“Cammina sempre.”

Una ciclosofia di vita e di famiglia

Il tempo, quello non è che ti sia mancato. Però, in quest’ultimo periodo pre- e post- feste (feste…!?) hai trovato tutte le scuse possibili per utilizzarlo in altro modo. Incombenze. Commissioni. Burocrazie sospese da sbrogliare. La banale spesa alimentare. Pulizie di casa, mai abbastanza a fondo come dovresti e vorresti. Rare uscite disimpegnate. Window-shopping. Tutto, pur di non fermarti a scrivere. A mano e su carta, sul nuovo diario rosso fuoco che ti sei comprata a inizio anno. Sui tasti e sullo schermo del vecchio Mac, quello grosso; o sul nuovo Mac, quello piccolo. Fatto sta, che ti pare un secolo che non scrivi. Scrivere qualcosa che non sia una lista della spesa, o delle cose da fare — appuntamenti, telefonate, solleciti — al limite, qualche creativa lettera dell’assurdo che accompagni l’ennesimo curriculum.

Accadimenti di vario genere, comunque non lieti, hanno assorbito le tue energie; le hanno divorate con gusto, digerite e infine risputate, sotto forma di spossatezza e sonnolenza. Risultato: un impellente, improcrastinabile bisogno di riposo, di stacco, di ricarica. Modalità OFF, da tutto e da tutti.

Che le tue energie, fisiche e psichiche, stessero tornando in circolo, l’hai capito ieri, quando in maniera del tutto inaspettata e non programmata hai percorso in bici non sai quanti chilometri: 10? 20? Più 20 che 10, quasi 30? In ogni caso, abbastanza per ritrovarti all’improvviso da una provincia abruzzese all’altra, e per essere fiera di te quando alla fine guardi l’orologio (tenuto accuratamente nascosto per tutta la durata della tua pedalata: non volevi spaventarti pensando

Oddio quant’è tardi!

Tardi: e tanto chi ti aspetta, Franca? Chi ti corre appresso?

Nessuno.

Hai impegni oggi?

No.

E allora?

Allora vado),

e ti rendi conto che, dall’uscita al rientro, sono passate ben due ore. 15.30–17.30. Due? Ore?? E quando mai hai trascorso tanto tempo in sella alla tua bici… una Vicini che hai ribattezzato Ingrid, in omaggio a una delle tue attrici preferite, e che ti accompagna da trent’anni nei tuoi giri; rossa metallizzata, dotata di eleganti freni a bacchetta, molto vintage e molto concupiti da chi se ne intende. Apparentemente leggiadra, in realtà pesantina, eh… tutta ferro, e con i suoi bei segni del tempo addosso, ma portati con dignità.

“Catorcio” a CHI?

Palesemente inadatta ai percorsi impegnativi, Ingrid finora si è sollazzata con rilassate, piatte escursioni sulle piste ciclabili del lungomare, tranquilli giri cittadini, estive spedizioni in gelateria, brevi e circospette sortite invernali. Ed è appunto ieri, mentre segui la solita ciclabile, che senti la voglia di non fermarti al solito terminale cieco. Stavolta vuoi, devi andare avanti, pedalare ancora, vedere cosa c’è dopo quella pista interrotta a tradimento.

In realtà, cosa c’è dopo lo sai già; ma lo sai solo dal punto di vista dell’automobilista. Quello che ancora non sai, è se ce la farai a spingerti oltre, a uscire dai percorsi soliti contando sulle tue sole forze, usando le tue gambe e il tuo cuore come motore. E poi a ritornare, sana e salva.

La lunga, agevole pista ciclabile si arresta in parallelo alla spiaggia, in un lungo tratto seminascosto fatto di listelli di legno sconnessi e per gran parte insabbiati (tira pure vento, sì): una stradina-ina-ina, riservata a radi pedoni curiosi e a quei pochi fortunati residenti che godono di un affaccio praticamente privato sul mare. E tu lo sai eccome, che le ruote e le camere d’aria di Ingrid (leggere, sottili, nient’affatto a carrarmato) non sono fatte per percorsi di quel tipo: loro, la sabbia mica l’aggrediscono spensierate come quelle di una mountain bike! Loro, nella sabbia ci si affossano, sprofondano… o almeno così pensi, ricordando tutte le volte che hai esitato di fronte a dune e dunette, rallentando e restandoci, infine, impantanata.

Stavolta invece segui l’istinto: metti Ingrid leggermente di taglio e ti inoltri impavida nelle sabbiose montagnole, spingendo ancora di più sui pedali, pensando positivo, facendo come se. Come se avessi le ruote adatte, il mezzo giusto, le condizioni giuste; accelerando e cercando semplicemente di attraversarle; cercando di non pensarci, di andare e basta, incurante di tutto il resto.

