Cuore Matto

Keith Haring, “Untitled”

Addà passà ‘a nuttata.

(Eduardo De Filippo)

Apri gli occhi. Un bel lampadario spento, sobrie volute di ferro battuto e vetro soffiato, ti pende addosso. Accanto a te un corpo alle prese con i piccoli movimenti a scatti che precedono il risveglio, quel corpo il cui calore e il cui respiro ti hanno fatto compagnia in una notte che sembrava non finire mai.

Dalle tendine di lino leggero con bordo ricamato su vetri doppi su persiane abbassate per metà filtra il giorno. “C’è il sole”, senti dire da qualcuno fuori; sarà il vicino che porta a spasso il cane. L’idea del sole ti mette voglia di alzarti e spalancare le finestre, ma il tuo corpo rifiuta di ubbidirti e poi quelle finestre non sono le tue, come non sono tuoi l’armadio in noce scurissimo che sovrasta il letto in ferro battuto sul quale giaci scomposta, come relitto da un naufragio: un braccio piegato sotto la testa, l’altro ad abbracciarti il corpo, le gambe che spingono invano in cerca di spazio in fondo — bel letto, ma troppo corto per te; e non sono tuoi i comodini gemelli né la specchiera-cassettiera sulla parete laterale, né la grande tv che troneggia in un angolo — tu non metteresti mai la tv vicino a un letto, mai. Le radiazioni di una televisione sono Satana per la qualità del tuo e altrui sonno, ma devi ringraziare quella televisione, e quelle degli altri vicini che paiono non riuscire a dormire senza prima guardare qualcosa, se la notte scorsa Irma è rimasta sveglia ad aspettarti.

“Buongiorno. Sei riuscita a dormire un po’?”

“Buongiorno…un po’ ho dormito, sì, grazie. E tu?”

“Resta a letto, dormi un altro po’, io vado a fare il caffè”.

Tre ore scarse, avrete dormito, e per un momento pensi che cederai alla tentazione di raggomitolarti accanto alla borsa dell’acqua calda ancora calda che Irma ti ha preparato nottetempo; ma no, fuori “c’è il sole”, e tu dopo una notte tanto buia hai bisogno di luce.

“L’hai fatto l’albero?”,

ti ha chiesto la tua amica più natalizia ieri sera, mentre in pasticceria indugiavate davanti a una serie di ninnoli in cioccolata e pasta di zucchero.

“Non ancora…”

“Fallo. Fallo per te.”

“Lo so… lo faccio domani”.

“Brava. Perché la luce chiama altra luce, sai?”

“Che bella immagine!”, commenti. E in effetti di luce ne hai bisogno (chi non ne ha?) in questo lungo, buio autunnoinverno punteggiato di rintocchi inopportuni. Aritmie.

Arrivano di solito a notte fonda, mentre dormi o sogni, e scopri che il pezzetto di dolce o cioccolato che nel sogno stavi inghiottendo e che ti si è bloccato in gola, in realtà è il tuo cuore, il tuo cuore che da qualche tempo (da un bel po’ ormai) è ammattito e batte si sbatte ti abbatte e insomma, fa un po’ come cazzo gli pare.

Quel tuo cuore che ha sempre battuto a tempo e a tua insaputa, come un ghiro che dorme e lascia dormire sonni pacifici, da fine settembre ha smesso i suoi pacati panni e ha cambiato variato ritmo, diventando un animale notturno mai sazio di emozioni.

Ma tu guarda. Ma porcamiseria. Ma perché proprio a me?

(le stupide domande vane di tutte le persone con problemi di salute)

Perché mi succede di svegliarmi da un placido sonno tutto di botto, svegliarmi col botto, con un toctoctoctocbumbumbumtoctoctocbumbumbummmbooombooomtaccctaccctactactactoctoctoctoc nel petto nella gola bastaaaaaaaaaaaaaaiutoooocosamisuccedecos’ho, cos’hai Franca?

“Statti tranquilla; non è niente di grave, uno squilibrio elettrico; poi passa”, sorride il medico curante.

“Cerca di svagarti”, consigliano le cugine.

“Prenditi più cura di te stessa, prenditela comoda, dove arrivi segni, fregatene”, coreggiano le amiche.

Ma non ti passa, ormai sono tre mesi buoni — cattivi! — che non ti passa.

