Figli adulti e corpo genitore

Avvinti come l’edera

“Non tutto il male viene per nuocere”, è un detto che spesso e volentieri detesti, ma al quale da un po’ di tempo attribuisci un fondo di verità. A volte il male, nello specifico la malattia, può essere un mezzo per recuperare un rapporto zoppicante, monco, o addirittura inesistente: il rapporto tra genitori e figli.

Da piccola, da piccolo, hai considerato normale, doveroso e scontato avere dei genitori che si sono presi cura di te, provvedendo alle tue necessità fisiche e psicologiche; che poi spesso le seconde siano state ignorate o trascurate, in modo consapevole o meno, è un fatto a parte.

Crescerai comunque, con tutte le tue mancanze. Riuscirai addirittura a farti una vita, magari ad avere dei figli a tua volta, delle relazioni significative.

Quando sarai grande, diciamo pure un adulto stagionato, con i figli ormai cresciuti e delle relazioni che credi più o meno definite, ti capiterà di doverti far carico di un altro corpo, conosciuto e sconosciuto al tempo stesso.

Un corpo che hai amato da piccolo, detestato da adolescente, preso a modello o respinto, allontanato da adulto. Un corpo che adesso ha bisogno, un corpo che è un punto interrogativo a cui solo tu puoi dare una risposta.

Il corpo anziano del tuo genitore, non più autosufficiente.

A seconda delle circostanze, dei sentimenti, dei compromessi che sei disposto a fare, risponderai in modi diversi.

All’inizio ascolterai i consigli degli altri: di chi ci è già passato, in questa o quella “struttura”, con questo o quel terapista, badante; ma l’esperienza degli altri non è mai trasferibile.

Tocca passarci, in prima persona.

Ti sentirai nobile, quasi eroico; un figlio che restituisce quello che ha ricevuto, ricambia le cure e le premure genitoriali prendendosi carico del corpo, della materialità dell’accudimento di quello/quella che a tutti gli effetti è ormai regredito fino ad essere un neonato anziano, ingombrante e spesso capriccioso, sgradevole, spiacevole.

Un neonato vero espleta le sue funzioni corporali tra applausi, risatine e lodi, oggetto di scherzi amorevoli e di fotografie nude che ne esaltano la dimensione cucciola. Un neonato vero è, per i genitori, una polpettina da divorare di baci, una promessa di vita da tenere stretta al petto, cullare, mettere sott’olio affinché non gli avvenga niente di male e poi, a malincuore, lasciar andare.

Poi, in barba ai sottoli, la vita scorre, il male accade comunque e lascia segni, nel corpo e nell’anima.

Un neonato anziano ha già sopportato nel corpo e nell’anima tanto male, ne porta i segni; è nella fase di promessa esaurita, involutiva, degenerativa. Al contrario di un neonato vero, non ti proietta in un futuro luminoso e ancora lontano, ma ti ricorda un futuro molto prossimo, troppo oscuro.

I suoi capricci e i suoi pianti, difficilmente riuscirai a placarli a lungo con cibo e coccole, anzi: più cibo e coccole darai, più te ne chiederà. Dalla mano al braccio al tuo corpo intero alla tua vita intera ridotta, scarnificata, annullata.

Come i neonati veri, i neonati anziani ti comunicano i loro bisogni principalmente con i loro corpi.

Bisogni ai quali risponderai allo stesso modo: con il tuo corpo. Usandolo in modi inaspettati e insoliti, sforzandolo, mettendolo a contatto con il loro; un contatto che spesso ti sarà mancato, da piccolo, e che perciò sarai restio o incapace a concedere, sulle prime.

Imparerai.

Sbagliando la temperatura dell’acqua con cui lavarli, i saponi con cui detergerli; sbagliando il sale nelle minestrine e nelle zuppe; sbagliando l’attacco dei pannoloni e delle colostomie; sbagliando a riempire o inserire una siringa intramuscolare o addominale; sbagliando, dimenticando l’orario di somministrazione dei farmaci… imparerai.

A sue e a tue spese.

Imparerai a prestare attenzione a ogni minimo cambiamento nell’espressione degli occhi, nell’eloquio sensato o insensato, nella postura, rannicchiata e ingobbita, nel colore delle piaghe, dei lividi e delle dermatiti, tanto più accesi quanto più dolorosi.

