Di porta in porta — un’elegia berlinese

Capodanno a Berlino, Porta di Brandeburgo

Una vita fa, in un’altra vita, in questo periodo salivi su un aereo e te ne andavi a Berlino. Le feste (natalizie, pasquali, e i “ponti” tutti, anche quelli di due giorni appena) erano occasioni per stare con l’uomo che credevi di amare. Anche lui credeva di amarti. Insomma: per l’età che avevate, e i vostri vissuti, e i vostri corpi… vi eravate messi insieme e lasciati durante l’università, e poi ritrovati inaspettatamente anni dopo, da giovani adulti. Con un lavoro, una vita che già cominciavano a definirsi, ma ancora suscettibili di ulteriori modifiche. I trent’anni. L’età in cui la nostra generazione sentiva di avere ancora tante porte — aperte — davanti.

La Porta di Brandeburgo. Passaste una notte di Capodanno a congelarvi all’ombra delle sue luci, stretti in una folla poliglotta che trincava Gluhwein a poco prezzo, ingoiava currywurst e si faceva gli auguri in tutte le lingue d’Europa. A mezzanotte lo guardasti negli occhi e gli scandisti i tuoi: “Salute, Amore, Felicità”. E lui, sorridendo di rimando: “Allora, ci sei anche tu…!”

Le porte della metro. Innumerevoli volte a passarci attraverso, mezzo preferito per esplorare la città (lui la macchina non l’aveva, lì a Berlino si vive benissimo senza) e godersi i suoi parchi, i suoi musei, i suoi locali e ristoranti, i suoi mercati, il suo shopping. Perché lui aveva sempre una grande voglia di uscire, guardare, provare, comprare. Italiano deluso dall’Italia, orgoglioso cittadino di Berlino, cervello in fuga prima che i cervelli iniziassero a fuggire davvero, faceva fruttare la sua indipendenza economica al massimo. Tu pure sfruttavi la tua busta paga a tempo indeterminato, guadagnata dopo anni di precariato: quanti negozi, quanti regali che vi siete fatti, a Berlino. Ma regali non l’uno all’altra: regali vostri a voi stessi. Poi vi specchiavate l’uno nello sguardo dell’altra, nelle vetrine e negli show room e sulle scale mobili di scintillanti centri commerciali, dove una volta — una delle rare volte — in cui lui ti prese la mano, a momenti scivolasti dalla sorpresa e dalla gioia — lui così poco tattile.

La porta di metallo dello spogliatoio della piscina pubblica fuori città — immersa nel verde, estiva ma freddissima. Era freddo anche lui, quel giorno: non ti rivolse la parola per ore e ore. Immersa nell’acqua ghiacciata, cercasti a quel silenzio un conforto che non venne. Oggi, proprio non è giornata. Non è giornata da passare all’aperto, e forse non è nemmeno il caso di parlare apertamente di cosa c’è o cosa non va: meglio tornare a casa.

Il portone, la porta di casa. Stretto e vetrato il portone, affacciato su una stradina centrale ma lontana dal traffico; le cassette postali con nomi tedeschi e stranieri ordinatamente affiancati, i bidoni della raccolta differenziata distinti per colori e dimensioni, il silenzio su per le scale senza ascensore ma tanto pulite, la porta di legno chiusa a doppia mandata su una casa linda e ordinata, molto Ikea, molto mercatino di seconda mano, quei mercatini che a Berlino sono così numerosi e aperti, non serve permesso, hai qualcosa da vendere?, vai e ti piazzi su un banchetto, e poi piacevoli da girare, non sono solo chincaglierie sai, ci sono tante cose belle a poco prezzo, basta cercare.

Le porte automatiche dei centri commerciali di Alexanderplatz, del KaDeWe, delle catene di abbigliamento mondiale, della splendida libreria multipiano Dussmann come accoglienti bocche pronte a ingoiarvi e a sfamarvi allo stesso tempo, a dare tregua a un’inquietudine che, acquisto dopo acquisto, giro dopo giro, non riuscivate a spegnere: la nostra è una storia a distanza. E non è solo questione di chilometri. Tempo dopo bruciasti la fine della vostra storia in un racconto, lo inviasti a un concorso, uscì in apertura di antologia. Passò altro tempo, scrivesti un altro racconto, uscì sul web; lui non lesse né l’uno né l’altro.

Più avanti, qualcuno ti avrebbe detto che i tuoi racconti sono pericolosi.

E perché?

Perché parli di te, della tua vita.

Di cos’altro potrei parlare?

“Per una porta che si chiude, si apre un portone”. Proverbio del cazzo. Tormentata dall’idea di non aver fatto la scelta giusta, per un periodo ci provasti, a tornare indietro… a bussare anche tu alle porte di Berlino. Forse non avevi fatto abbastanza. Non ci avevi provato davvero. Dovevi andarci per stare con lui, viverci insieme.

E allora: spedisci una mail a quell’agenzia di pubblicità che ha lì la sua sede principale, su. Che belle campagne che fanno!

Sì ma tu sei una copy, mica scrivi in tedesco?

Quello posso sempre impararlo — prendi un corso di lingua in prestito in biblioteca — ma intanto gli scrivo una mail in inglese. Hai visto mai…?

Arrivò rapida la risposta del direttore creativo: “Next time you come round, call me”. Avevi un mezzo appuntamento per un colloquio! A Berlino! Bastava volerlo, adesso. Crederci davvero. Berlino, capitale delle opportunità. Ma il tuo lavoro indeterminato teneva ancora allora, e anche le tue radici italiane… i sentimenti, invece, no.

Uscì poco tempo dopo Sliding doors, film sulle porte che si aprono e chiudono nella vita. Le scelte fatte e quelle non fatte. E se? Se avessi? Se, se avessi, ieri sera a Berlino avresti potuto esserci Tu. In mezzo a quella folla festante dei mercatini natalizi, a due passi dalla Kirche con il campanile mozzato (memento perpetuo della seconda guerra mondiale, oggi teatro di una guerra globale) e dal KaDeWe che ti vide votata allo shopping, ieri sera avresti — potuto — esserci — Tu.

Invece c’era un’altra ragazza: italiana come te, abruzzese come te, che come te ha una “Di” nel cognome, che ha (aveva?) all’incirca la tua età di allora… e che, al contrario di te, al sogno berlinese ci ha creduto davvero.