E a svagarti non riesci, se non per andare a ballare il tango — a ballare? Con ‘sto cuore matto? Certo: il cardiologo dice che devo muovermi.

E prendermi cura di me? Hai voglia, in tre mesi:

3 chiamate al 118, 3 volte in barella, 3 sirene spiegate, 3 coppie di addetti all’ambulanza, 3 accettazioni, 3 attese in corridoio, semisdraiata sul lettino a rotelle

7 elettrocardiogrammi

1 Holter 24h, tutta un intreccio di fili e un bìp bìp bi-bìp bìp bìp-bìp da ammattìr

1 monitoraggio prolungato 3 giorni e 20 h con addosso gli ultimi ritrovati della tecnologia medica: una poco invadente, discreta scatoletta incollata sul cuor (che evidenzierà 15 extrasistole maledettissime, sovraventricolari e ventricolari… Vi odio, vi! Sparite! Sciò! Pussa via!, ma loro nada!, non pussano!, pardon: non passano, testina di copy che non sei altro)

Scatoletta magica

1 ecocardio, tuttok

1 prova da sforzo con tapis roulant (cuore sanissimo: puoi fare agonismo!)

1 rx torace (…hai visto mai? macché. tutto okkè.)

1 ecografia addome (…e se fosse un calcolo alla cistifellea, che come tutti sanno causa spesso e volentieri tachicardie? Macché. Okkè.)

2 emogasanalisi (infarti in atto: 0. Ok.)

5 prelievi (marcatori cardiaci ok, potassio ok, calcio ok, glicemia ok, colesterolo ok, ok ok, ok!)

1 dosaggi ormonali completi (sarà mica la tiroide? no. OKKKKKKK….)

7 visite cardiologiche, tra cui tre appuntamenti dal LUMINARE.

Il Luminare è un ex pallavolista alto e simpatico, zazzera ondulata da genio distratto, talmente distratto che una volta ti cancella l’appuntamento perché Ops!, c’è un problema: non ha la macchinetta per farti il monitoraggio.

Hai aspettato dieci lunghi giorni per farlo, hai contato i minuti… e invece, all’ultimo minuto, la precedenza va a chi? A una pancia. Con futura mamma attaccata.

Ti toccherà aspettare altri 7 giorni, “Abbia pazienza”. Piangi la tua esasperazione la tua stanchezza la tua angoscia davanti a tutta la sala d’aspetto, mentre la segretaria del Luminare erutta Scusi scusi scusi — mi scusi tanto — mi dispiace — colpa mia — ho fatto male i conti delle macchinette disponibili…

Esci dalla sala d’aspetto mugugnando e lacrimando, scendi in strada, ti asciughi le lacrime e riattizzi la stizza; risali in ambulatorio e pretendi un appuntamento Al più presto, non tra una settimana!

Tra sistole, diastole ed extra varie, arriva il giorno — un martedì — che il Luminare ti attacca la maledetta benedetta macchinetta e tac!, dopo quasi quattro simbiotici giorni salta fuori che no,

non era ansia,

non era menopausa,

non era nervosismo,

non era insonnia,

ma erano loro, sono proprio loro: le aritmie.

Eh. Aritmie. Ma che tipo?

Sovraventricolari, extraventricolari, ventricolari… non ti fai mancare niente Franca, eh?

Non ti fai mancare nemmeno le telefonate nel cuore della notte ai santi vicini di casa che lo sanno, che sei da sola, e che ti hanno più volte detto che se hai bisogno. Chiama!…

“ProntoSabrinascusamidormivistomalepuoiscendereperfavore?”, snoccioli la litania a fatica. Tempo due minuti e la pigiamata di turno scende.

Madò Frà che faccia che hai!

Siediti!

Calmati! Statti calma!

Che ti senti?! Il cuore? Fammi sentì… ammazza come batte forte!

Chiamo il 118!

Statti calma tu, però!

Aspè che ti misuro la pressione!

Cavolo Fra’, è alta!

Soprattuto la minima! 95!

No no no: così non va bene! Non va bene per niente!

Ma statti calma, però! Non ti agitare: non ti fa bene!

Io lo so, perché ci sono passata!

Ma quando cazzo arriva, ‘sto 118? Mo’ lo richiamo, dai!

Coppie di placidi ragazzoni in divisa da astronauta della salute invadono il tuo salotto, ti misurano saturazione, pressione, polso e ti dicono che sì, ti portano in ospedale.