Imparerai a fare la tara alle parole e a fidarti delle sensazioni del tuo corpo a contatto con il loro.

Imparerai che, proprio quando credi di aver imparato proprio tutto quello che c’è da sapere per accudire un genitore anziano, un neonato vissuto, quel tutto si rivelerà… non abbastanza.

Ne avrai fin sopra i capelli di levatacce file medici infermieri terapisti visite commissioni ricorsi INPS ospedali cliniche riabilitative certificati permessi aspettative farmaci non coperti da SSN, pagamenti, ricerca badanti, giri esplorativi in “strutture” per lungodegenti. “Strutture”!

Ne avrai fin sopra i capelli di non avere più uno straccio di pensiero per te.

Ti sentirai in colpa. Ti incazzerai. Piangerai. Rifiuterai di prendere in considerazione ogni alternativa. Continuerai.

Litigherai con amici, parenti, marito, moglie, figli, compagni che non sapranno più come prenderti: Sii ragionevole pensa a te stessa, a te stesso, ricordati che esisti, hai una vita degli affetti una professionalità da coltivare, difendere.

Perderai il lavoro, prenderai permessi e aspettative, farai i salti mortali e a volte ti schianterai. Fornirai spiegazioni, certificazioni, troverai solidarietà o indifferenza; prenderai atto, sopporterai le conseguenze.

Perché adesso, il tuo tempo e il tuo spazio sono scanditi e limitati da quelli del corpo genitore.

Per prenderti cura del loro corpo, trascurerai il tuo. Non avrai tempo né voglia per cucinare, fare sport: ingrasserai o dimagrirai, svilupperai allergie, dermatiti, disturbi psicosomatici.

Per stare al loro capezzale, smetterai di dormire del tutto o dormirai a strappi, saltando al minimo respiro-sospiro, al minimo rumore.

Diventeranno i tuoi sorvegliati speciali, e tu il loro carceriere.

Cercherai modi per addolcire la loro e la tua prigionia: passeggiate all’aria aperta se il tempo e le condizioni lo permettono; visite dei o dai parenti; uscite al ristorante, a prendere un gelato; televisioni, radioline portatili, giornali, cruciverba; piccole trasgressive ghiottonerie scovate in pasticceria, in rosticceria.

Scoprirai che gli abbracci non ricevuti da piccolo o da piccola sono i più difficili da dare. Li riceveranno increduli, impacciati, commossi; maschererai la tua commozione con battute, pacche sulle spalle da neonato che deve fare il ruttino, colpi di tosse.

Imparerai a non nascondere più la commozione; imparerete a parlarvi con gli occhi umidi e con i sorrisi.

Sentirai che il peso e il problema della cura del corpo genitore ti alleggerisce dei tuoi pesi e problemi personali. Sarai quasi grato alla vecchiaia e al male che ti permettono questo momentaneo oblio.

Il punto è che, in questo momento della tua vita, tu hai bisogno di prenderti cura del corpo genitore, del corpo di chi ti ha generato. Non solo per dovere o amore filiale.

Piuttosto, per recuperare una dimensione comunicativa che ti è mancata nell’infanzia; per il bisogno di dare quello che non hai ricevuto.

Arriverà, anche se adesso non riesci a immaginarlo, il momento in cui ti sembrerà di aver dato tutto, il momento in cui dando avrai ricevuto a sufficienza per sentirti, dolorosamente, in equilibrio; il punto d’incontro tra rabbia e tenerezza, il punto dell’accettazione.

Lui/lei, con me hanno fatto e dato quello che hanno potuto. Io, con lui/lei, ho fatto e dato tutto quello che ho potuto.

Adesso, però, non ce la faccio più. Non posso più farcela da solo, da sola.

Penserai al peso che hai perso o preso nel frattempo; alle relazioni sopravvissute e rafforzate o naufragate, nel frattempo; alla tua vita in standby, nel frattempo.

Soltanto allora accetterai che del corpo del tuo genitore possano prendersene cura altri corpi, altre mani, altre persone.

Copyright didascalia: Lidia C. (in primo piano)