Chiudere un cerchio, amare una casa.

Home is the place where, when you have to go there, they have to take you in. (Robert Frost)

Casa è quel posto in cui, quando ci devi andare, ti devono accogliere.

Nella vita hai cambiato casa varie volte, ma forse soltanto una l’hai sentita come tale, ti ci sei sentita a tuo agio, accolta; essendo in affitto però, non sarebbe mai stata davvero “Casa” tua.

Casa. Che bella parola. Il posto dove rifugiarsi, raccogliersi, farsi accogliere, riconoscersi, rispecchiarsi, vivere ed amare; il proprio posto nel mondo. Così dovrebbe essere, in un mondo ideale, in una vita ideale.

E poi c’è la realtà, che è tutt’altra cosa. C’è un’altra casa, alla quale hai fatto spesso e malvolentieri ritorno, ma che non hai mai sentito come tale, pur avendo, almeno in teoria, i presupposti per diventarlo.

Ci entri per la prima volta nel 1970, quando a tuo padre, agente di polizia penitenziaria, viene assegnata una nuova sede di lavoro, in un’altra città: Pescara, carcere di San Donato, come da omonimo quartiere (schifato come “il Bronx” dai concittadini più snob). All’epoca vivete a poco più di venti di chilometri di distanza, a Chieti; un percorso più che fattibile in automobile o con i mezzi pubblici, ma tuo padre non ha ancora preso la patente né pare ansioso di pendolare, così tu e tua madre lo seguite, a ruota e a malincuore.

L’amministrazione penitenziaria vi ha riservato un appartamento di medie dimensioni in un condominio popolare di recente costruzione, destinato ad essere via via riempito da 18 famiglie di colleghi di tuo padre. La maggior parte di loro si è già insediata, scegliendosi con comodo gli appartamenti migliori; ne restano ancora due liberi, alle estremità opposte del caseggiato: uno esposto a nord e quindi piuttosto buio, ma al terzo piano, senza nessuno che ti cammina in testa; l’altro decisamente più luminoso, a prendersi tutto il sole del mondo su tre lati, ma al secondo piano, sandwich tra inquilini chissà quanto invadenti e rumorosi. Tua madre però per prima cosa pensa alla luce — “la luce. Appena ci sono entrata, mi ha colpita la luce: era la cosa più bella dell’appartamento, e ho pensato che non mi importava niente di stare in mezzo”, ti ha ripetuto spesso nel corso degli anni, quasi a giustificarsi, a scusarsi –, tuo padre ai cinque minuti a piedi che ci vogliono per arrivare al lavoro: la famiglia Di Muzio firma dunque il contratto di affitto con L’Istituto — oggi ATER, ai tempi INCIS.

L’ISTITUTO. Più che una parola: una presenza, un’entità che da quel momento aleggerà sulle vostre vite per circa dieci lustri.

Da tutti i coinquilini, capifamiglia impiegati statali e relative famiglie provenienti da ogni parte dell’Abruzzo, soprannominato “L’Isctitùte”: un appellativo pronunciato con accenti variabili dalla rabbia al livore alla rassegnazione all’indignazione, a seconda delle nefandezze di cui lo si accusava.

Tra i tuoi ricordi di bambina più vivi, le serate agitate dalle liti delle assemblee di condominio, in cui i capifamiglia cercavano punti di accordo per far fronte comune di fronte alle pretese e/o alle negligenze dell’Isctitùte; e quelle liete dei Capodanni, dei Carnevali, delle recite e delle feste di compleanno allestite nello spazio comune del lavatoio al piano terra… ma non è in questa sede che ne parlerai. Quello che vorresti raccontare adesso è invece come, a distanza di tanto tempo, un cerchio, un cerchio amplissimo, più che un cerchio un’ellisse!, si sia chiuso; e per farlo devi prima ricordare quando L’Isctitùte è ufficialmente diventato anche per te, non solo per gli adulti dell’epoca, un Moloch insormontabile, una scimmia insolente dagli occhi, orecchie e bocca perennemente chiusi.

