Pornografia, erotismo e psicoanalisi

Cosa si intende con il termine pornografia?

Per Galimberti (2006) “è la trattazione o la raffigurazione di situazioni erotiche dove la sessualità è centripeta e non centrifuga, ossia non rinvia ad altri sensi e ad altri significati che non siano la pura e semplice riproposizione di se stessa“. Nella pornografia la sessualità emerge come unico tema, rendendo a sé funzionali o addirittura annullando soggettività e mondo circostante. Marzano (2012) si chiede in che modo le condotte pornografiche finiscano per occultare il corpo, privando l’individuo della propria soggettività. Per questa autrice la pornografia non riesce ad affrontare il problema della sessualità nei suoi aspetti oscuri, come invece fa l’erotismo. Nel rappresentare i fantasmi maschili e femminili la pornografia li riduce a semplici prodotti di consumo: “sbattendo il corpo in primo piano impedisce al desiderio di emergere“. Per Marzano i corpi non sono più corpi ma un assemblaggio di pezzi e gli individui non sono più soggetti ma automi. Così la pornografia celebra la fine della sessualità e cancella molte delle categorie che caratterizzano la persona: il sé e l’altro, il maschile e il femminile, la libertà e il vincolo, l’accettazione e il rifiuto. È la negazione della sessualità e di ciò che essa mette in gioco: l’incontro tra due persone che accettano la condivisione del desiderio fisico e il coinvolgimento di sé; l’unione di due individui che acconsentono ad abbandonarsi e lasciarsi andare, nella spontaneità e nella sorpresa, la messa in opera di un dispositivo che intrecci pulsioni di vita e pulsioni di morte; la scoperta della mancanza e della dipendenza, del bisogno di possedere e di essere posseduti; la messa a nudo da parte di ogni persona delle proprie fragilità. Nella pornografia, per Marzano, l’individuo è soltanto un pretesto. Non è più insostituibile e unico, ma è intercambiabile e non si distingue più da una cosa. È un corpo parziale e frammentato, un conglomerato di pezzi. L’accoppiamento è sempre lo stesso gesto, una ripetizione infinita. Le scene ripropongono un’accumulazione di segni che non lasciano spazio al silenzio e al pensiero. Mentre la sessualità è fatta di temporalità, di dubbi, di difficoltà, talvolta di fallimenti, la pornografia si presenta come il segno dell’immediatezza, dell’assenza di dubbi e di ostacoli, dell’onnipotenza. La pornografia veste i panni della ribellione e ha la pretesa di opporsi a qualsiasi forma di repressione del sesso. Ma, afferma Marzano, tra il “mostrare tutto“ e il “nascondere tutto“ esiste la possibilità di posizionarsi tra le pieghe del linguaggio e delle immagini, per far apparire dei paesaggi sconosciuti. La pornografia invita gli individui a negare non solo il proprio desiderio, ma anche la propria soggettività.

Come tutto, la pornografia ha avuto evoluzioni in base a quelle storiche/tecnologiche: ai graffiti nelle caverne e ai vasi di ceramica di epoca etrusca e greca, alle opere su marmo e agli affreschi, ai libri, si sono sostituite o accompagnate le foto e poi i video. Internet ha certamente moltiplicato l’offerta e la fruizione di materiale pornografico. E lo ha reso accessibile a nuovi soggetti come le donne e le adolescenti. In un recente lavoro di Concita De Gregorio (2016) che raccoglie interviste alle adolescenti, per decifrare le ragazze del nostro tempo, emerge che le ragazze guardano il porno. Turandot, ad esempio, che ama la Tosca, lo fa più con attenzione professionale che per eccitarsi. Lei predilige i porno in cui le attrici non sembrano fingere. La ragazza ha due pornostar preferite che ammira “perché sono proprio brave e ci mettono l’anima in quello che fanno“. Chiarisce che il suo interesse professionale nasce dal lavorare in una radio privata, in un programma ove con altri conduttori parlano di sesso. Turandot ha avuto una decina di rapporti, in prevalenza con ragazzi, ma anche con ragazze. Preferisce i ragazzi, afferma, ma trova che con le ragazze s’instaura più confidenza, meno brutalità. Considera il porno uno strumento per imparare qualcosa in materia di sessualità. Una volta ha consigliato a un suo partner di guardare porno in quanto era “impalato, non aveva fantasia, era legnoso, statico“.