Ce l’ha signora i documenti con tutti gli esami? Portiamo anche quelli.

Azz se ce li ho: di chiamata in chiamata, di sala d’attesa in sala d’attesa, di visita in visita, di esame in esame, di anticamera in anticamera, hai accumulato un cospicuo dossier cardiologico.

E va bene così. Va bene. Hai un cuore Franca, prendine atto. Un cuore matto, matto come un cavallo, che come un cavallo si è messo a galoppare a correre all’impazzata di botto, così, per andare dove? Andò vai, cuore? Dove vuoi andare, che vuoi, cosa vuoi, chi vuoi, si può sapere?

Batte, lui, batte alla cavolo… sai che gliene frega, se tu ti spaventi a morte,

“Mi spavento, ma non muoio (non subito, almeno)”,

scrivi su un foglietto che decidi di tenere a portata di mano in caso di aritmie; ti riprometti di leggerlo ogni volta, per cercare di tranquillizzarti, tanto poi passa… ma quando cavolo mi passa, qui peggiora, sono sempre più frequenti, e poi tutte ‘ste aritmie non gli faranno male, al mio cuore “sanissimo, un cuore da ragazzina”, secondo il Luminare?

“Sanissimo sì, ma… ma…” non riesci a finire la frase, e inizi a piangere sulla sua scrivania. Il cuore è la sede delle emozioni, e in questi tre mesi le stai tirando fuori tutte, sotto forma di lacrime e singhiozzi.

“Non faccia così… sono spiacevoli, sì”, annuisce lui, al tuo racconto della seconda corsa al pronto soccorso nel cuore(aridaje!!) della notte. “Facciamo così: le prescrivo dei betabloccanti. Una settimana a dosaggio minimo, e poi ci rivediamo”.

Ti precipiti in farmacia e conti le ore all’assunzione della prima compressina-ina di Bisoprololo 1,25 mg. Ore 8, tutti i giorni. Ahhhh. Trascorri la mattinata del primo tutta energica, entusiasta, a mille; il cuore è come se non l’avesi, non lo senti più… o meglio: c’è, ma non si sente, fa il suo lavoro, fa il cuore, non il cavallo pazzo, finalmente…

TOC TOC.

TACTACBUMBUM BUUUMMM

Terza chiamata al 118, terzo corridoio, terza visita… ancora!

Notitpregono.

Oh, ma io sto prendendo betabloccanti, mica caramelle!

Che non mi fanno niente, nada, non funzia, ‘sta cura.

Cuore, ma si può sapè Che cazzo vuoi da Me?

Che poi, in questi tre mesi sei incocciata in un libro e un film; hanno praticamente lo stesso titolo, “Tutto può succedere”, “Tutto è possibile”, ma sono diversissimi per contenuto, e stile.

Ma in comune hanno lui: il cuore.

Il libro, recente, di un’autrice americana che ami molto, racconta nell’ultimo racconto della raccolta di un uomo che ha un infarto mentre viene tenuto in ostaggio da un pazzo, che però poi lo salva chiamando un’ambulanza. L’uomo ha trovato un amico, inaspettamente, dove meno se lo aspettava, in quello che sembrava un nemico: davvero, tutto è possibile.

Il film, di qualche anno fa, racconta con tragicomica prova d’attore di due mostri sacri (Jack Nicholson e Diane Keaton) la storia di un playboy maturo e spensierato che dopo un infarto si innamora, ricambiato, di una donna che non corrisponde ai suoi soliti canoni, ai suoi schemi; tutto può succedere, davvero.

Ma tu Franca non credi che sia un caso, non credi che sia a caso tutto questo; le coincidenze devono avere un senso, vero core?

Eh? Vero?

Ciao còre!, il saluto della Roma popolare, popolana, loro sì che al cuore ci pensano:

Imiti Nino Manfredi mentre lavi i piatti, durante la giornata per calmarti, quando sei in casa e il cuore si fa sentire pian pianino e poi sempre più forte, canta che ti passa, canta Franca, canta che l’aritmia va via, sì.

Perché me sento un friccico ner coreeeee….

E come no!?!

TOC TOOOC BOOOM. Alla faccia del friccico!

Mica solo i romani pensano al cuore; pure i napoletani ci pensano, le canzoni con il cuore, cuore ingratoooo si sprecano… e se facessi una playlist cardiaca?