Inizi ad intuirne la natura ottusa osservando tuo padre, i suoi sforzi comuni e isolati, il suo lavorio incessante per avere ragione, far valere le sue, le vostre, le loro ragioni.

Tuo padre, che dotato di una pazienza sovrumana, insiste e persiste: piano piano, tempo al tempo, ce la farete.

A farvi ascoltare.

A ottenere quello a cui aspirate, a cui avete diritto.

A fare una vita decorosa, una vita da proprietari, lì dentro.

Lo vedi lavorare, lavorarci in quella casa, cercando a suo modo di migliorarla: ristrutturazione del bagno, allestimento di una pseudoveranda sul balcone della cucina; lo ascolti stringere e sciogliere alleanze con altri condòmini, assoldare avvocati per chiedere all’Isctitùte di trasformare le rate di affitto in rate di mutuo, ma l’Isctitùte se ne frega; sbattere contro muri di gomma, rimetterci inutilmente tempo e denaro, imprecare; e dopo qualche mese riprendere, con rinnovato slancio e fiducia.

“Piano piano, Tempo al tempo”.

Il proverbio di chi non si arrende.

Don Chisciotte

Il tuo rapporto personale con l’Isctitùte, invece, inizia esattamente il giorno dopo la tua laurea. La lieta notizia dilaga rapidamente in tutto il circondario: sei la prima a fregiarti di un tale titolo, non solo nella tua famiglia, ma anche nel tuo condominio; tutti i vicini vengono a farti i complimenti: sei ufficialmente una persona istruita, e dato che la conoscenza è forza, l’ignoranza debolezza, adesso che hai una laura potresti, anzi dovresti farti paladina delle giuste istanze e delle lunghe battaglie dei condòmini, che hanno appena cacciato l’ennesimo amministratore corrotto e deciso di amministrarsi da sé… forti del tuo dotto sostegno. Armiamoci e partite!

Paolo Uccello, “Battaglia di San Romano” — Firenze, Uffizi

Provi a spiegare che tu hai studiato Lingue, non Giurisprudenza, ma loro fanno i sordi e i ciechi: sei allo stesso tempo una di loro e una che ci capisce, una persona istruita. Più che istruita: hai una laura! Alla fine cedi, lasciandoti (con un certo ingenuo orgoglio, devi ammetterlo) investire di una missione: ottenere di volta in volta, Giustizia.

Hmmmm. Forse dovevi studiare Giurisprudenza, Fra’. O fare la sindacalista.

Da quel momento in poi, non hai più pace. Ogni volta che esci di casa, c’è qualcuno che ti chiede, ti pressa, ti assilla, ti allerta, ti avvisa, ti informa.

Oh, ma io avrei pure una vita da vivere!, pensi. Ma vivi pur sempre in una comunità, Franca, non sul Monte Athos; non puoi tirarti indietro, devi fare la tua parte: come? Come meglio sai fare: scrivendo.

La tua unica arma, le parole.

Con le parole, da un lato provi a difenderti dall’invadenza, dalle chiacchiere e dalle proteste (se pur legittime) dei coinquilini; dall’altro, a difendervi dal silenzio omertoso dell’Isctitùte. Parole, parole, parole che compongono innumerevoli, circostanziate, puntigliose lettere di richiesta di intervento, che poi passerai a far firmare a tutti gli abitanti del caseggiato.

Chi le dice, e chi le manda a dire.

E avanti così, praticamente all’infinito, in un lungo e tormentato rapporto epistolare che seguirà sempre lo stesso, nevrotico schema: arriva un vicino qualsiasi e ti apostrofa,

Ah Fra’…

Dimmi.

L’hai visto, quel tombino otturato/quel balcone incrinato/quel portone rotto/quel citofono che non funziona… lo sai, vero, che a fare quei lavori, ci deve pensare l’Isctitùte! Non noi!

Sì, lo so.