Gli adolescenti e la pornografia

Malgrado quanto abbiamo detto e seguirà, anche la pornografia viene considerata dai giovani una scuola di educazione sessuale. Come afferma Matteo Lancini, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro di Milano, “con l’arrivo dell’adolescenza si è chiamati a elaborare psichicamente una nuova condizione di maschi e di femmine quasi adulti, con nuovi desideri e altre responsabilità da gestire“. Barbara Volpi (2014) riferisce i dati del Rapporto Telefono Azzurro, Eurispes 2012 secondo il quale un terzo dei ragazzi (33,9%) ha navigato in siti di immagini pornografiche e che esaltano un corpo palestrato. Per Pietropolli Charmet la rappresentazione pornografica assolve principalmente due funzioni: la funzione conoscitiva di acquisizione delle informazioni sulle “procedure“ sessuali e sulle possibili attività e quella di incanalare, tramite l’osservazione di immagini erotiche, le proprie pulsioni sessuali. Pietropolli Charmet rileva che “il tema della bellezza è sempre stato centrale in tutte le adolescenze, ma ciò che è interessante notare è come ora sia diventato cruciale il tema della bruttezza: oggi i giovani hanno una percezione di se stessi non tanto vicino alla bruttezza, ma alla mostruosità. Molte ragazze ritengono di essere brutte e di dover provvedere alla svelta a modificare le loro deplorevoli sembianze. Pensano di essere brutti i ragazzi che si sono ritirati dalla scuola e dalla società e hanno stretto una dipendenza da Internet e vivono nella realtà virtuale, tutto il giorno e la notte. All’ inizio delle loro dimissioni dalla scuola, dall’amicizia e dall’amore, afferma Pietropolli Charmet, c’è “sempre la percezione della loro diversità rispetto ai coetanei, soprattutto ai compagni di classe, che si materializza sul corpo che diventa perciò strano, inguardabile, fonte di vergogna sociale“. È il fenomeno degli adolescenti “eremiti“ che si ritirano nella loro cameretta. Conclude Pietropolli Charmet che, negli ultimi anni si sono fatti avanti questi nuovi adolescenti, “dominati da ideali di bellezza e di successo che li fanno sentire goffi, ridicoli, bruttini, che è molto peggio di brutti […] Ora mi sembra che la sofferenza per la propria supposta bruttezza sia il problema più diffuso e dibattuto“. Rileva comunque la Volpi un lato positivo in Internet: esplorare la relazione con il partner e la sessualità è parte integrante dello sviluppo adolescenziale e il mondo virtuale ha offerto ai giovani una nuova modalità per scoprire questa importante area di crescita.