A balzelloni; col fiato — fiatone — sospeso, scacciando il mantra mentale Adesso mi pianto qui e non ne esco più; con la forza della disperazione, opponendoti all’inerzia insidiosa della sabbia che minaccia gli ingranaggi di Ingrid… superi le dune e pedali su, su, su verso un breve spiazzo in cemento, e — sorpresa! — ecco davanti a te un altro luuuuuuuungo tratto di pista ciclabile, semicancellata e sbiadita dal tempo ma ancora perfettamente percorribile.

Adesso puoi respirare Franca, guardarti intorno.

Alla tua sinistra il mare, testimone imperturbabile delle tue imprese, calamita di ragazzi armati di smartphone a caccia di liquidi tramonti; alla tua destra seconde case vuote, sfitte e/o in vendita (ricordati Franca di prendere nota!, Ma chi può essere così pazzo da volersi vendere una casa sul mare?), i muri intaccati dalla salsedine e le persiane sconnesse: sembrano farti l’occhiolino, Hai visto Franca, che cosa ci voleva? Provarci, tutto qui.

Ingrid scorre liscia e felice sulla pista, le tue gambe ormai vanno da sole; sei in un’incantata condizione di flusso, di presenza e insieme di assenza, come quando scrivi di qualcosa o a qualcuno a cui tieni, e dimentichi tutta la fatica fatta; il vento a favore ti spinge laggiù dove sei stata tante volte da automobilista, da passante… ma mai, prima d’ora, da ciclista. Su due ruote è diverso, ti senti parte integrante del paesaggio, lo vivi a fondo: in questo ti senti un po’ motociclista, ripensi all’incipit de Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, con la differenza che adesso il motore sei tu, e che puoi contare soltanto sulle tue forze.

Quella che senti adesso non è euforia, non ancora: è calma; soddisfatta, placida calma, una cascata di endorfine che scorre sui tuoi pensieri, sui tuoi problemi. Visti da qua, sembrano così lontani, leggeri… mille e mille pedalate fa. Hai forze e risorse inaspettate Franca, non te lo dimenticare mai, sussurra Ingrid. Se solo… se solo ci provi, a rimetterti in sella, a pedalare e a non fermarti di fronte agli ostacoli che ti sembrano insormontabili! Potresti avere belle sorprese, molto belle. Guardare le cose da un’altra prospettiva, scoprire nuovi punti di vista, ammirare nuovi panorami.

Pastello preserale

Come questa luce rosata, che si appoggia sulla superficie del mare e lo accarezza. Come queste coppie di persone mature, che passeggiano tranquille a braccetto sulla strada, incuranti del vento freddo — si proteggono, loro, passandosi il calore da un braccio all’altro e viceversa. Li guardi, ti guardano: vi scambiate cenni del capo, sorrisi taciti. Nessuno chiacchiera, tutti contemplano. Il mare, la strada, se stessi, gli altri. E soprattutto, camminano. Continuano a camminare, non si fermano. Ti torna in mente tuo padre, la sua massima preferita: “Cammina, cammina sempre”. La sua personale ricetta, la sua soluzione a tutti i problemi: vai avanti, non ti fermare. A cui seguiva, spesso e volentieri, il detto popolare: “Chi si ferma è perduto!”.

Grazie per avermelo ricordato, papà.

La pista ciclabile termina pochi metri prima di una rotatoria, gonfia di automobili e camion ansiosi di autostrada. Il puzzo degli scarichi che ingolfano la Statale Adriatica già s’infiltra nel respiro del mare, il sole sta calando, e i fanali di Ingrid non funzionano: li aggiusterai per la prossima volta. Un sorso di tè bollente dal termos e dietrofront, per ora. La prossima volta, magari, andrai oltre. Da automobilista, sai già che ti troverai davanti un lungo tratto non ciclabile e molto esposto al traffico, ma ci proverai lo stesso, a passare; a trovare un varco, un passaggio, un espediente per andare a vedere cosa c’è oltre, lungo quella Via Verde della Costa dei Trabocchi, la fantomatica pista ciclopedonale che da tanti, troppi anni gli amministratori locali sognano e progettano… Sogni, già. Progetti, perfino. Quand’è stata l’ultima volta che hai osato farli, Franca?

A volte bisogna andare fino in fondo

Ahia, sei controvento adesso. E come pizzica, st’arietta! Alzi il bavero del piumino, rincalzi il cappello, fletti le mani guantate sui manubri di Ingrid; e il cappuccio, te lo metti? Nah: si gonfierebbe di aria fredda, farebbe pure resistenza. Pedala allora Franca, su. Pedala e basta, non pensare. Cammina, cammina sempre, e non dubitare mai delle tue forze, delle tue risorse. Anche quando fuori fa freddo e hai il vento a sfavore: ce la puoi fare. Ce la farai. A ritrovare, a riconquistare una tua dimensione di vita e di scrittura, la precaria stabilità di un lavoro, il calore di un abbraccio. A patto però che non ti scoraggi; quello non puoi permettertelo, non devi. Perciò, pedala, cammina. Cammina sempre.

The long and winding road