Ecco, allora, io pensavo: se tu…

…Tu che c’hai una “làura”, e che l’itagliàno lo sai bene, gli scrivi una bella lettera all’Isctitùte!, a chìlle fije di ‘ntrocchia: che se gli scrivi tu, non è come se gli scrivo io, che c’ho solo la quinta alimentare! Quelli, a te, ti devono stà a sentì per forza! Qualcosa, ti devono rispondere! Qualcuno, deve intervenire! E tu poi, in fondo alla lettera, vicino alla firma tua, mettici Dottoressa, eh, mi raccomando! Che mica stiamo a dire le bugie, qua… ti sei laureata, no?! E allora, scrivi!

…Tu che sei una giornalista, scrivi!, scrivi una bella lettera all’Isctitùte! Che quelli, se lo sanno che tu scrivi su un giornale, si mettono paura! E voglio vedè se non ti rispondono, poi! Almeno qualcosa riusciamo a fa’ fà!

…Tu che sei una scrittrice, scrivi! Scrivi racconti, hai scritte pure ‘nu libbre: e che ti ci vuole, a scrivere pure una bella lettera all’Isctitùte? Così gli racconti che con tutte le scosse di terremoto che c’abbiamo avuto qua, il pavimento del lavatoio è mezzo sprofondato: 15 centimetri!, l’hai visto no?, e mi raccomando: mettici in copia ivigilidelfuoco ilprefetto ilsindaco l’assessoreailavoripubblici l’assessoreaiservizisociali, l’assessorealledilizia, ilpresidentedellaregione, ilpresidentedellaprovincia, che qua ci devono venire a vedere, che ci sono le crepe sui muri, che stiamo messi ‘na ciofeca, che non è giusto che i lavori di ristrutturazione a tutte le altre palazzine Ater di Pescara le fanno, e a noi qua a San Donato no?!?! ‘Sti ladri… buoni solo a prenderai gli stipendi! Dicono che non c’hanno i fondi: ma quando?! Ma se stava scritto pure sul Centro, che gli sono arrivati non so quanti milioni di euro per rifarci le case nuove… ma tanto tu sei una giornalista, queste cose le sai già!

Lo so, lo so, LO SO.

In quei momenti te la pigliavi con tuo padre, e con la sua riottosità a prendere la patente. Se non l’avesse conquistata tanto tardi, a quarant’anni suonati, tu adesso non ti ritroveresti qui, nel Bronx, a fare la scrivana conto terzi; se avesse almeno voluto fare il pendolare, avresti continuato a vivere a Chieti, in una casetta autonoma al piano terra, nella quiete della periferia sconfinante nella campagna teatina; non al secondo piano di un condominio, circondata da una moltitudine di vicini nel rumore della periferia pescarese, assillata da istanze impossibili, oppressa dall’Isctitùte.

Al che lui ti replicava: Franca, ma prima o poi anche da lì ce ne saremmo dovuti andare… anche a Chieti, eravamo in affitto.

L’eterno vagare, l’eterno dipendere, l’eterna incertezza dei senza Casa.

Comunque.

In qualche modo, sopravvivi. Cresci, esci, scrivi, ti emancipi, e finalmente arriva il momento in cui da quella casa te ne vai. Perché non ne puoi più, dell’Isctitùte e dei vicini, e perché puoi farlo. Hai un lavoro stabile, puoi finalmente spiccare il volo fuori dal quel nido spinoso, che non hai mai sentito davvero come “Casa”. Vivi in altre città, altri appartamenti, ti innamori, ti disamori, ti allontani da quella casa… ma alla fine, tra un lavoro e l’altro, tra un amore e l’altro, finisci sempre per tornarci: come se ci fosse una molla, un cerchio che non si chiude mai e che ti costringe periodicamente a rifarci i conti.

Finché giunge l’ora del riscatto. “Riscatto” in senso letterale, ovvero la possibilità di acquistare a un prezzo cosiddetto di favore e in via preferenziale l’abitazione in cui avete trascorso tanti anni.