Cuore matto, Little Tony

Apriti cuore, Lucio Dalla

La spada nel cuore, Patty Pravo

Total eclypse of the heart, Bonnie Tyler

Piece of my heart, Janis Joplin

Cuore ingrato, canzone napoletana

Il cuore è uno zingaro, Nada

Un cuore ce l’hai, Michele Zarrillo

Spaccacuore, Samuele Bersani

…Ma che ti vuoi ascoltare e listare canzoni, a Frà. Gnèlafai. Sei angosciata, preoccupata, mo’ pure i beta non funzionano, le extra le senti lo stesso, a volte col silenziatore, in tono minore, ma le senti lo stesso, a tutte le ore

alle poste, toctoctoctocbumbumbumtoctoctocbumbumbummmbooombooomtaccctaccctactactactoctoctoctoc

a pranzo

cuore matto

matto sempre

matto mentre litighi al telefono con chi ti dice che devi restare calma, Calma un cazzo: passaci tu, fatti tre mesi così, e poi ne riparliamo!

Mandi sms al Luminare all’estero: i beta non funzionano, anzi; ti risponde Martedì ci vediamo in studio

martedì

Martedì

devi arrivare a Martedì

(ed è ancora, soltanto domenica, ‘azzarola)

a martedì, quando speri, preghi, ardentemente desideri che lui ti dica Ok, senta: qua ci vuole l’INTERVENTO.

L’ABLAZIONE.

Ablazione = cancellazione.

Cancella sì, cancella tutto, ridammi la pace, ridammi il sonno, ridammi la vita, santa cannula cancellatrice, infilatemela nel braccio nelle vene in gola nel dove vi pare, ma fatemela, ‘sta santa operazione, o santo Luminare del mio cuore.

Day hospital, una giornata, sei cosciente, una cosa da niente. O quasi.

“Non la può fare. Le sue aritmie non sono in numero sufficiente da giustificare un intervento.”

Diceva lui nell’ultima visita, prescrivendoti i beta; ma adesso, dopo ieri notte, dopo ieri, dopo che… non potrà rifiutarsi.

Stavi sognando di baciare qualcuno, uno che neanche ti piaceva, uno che non hai mai visto in vita tua, uno che ha una lingua, mamma mia che lingua grossa, troppo grossa, questo qua mica mi bacia mi soffoca, così ti stacchi da lui e scappi via;

scappi scappi, corri corri corri corriiiii è buio intorno e sei a piedi nudi e ti insegue una perfida signora inglese che ti urla che voi italiani siete tutti pezzi di, You are Shit!, e tu corri corri, e in mano hai dei pezzetti di cioccolato fondente che mangi a bocconi grossi, e quasi ti ci strozzi; anzi, ti ci stai proprio strozzando oddio la cioccolata mi è rimasta in gola e non va né su né giù NON RIESCO A RESPIRARE e finalmente ti svegli con un corral di cavalli impazziti che ti scalpita in gola TUM TUTUMPTUTUMPTUTUMP

Ancora. Oddiono. N’altra volta! Pare peggio delle altre.

Mezzanotte e mezza.

Calma, Franca. Cal-ma. Respira.

Cerchi, ci provi, a restare al tuo posto nel tuo letto a restare calma a resistere a respirare ad avere pazienza, ma non passa, non si calma, respiri male, il tuo cuore va per cazzi suoi e non ti calmi, e allora chiami la tua vicina.

E lei chiama il 118.

E poi dopo ore e ore torni a bordo della sua macchina, e vai a dormire dall’altra vicina, nel suo lettone accogliente di vedova, nella camera in cui ti svegli stamattina, due giorni prima tornare dal tuo cardiologo, dal Luminare che in questi giorni è a un congresso all’estero e torna, quando torna? martedì.

Martedì.

Devi arrivare a martedì, Franca.

Poi ti farai sentì, eccome se ti farai sentì, dal luminare,

L’intervento, voglio intervento, voglio l’ablazione, la cancellazione di quel pezzetto di miocardio che fa i capricci. Toglimi quel pezzo di cuore che fa i capricci, Piece of My Heart. Take it! Break it! Rivoglio la mia vita, non altre medicine.

Per questo ti fai forza, per questo racconti tutto di getto, oggi, domenica, di questo tuo cuore matto, per questo trascorrerai non sai come — il lunedì.

Addà passà ‘a nuttata.

Martedì, addavenì.