzismo e pregiudizi la fanno da padrone. E lui è stato in grado di rompere questi pregiudizi e far si che gli Stati Uniti fossero davvero la casa di tutti.

Obama è arrivato alla Casa Bianca in un momento non molto semplice, tra la crisi finanziaria, la crisi Afghanistan e Iraq, la potenza di Russia e Cina. Insomma non se l’è passata bene e per molti non ha di certo adempiuto al ruolo di Presidente di una potenza mondiale, non ha realizzato quella riforma sanitaria sperata e non ha lenito il divario eccessivo tra ricchi e poveri. Non parliamo della politica estera, che per molti versi risulta essere fallimentare: nelle primavere arabe non seppe cosa fare n’è con la Libia, diventata una mina vagante; il colpo di stato in Egitto in cui supportò i militari anziché i Fratelli Mussulmani. E il fattore Siria lasciamolo li dov’è.

Però a pensarci bene io non mi sento di dare tutta la colpa ad Obama: parliamo di problemi che non coinvolgono solo più gli Stati Uniti, ma il resto del mondo. Guardiamo ad esempio l’aspetto finanziario: per quanto gli Stati Uniti possano fare, se l’Europa rimane ferma, la crisi economica non può essere superata. E se ci concentriamo sulla politica estera, mi sento di dire che Obama non è l’unico colpevole: non solo gli americani hanno fornito armi, così come non sono più gli unici a trarne vantaggio in questa guerra. E’ finito il periodo in cui tutto dipendeva dall’America.

Non vuole essere la solita critica all’Europa, alla guerra o agli Stati Uniti, ma vorrei cercare di trarre il positivo da questo mandato. Barack Obama resta sempre il simbolo di un successo, di un muro abbattuto.

Poi potete dirmi quello che volete, che è stato incapace, solo parole e pochi fatti. Ma a me piace.

E mi piace come ha concluso questo suo mandato di speranza: rinnovandola, prima di tutto, invogliando i cittadini americani a fare di più e a crederci sempre. YES WE CAN.

Perciò: Grazie Obama.