Differenza tra pornografia ed erotismo

Tra pornografia ed erotismo è presente una differenza qualitativa: la pornografia, secondo Marzano, è la negazione stessa dell’erotismo e della sessualità. La differenza è nel tipo di rappresentazione che la pornografia ci fornisce della sessualità. Mentre l’erotismo è un racconto — per immagini o in parole — del desiderio che spinge un essere all’incontro con l’altro, la pornografia non cerca mai di raccontare una storia. Se l’erotismo ci parla di corpi che si cercano e si respingono secondo moti interni della passione, la pornografia mette in scena semplici pezzi di carne che si accoppiano secondo regole finalizzate alla rappresentazione del “godimento perfetto“, l’atto sessuale viene mostrato in modo brutale, senza preamboli, come il risultato di un incontro fortuito, dopo il quale non c’è più niente da dire e da fare. L’oggetto dell’erotismo invece è il corpo erogeno, nel suo insieme, in cui si concretizza il desiderio; è il corpo reale non riducibile a oggetto parziale di una soddisfazione pulsionale. Quello della pornografia è invece il corpo/oggetto parziale, parcellizzato e privo di unità, in cui le rappresentazioni erotiche mirano a preservare la possibilità di toccare l’altro e di essere toccati, sia dal punto fisico che psichico. La pornografia, afferma Marzano, non ha nessun legame e parentela con l’erotismo. L’opera erotica è intrinsecamente legata alla rappresentazione della sessualità, cerca di raccontare il mistero dell’incontro sessuale, l’enigma del corpo e il segreto del desiderio. La pornografia, al contrario, non si interessa né ai misteri dell’incontro, né all’enigma dei corpi, si limita a mettere in scena degli individui-automi privi di desiderio. Mentre nella sessualità il problema è l’incontro tra soggetti, nella pornografia si propone una semplice giustapposizione di corpi. Invece di affrontare il tema del desiderio, la pornografia si concentra sul piacere organico, riducendo l’individuo a una “marionetta“ in balia di forze sulle quali non può più esercitare alcun controllo. Anche Carmelo Bene, riferisce Elisa Cuter, sosteneva che “mentre l’erotismo riguarda il desiderio di un soggetto per un oggetto, la pornografia annulla questa differenza tra individui: ciò che viene messo in scena è proprio l’o-sceno, ciò che eccede la scena, ciò che non può essere rappresentato, ovvero l’annullamento della soggettivita”. Bene si pone in linea con quanto affermava in precedenza Susan Sontag nel suo saggio “L’immaginazione pornografica“, del 1969. Afferma Bataille, riferisce Marzano, che “la sessualità umana ha la particolarità di essere ciò attraverso cui l’uomo e la donna si mettono profondamente in discussione, superano la loro solitudine e si abbandonano l’uno all’altro: l’erotismo dell’uomo differisce dalla sessualità animale, in quanto mette in questione la vita interiore. L’erotismo è, nella coscienza dell’uomo, ciò che mette il suo essere in questione“. La sessualità, per Marzano, è lo specchio dell’umanità e delle sue contraddizioni. Rappresenta per eccellenza il luogo in cui l’uomo supera la solitudine e la separazione. Ricordo, a memoria, una frase di Franca Rame che mi piacque molto in cui lei sosteneva che la sessualità fosse “fantasia e creatività“, aspetti questi che in genere mancano nella pornografia.

Pornografia e femminismo

Luongo e Serughetti (2017) affermano che mentre appare sempre più labile il confine tra erotismo e pornografia, c’è da chiedersi se la produzione e il consumo di contenuti “a luci rosse“ resti una roccaforte dell’immaginario maschile oppure possa aprire spazi alternativi e di liberazione per le donne. È stato questo tema da sempre tra i più divisivi per il femminismo, molto dibattuto nel femminismo degli anni settanta e ottanta del secolo scorso in area anglosassone. Da una parte abbiamo avuto femministe radicali come Andrea Dworkin, Catharine MacKinnon, che vedevano nella pornografia uno degli strumenti più potenti di perpetuazione del dominio sessuale maschile; dall’altra femministe “sex positive“, come Gayle Rubin, Pat Califia, Wendy McElroy, convinte che il movimento censorio contro il porno fosse un prodotto del puritanesimo morale e una forma di autoritarismo e che la rappresentazione esplicita del sesso dovesse essere volta a vantaggio della scoperta femminile del piacere. Anche in Italia, affermano le due autrici, c’erano posizioni discordanti: ai collettivi di donne che facevano irruzione nei cinema porno per attaccare la cultura sessista dominante, si contrapponevano voci dissonanti che esploravano il significato della pornografia per le donne. Si chiede Bia Sarasini: “libertarie o bacchettone? È il dilemma che perseguita le femministe, fin dall’origine. Repressive del sesso e dei suoi godimenti, perché odiatrici degli uomini e dei loro modi di praticare il sesso e il piacere? O talmente libere da essere svergognate, insomma mignotte, sempre per l’opinione maschile? È un paradosso che accompagna il femminismo fin dai primi passi“. Si può parlare negli ultimi anni di una rinascita del femminismo anti-porno, con il ritorno di argomenti pro-censura, spesso corroborati dalla crescente preoccupazione per una patologia dalla definizione scientifica molto incerta come “la dipendenza da pornografia“ e la sovrapposizione di questioni psicologiche e morali. È comunque presente, continuano Luongo e Serughetti, la moltiplicazione di pratiche femministe in campo pornografico che mirano a riappropriarsi del mezzo espressivo in funzione liberatoria, dando spazio a rappresentazioni di corpi sovversivi, capaci di rivoltare i canoni della bellezza proposti dalla società dei consumi. È andato insieme crescendo il numero di donne presenti nell’hard, un porno non solo “al femminile“, ma autenticamente “femminista“. Di questa espansione le donne sono sempre più protagoniste, non solo come attrici, ma anche come registe, produttrici e, naturalmente, fruitrici. Concludono Luongo e Serughetti che il mercato dell’hard resta dominato dagli uomini. Pornhub, uno dei siti di contenuti porno più conosciuti e visitati, fa presente che le donne rappresentano il 26% degli utenti, il 30% in alcuni Paesi. Secondo Pornhub il volume di traffico mosso dalla pornografia online è di 99gigabyte di dati al secondo, 92 mld di video, 23 mld di visitatori in un anno. Si chiedono Luongo e Serughetti, al termine del loro intervento, se il porno è una promessa di libertà o una gabbia per il desiderio. Noi, rispondono le autrici, “crediamo che possa essere entrambe le cose. Con qualche misura di ottimismo vediamo, nello scenario attuale in cui molte donne sono impegnate a trasformare la produzione, la narrazione e la fruizione dell’audiovisivo pornografico, l’opportunità per una trasformazione dei significati della rappresentazione esplicita del sesso“.