Succede infatti che un bel giorno L’Isctitùte, a corto di soldi dopo tanto magna magna e supportato da una legge ad hoc, decide di vendere parte del proprio patrimonio immobiliare e manda lettere a tappeto a tutta la città, a tutto il quartiere, in una vera e propria “call to action” popolare: passare da inquilini a proprietari!

Basta trovare i soldi per l’anticipo e il resto, in comode rate.

Con i tuoi fate due conti, racimolate una somma sufficiente e dilazionate il resto in dieci anni; avreste preferito fare diversamente e pagare tutto in una volta, ma nel frattempo hai perso il lavoro, la pensione di tuo padre è quella che è, ed è già tanto impegnarsi a pagare per 10-anni-10. Ma, piano piano, tempo al tempo, in qualche modo, pensi, ce la farai, ce la farete… confidi nella Provvidenza, nella Fortuna, nel Culo, e soprattutto nel farsi un culo così. È il luglio del 2008.

Tutto a posto dunque, un passo importante è stato fatto; se non fosse che nell’atto d’acquisto, redatto secondo tutti i crismi, ci sarebbe un punto, una cosa da niente, risolvibile con una breve (!), comoda (!!) spedizione negli uffici comunali: la casa che avete acquistato è priva di agibilità. O abitabilità, come si diceva una volta. Insomma, proprio in regola non è.

EH?

Noooo tranquillo!, nel 2008 si può ancora fare, è tutto legale!, l’agibilità è solo una formalità: potrete sempre farvela fare voi stessi in un secondo tempo, con comodo, è solo che adesso l’Isctitùte non ha tempo per andare a ritrovare tutte le carte per tutti, e con tutti i passaggi che ci sono stati, poi: INCIS, ATER, e con tutti gli edifici che gli tocca amministrare!

Dai Franca, in fondo la cosa (anzi, la casa) non è tanto drammatica: l’importante è che un bel giorno non dovrai più, mai più pagare l’affitto!, e che quelle rate che con i tuoi andate smaltendo stiano andando a buon fine.

“Un Domani…”, finito di pagare, penserai all’agibilità.

Piano piano, tempo al tempo.

Una rata dopo l’altra, passano cinque anni; cinque anni di bollettini, di sacrifici, di conticini da lumachine-formichine ma dai, siete arrivati a metà del guado, da adesso in poi sarà tutta discesa! L’obiettivo Casa sembra più vicino; certo, è ancora troppo presto per mettersi a fare il conto alla rovescia, ma concedersi un moderato ottimismo sì: tanto più che nel frattempo hai ritrovato Lavoro, a tempo indeterminato.

Ottimismo! Pensiero positivo! Volere è potere!

Poi ti piomba addosso l’anno più brutto della tua vita, il 2014: quello in cui tuo padre muore, tua madre si ammala, e tu vieni messa in cassa integrazione e poi licenziata. Ti tocca lasciare la tua confortevole, moderna, nuova, mansarda in cui ti senti quasi a casa — manco a dirlo, in affitto (alto), ovattata in un silenzio che neanche un convento — e tornare a stare in quell’ambiente fin troppo pop (le famiglie degli ex impiegati statali, adesso sostituiti da famiglie dalla dubbia fedina penale e dall’incerto reddito), in quel condominio, in quella vecchia casa tanto sofferta. Che stai comprando sì, ma certo non con l’idea di andarci a vivere. Piuttosto venderla, o affittarla agli studenti: vicina all’Università e alla nuova stazione ferroviaria, ben collegata alla città dai servizi pubblici, con le Poste e tre supermercati a cinque minuti a piedi, luminosa… i suoi lati positivi ce li ha, in fondo. Sempre una casa, è.

Every cloud has a silver lining

“Se la vita ti dà limoni, tu fanne limonate”, dice un proverbio inglese; e tu di limonate ne fai a ettolitri. Sopravvivi. In attesa di finire di pagarla e sbarazzartene, provi a vivertela in prima persona, quella casa, dopo che anche tua madre la lascia, per essere ricoverata dove altre mani, altre persone potranno prendersi cura di lei a tempo pieno.

Fai finta che sia, fai come se (quella) fosse la tua vera Casa.

Te la vivi, da sola e con gli altri.

Ci cucini.

Ci dormi.

Ci fai nottate insonni.

Ti ci innamori, disamori, ri-innamori.

Ci soffri e ci fai soffrire.

Ci leggi, ci scrivi racconti e articoli, inizi persino a scriverci un libro, un libro di racconti sul tuo quartiere, spremendo spunti di narrazione da quello che vedi e soprattuto senti intorno a te: caos ma anche vitalità, miserie nere e ricchezze sospette, persone-personaggi, e di racconto in racconto inizi a farci i conti, ad affrontare il tuo rapporto con quella casa per quello che è, e con la tua vita, per quello che è.

Mai rapporto fu più ambivalente e altalenante. Con picchi di Amore, Odio, Noia, Gioia.

A un certo punto, si materializzano nel tuo conto corrente dei rimborsi inaspettati (la Provvidenza, la Fortuna, il Culo): decidi di utilizzarli per estinguere il mutuo in anticipo e la relativa ipoteca.

Fai il tuo ingresso trionfale negli uffici dell’Isctitùte, dove l’impiegato ti guarda come se fossi appena discesa da Marte — prima di allora, tra gli aspiranti proprietari nessuno aveva mai, mai presentato una richiesta del genere: un ultimo modulo da compilare, questa è l’ultima lettera che gli scrivi, all’Isctitùte, e stavolta la firmi soltanto tu. Siamo nel 2015.

Da allora, provi l’ebbrezza e la libertà di pagare soltanto delle esigue spese di condominio: di essere proprietaria, a tutti gli effetti. Ahhhhh. Ti senti…. leggera, libera, sgravata di un peso enorme, come un malato a cui hanno sbagliato una diagnosi infausta.

Però… però!, ti resta ancora un tarlo. E se tu, “Un Domani…”, da lì volessi andartene? Venderla, quella casa conquistata e pagata a fatica, o affittarla: come la metti, con il fatto che non ha ancora l’agibilità?

Nel frattempo il lavoro urge e langue, a corrente alternata, insieme ad altre cose, e “Un Domani…” diventa oggi, il più presto possibile: devi andartene da lì Franca, sei stufa marcia di stare lì, vuoi cambiare casa, cambiare vita. Così pensi e dici, ma nel frattempo vai pian piano personalizzando l’ambiente, spostando, buttando e ricomprando mobili, su tutti quello che più ti somiglia: una libreria a tutta parete fatta su misura,

- Ma se poi questa casa te ne vai, con questo questo po’ po’ di libreria che ci fai, dove la metti?

- Come, che ci faccio? Me la porto appresso!

- Sarà. Difficile però che la ritrovi, una casa con i soffitti così alti e pareti così lunghe…

- La troverò, la troverò.

Prima però, devi procurarti la cavolo di agibilità e solo dopo, con quel pezzo di carta in mano, potrai fare il cavolo che ti pare… quasi come se avessi una “laura”!

Per inseguire questo sogno, fai ricorso alla Famiglia: tua cugina ingegnere, che dopo lunghi e ostinati lavori di scavo negli archivi di Isctitùte, Prefettura, Stato e Comune, riesce a ritrovare il pezzo di carta più importante, fondamentale: un certificato di collaudo statico, redatto all’epoca della costruzione del palazzo; se non ci fosse stato, non avreste potuto fare nulla.

Per fortuna invece il collaudo esiste! Adesso devi “solo” pensare alla conformità delle certificazioni energetiche.

Salta subito fuori che l’impianto elettrico non è a norma — ovvio, mai stato toccato in quasi cinquant’anni! O meglio: a norma lo era nel secolo scorso, ma oggi…

Ti informi, giri, chiedi preventivi e alla fine assoldi un bel quartetto, composto da tre elettricisti e da un muratore-imbianchino; messi assieme, hanno gli stessi nomi dei quattro evangelisti, ti pare un buon segno.