Le ultime evoluzioni della pornografia

Si è rilevato come si sia verificato nel tempo una penetrazione dei contenuti pornografici nella società e nell’immaginario collettivo, ad esempio nella pubblicità. Federica Fabiani rileva un cambiamento nelle serie TV che è conseguenza dell’ingresso di sceneggiatrici e produttrici nel mercato della serialità televisiva. Altro dato che sembra stia contribuendo a cambiare il mercato del porno è la produzione “fai da te“, i video girati da non attori tra le mura di casa. In questo caso viene condivisa anche l’intimità dei partecipanti e viene maggiormente presentata la storia di chi li produce, i loro contesti di vita abitativa, con un arredamento che è quello della vita di tutti i giorni e non di un set cinematografico. C’è inoltre stata nella pornografia una sempre più diversificazione incasellata e ordinata attraverso generi, categorie e tag. Anche per Nane Cantatore si è presentato nella pornografia il passaggio da una offerta generalista a una sempre maggiore specializzazione, in linea con quello che avviene in qualsiasi produzione industriale. In conclusione possiamo dire che ormai si può parlare di pornografie. Tuttavia sembra troppo presto, dichiarano le autrici, per dichiarare estinto il lungo predominio dello sguardo maschile nella produzione e fruizione dell’hard, con scene che si nutrono di immaginari stereotipati e clichè. Infine si è rilevato il fenomeno dei professionisti del porno che affiancano, alla solita attività sul set, quella formativa verso i giovani che li considerano più affidabili ed esperti di docenti e medici. Si fa presente — e non si può non concordare — che il problema, in Italia, è la presenza così intensa del porno in un vuoto di educazione alla sessualità.

Psicoanalisi e pornografia

Dal punto di vista psicoanalitico, Otto Fenichel (1951) scrive che coloro che amano la pornografia spesso manifestano due atteggiamenti contraddittori volti a rassicurarli.
 1) Il fatto che dettagli concernenti la sessualità sono stampati prova l’esistenza oggettiva della sessualità, per il meccanismo della “divisione della colpa, questo fatto stesso diminuisce il senso di colpa rendendo le fantasie sessuali più “oggettive“.
 2) Nondimeno la sessualità temuta non è reale; si gode di questa per immedesimazione leggendola in un libro, non facendone un’esperienza concreta, e così è meno pericolosa.