Perciò, senza ulteriore indugio, appena rientrata da un’esperienza in Fiera che ti ha tirata fuori dalla tua comfort zone, affaticata oltre misura ma anche — soprattutto — reso fiera di te, ti immergi nel caos del rifacimento dell’impianto elettrico, che per crudezza e pesantezza e invasività paragoni a un intervento a cuore aperto.

Tagli, demolizioni, rotture, aperture, buchi, ricuciture. Senza anestesia e senza tranquillanti, aaaaarghhhhhhhhhhhhhhhh.

Casa tua, sventrata. “Ogni cosa è impolverata”, twitti, sentendoti tanto spiritosa nella tua parodia del libro di Safran Foer.

Ogni cosa è impolverata

Montagne di calcinacci, polvere ovunque, fine e impalpabile, fin dentro i cassetti chiusi; polvere in quello che mangi, polvere tra i tasti del computer sul quale scrivi questo pezzo, polvere sulle tute e sulle scarpe antinfortunistiche di uomini nerboruti che vanno avanti e indietro tra le tue stanze, in alto e in basso sulle tue pareti, manovrando e mettendo in azione macchinari pesanti, puntuti, pericolosi, tirando fili, piazzando prese e interruttori. Diretti e semplici, forzuti e gentili, te li coccoli il più del possibile, riempiendo più caffettiere in cinque giorni di quante tu ne abbia mai riempite in cinque anni, tollerando le loro sigarette (sul balcone).

Nel frattempo cerchi anche di lavorare, e scopri che nel caos del trapano in azione, delle finestre spalancate a far uscire la polvere, delle chiacchiere degli operai lavori meglio, che con delle persone indaffarate intorno tu stessa lavori meglio, sei più produttiva, più attiva, reattiva: chi l’avrebbe mai detto? Non ti piaceva tanto, la pace da convento? Non avevi bisogno di assoluto silenzio, per scrivere? Mah, a quanto pare riesci a vivere pure in una “Apocalypse Home”.

Adoro il rumore del trapano al mattino!

Sarà che hai in testa un obiettivo: ottenere l’agibilità, e che questo ti fa sopportare qualsiasi cosa. In più, sei convinta che lo spostamento dei mobili e lo sventramento delle pareti stiano avendo un effetto positivo sull’energia della casa, sul suo feng shui che, per cinquant’anni, ha dormito sonni beati. Beati, oddio… piuttosto, un letargo prolungato, un sonno mortifero, dominato dallo spettro dell’Isctitùte, che adesso è come se fosse stato scacciato, e questa casa stesse acquistando finalmente un’anima. La tua.

L’ultima mattina di ristrutturazione, crolli. I quattro evangelisti, più (già che ci sei) l’addetto alla sostituzione delle reti delle zanzariere, stanno per arrivare, e tu ti senti male. Nausea, pancia a palloncino, brividi e gambe molli: colpa dello stress, dei nuovi biscotti mangiati a colazione, dell’ansia da pagamenti incombenti, della prospettiva faticosa delle pulizie, di quella domanda che, adesso che il frastuono dei trapani si è placato, ti risuona in testa: “E Adesso, che faccio? E adesso, come faccio?”

Adesso: rimettere tutto a posto, pulire tutto, buttare cianfrusaglie inutili, riordinare… oddio! Non puoi crollare proprio adesso, Franca, non puoi.

Confidi il tuo sconforto al muratore-pittore, l’uomo più serafico del mondo — il suo motto: Calma e gesso.

“Marco, guarda che casino! Come faccio, a rimettere tutto a posto, da dove comincio? Non ce la posso fare…!”

“Piano piano, tempo al tempo”, ti risponde sorridendo.