In uno scritto dei primi anni 80 di Paolo Perrotti, analista didatta della Società Psicoanalitica Italiana, dunque realizzato prima della grande rivoluzione del web, ma già in epoca di ampia diffusione della pornografia cartacea e video, lo stesso si chiede se la maggiore diffusione di film o spettacoli pornografici dell’epoca sia una maggiore libertà, una maturazione, oppure “morbosamente cova“ nel chiuso di questi spettacoli ancora l’idea della sessualità legata al sentimento di colpa. Perrotti si chiede cosa vogliano dire, che cosa significhino questi film e riviste, per chi li legga e per chi li scriva. Per quanto riguarda i primi, afferma Perrotti, non occorre drammatizzare; dipende dall’età, dal momento, da molte altre cose. Nella sessualità esiste anche il piacere preliminare, cioè qualcosa della vita istintiva che riguarda tappe più antiche del processo di sviluppo. Prima di arrivare al rapporto sessuale si hanno degli atti preliminari che sono certamente una forma di sessualità più arcaica, ma considerabili come un fatto normale. La cosa è molto diversa se una persona si limita soltanto agli atti preliminari. Se la stessa non arriva mai al rapporto genitale normale, si pensa, in questo ultimo caso, che c’è qualcosa di strano nel suo sviluppo libidico. Le forme più antiche si concludono in un orgasmo, senza condurre ad un rapporto. È diversa la situazione della persona che guarda una rivista porno o va al cinema, ma poi ricerca un rapporto sessuale con una ragazza da chi se ne sta tutto incupito soltanto nella vista di quel film, magari con una masturbazione che avviene nella sala stessa e sostituisce un film con un altro. In questo caso, afferma Perrotti, abbiamo un orgasmo senza un rapporto. È una sessualità rimasta a livelli primitivi. Diciamo che si tratta di una situazione patologica perché la figura sessuale umana è stata scartata, fa paura, perché la donna o l’uomo spaventa. Quindi l’angoscia della donna della situazione vivente si stempera nell’immagine, dove può avvenire un’eccitazione. In un certo senso è come se l’immagine pericolosa, frustrante della donna rimanesse legata alla situazione vivente, ed invece nel film tutto l’aspetto angoscioso venisse eliminato e la donna del film fosse a disposizione dello spettatore: non per nulla, conclude Perrotti, in queste storie ci sono donne sempre disponibili. Inoltre chi le produce cerca di riportare lo spettatore nella situazione fantasmatica del bambino piccolo che osserva la sessualità dei genitori e si masturba. Lo spettatore viene invitato a riprendere un ruolo infantile. Perrotti conclude cercando di chiarire chi siano il pornografo, il pornomane, il pornofobo. Questo ultimo è colui che ha risolto i problemi con il proprio sporco interno nel senso di una fobia, di non volerlo guardare. Il pornomane vive queste parti sporche in senso perverso; ne diventa l’amante. La normalità dovrebbe essere rappresentata da colui che supera queste due posizioni ed invece di ritenere sporche queste componenti arcaiche le fa entrare a far parte della sua psicologia, portandole anche ad esiti positivi. Il pornografo è l’autore di una storia sconcia che si offre per essere guardato dai voyeurs.

Per Francoise Dolto (1995) non è raro che certe adolescenti vergini non si dedichino affatto alla masturbazione, soprattutto se queste ragazze, fisicamente e intellettualmente attive e industriose, sono orientate dal desiderio del pene centripeto e se sono soggetti dagli investimenti autenticamente vulvo-vaginali. E questo non per rimozione, ma per ignoranza o perché vogliono aspettare incontinenza un amore oggettuale molto valorizzato.

Bibliografia.

Fenichel Otto, Trattato di psicoanalisi, Astrolabio, Roma, 1951

Galimberti Umberto, Dizionario di psicologia, Utet, Torino, 2006

De Gregorio Concita, Cosa pensano le ragazze, Einaudi, Torino, 2016

Dolto Francoise, Il desiderio femminile, Oscar Mondadori, Milano, 1995

Perrotti Paolo, Il punto di vista psicoanalitico, Inserto: pornografia perché (a cura di Mario Russo) Il giornale dei genitori, La Nuova Italia editrice, Roma, numero 56, 1980.

Marzano Michela, La fine del desiderio, Oscar Mondadori, Milano, 2012

Luongo Monica Serughetti Giorgia, Corpi Sguardi Desideri, Legendaria, 122/2017

Nane Cantatore, La merce empatica, Legendaria, 122/2017

Federica Fabbiani, Come ci piace, Legendaria, 122/2017

Elisa Cuter, Quel desiderio erotico di vedere, Legendaria, 122/2017

Bia Sarasini, Repressive o svergognate, Legendaria, 122/2017

Lancini Matteo, Adolescenti navigati, Erickson, Trento, 2015.

Barbara Volpi, Gli adolescenti e la rete, Carocci, Roma, 2014.

Pietropolli Charmet Gustavo, La paura di essere brutti, Cortina, Milano, 2013.