Gli sorridi di rimando. San Marco da San Donato, che adesso dipinge, ridipinge tutto, pareti e soffitti, rivestendole di un velo candido, immacolato; e tu appresso appresso a pulire, a riordinare, a sgombrare: un mobile alla volta, una stanza alla volta, un giorno alla volta, dall’interno all’esterno della casa, lasciandoti per ultimi i balconi, e per ultimissimo il balcone della cucina, ex veranda intasata di mobiletti stipati di cianfrusaglie assortite, e che reca ancora oggi tracce di un passato troppo passato, un passato remoto, incarnato in uno strato di pesante plastica dura che ancora riveste la ringhiera originaria.

Da che sei lì, non l’hai mai vista nuda, quella ringhiera; e nessuno ti ha mai visto nuda, nessuno ti hai mai visto le nudità, nessuno vi ha mai sbirciate sotto la gonna, a te e tua madre: ci ha pensato tuo padre a proteggervi, a castrarvi, avvolgendoci attorno uno spesso telo di plastica dura, fissandocelo con fil di ferro bordato da assicelle in legno, togliendo così visibilità dall’esterno — ma anche tanta luce all’interno. Barattando così la privacy, il non permettere ad altri di guardare sotto le vostre gonne (capirai!) con luce e apertura al mondo.

Senza saperlo hai vissuto, e ancora vivi, in una “casa di ringhiera”, Franca; lo scopri adesso, dopo quasi cinquant’anni. Ecco allora l’ultima cosa che devi fare per farla respirare quella casa, ridarle anima: lo capisci guardando quel brutto plasticone appiccicato alla ringhiera come una cozza allo scoglio, ingiallito dal tempo, riverniciato non si sa quante volte da tuo padre. Perciò, prima che l’ultimo evangelista se ne vada, mentre si beve l’ultimo caffè sul suddetto balcone, gli chiedi un ultimo favore:

“Marco… non ne posso più di vedere ‘sta plastica qua fuori, ‘sta specie di paravento!”

“La vuoi togliere? Si può fare. Poi però dovremo scartavetrare e riverniciare tutta la ringhiera!”

“Lo so, ma per me l’importante è togliere ‘sto coso, adesso, subito! Per favore. Alla ringhiera penseremo dopo.”

“OK!”

Recupera tenaglie, pinze e forbici e si mette all’opera seduta stante.

Fuori di te dalla gioia, lo aiuti estraendo chiodi arrugginiti e legnetti marci incastrati tra plastica e ringhiera, e tempo cinque-minuti-cinque emerge il risultato, sfolgorante.

E la Luce fu.

Pensi alla luce di cui parlava tua madre, la luce che tanto la colpì al suo primo ingresso: quella luce.

Pensi a tuo padre, e a quanto ci ha lavorato, in buona fede, oscurando parzialmente quella luce, mettendoci una “protezione”: dagli sguardi altrui. Dalle intemperie. Da quel quartiere troppo invadente, popolare, dove praticamente ogni balcone era stato trasformato in veranda, forzata propaggine dello spazio domestico, fortezza protetta dagli assedi.

Pensi a tua madre, e a quante volte ci si è affacciata, in quella luce mozza, sicura che nessuno le sbirciasse sotto le gonne, o di non soffrire vertigini.

Pensi… no, non pensi: senti quanta aria, quanta luce, quanto spazio hai guadagnato, con una semplice, breve, incruenta operazione di rimozione.

Respiri. Per un incantato istante, ti senti in totale armonia con l’universo, con quella casa, con la tua vita. Imperfetti, ma vivi.

E adesso che hai praticamente finito, che fai?

E ADESSO?

La domanda insidiosa, insolente che tutti quelli che tanto hanno penato per raggiungere un obiettivo, una meta, coronare un sogno fanno a se stessi, a traguardo raggiunto.

E adesso, questa Casa potrai: chiuderla del tutto, aprirla ancora di più, venderla, affittarla… continuare a viverla tu, o farla vivere ad altri; in ogni caso, farci davvero quel cavolo che ti pare. Un cerchio della tua vita, un cerchio lungo quasi cinquant’anni, si chiude: amare una casa è anche lasciarla — e lasciarsi — andare.

Mamma (guardando questa foto): Che bello… pare di stare a New York, adesso!

Figlia: Certo, mamma: nel Bronx!