Fuorilegge

Di padre in figlia, un racconto-ricordo

Se non fosse stato per quel sole, forse non ci avreste fatto caso. Un sole forte, tardoagostano, che biancheggiava le stoppie e la strada, accecandogli la guida della “saponetta” Prinz e facendola sbandare leggermente in curva. Così lui, che aveva conquistato tardi e malvolentieri la patente, aveva una scusa in più per prendersela comoda, adottando la sua velocità di crociera preferita: 40 all’ora. Tanto, per quella contrada, a quell’ora feroce, non c’era nessuno.

Ve ne andavate dunque soli soletti, costeggiando i fianchi calcarei della Madonna della Vittoria, cauti e contenti di tornare a casa carichi di ruspanti cibarie frutto di una visita ai parenti in campagna, ai quali lui aveva portato come d’abitudine due casse di frutta comprata ai mercati generali, che loro avevano ricambiato con ogni ben di Dio. Sempre pronti a fargli feste e offrirgli nu bicchier’, allo zio Tom, e a riempirlo di provviste che in città non avreste mai trovato così belle e rigogliose: una chilata di pane casereccio bigio e compatto, impastato dalle mani storiche della zia Filomena, con le fumose, saporite briciole di carbone di legna incastonate nella crosta; sporte colme di pomodori da salsa, maturi di sole e vitamine, destinati a una cottura lenta sui fornelli a gas del sottoscala; grappoli di dolcissima uva moscato, appiccicosa di chicchi mezzi sfranti e verderame, con forse ancora una vespa mezza morta incastrata tra gli acini; e magari, se eravate fortunati, anche una mezza pezza di formaggio fatto in casa: un pecorino dalla crosta unta e salata, punteggiata di sospette macchiette scure (mosche? polvere? o semplice maturazione?) che tu e lui divoravate comunque, incuranti degli allarmi materni:

– Queste bisogna toglierle! Non è igienico! Chissà che bestia ci si è posata sopra!

Se poi lei riusciva a terrorizzarvi per bene, davate giusto una superficiale grattatina sulla crosta in punta di coltello, toh.

Nell’estivo bottino parentale c’era dunque quasi tutto… mancavano i fichi. Conoscevi tutte quelle ghiotte varietà solo con il loro nome dialettale: li virdùne, li prisùtt, li fillacciàne, li còrie… Quanto li amavi! Quanto li amavate! All’epoca lui, ancora fresco di pensione e di ritrovata attività fisica nei campi, se li mangiava uno appresso all’altro senza pensieri – il diabete non aveva ancora minato la sua salute. Tu avevi ripreso pari pari questa predilezione, e ogni volta che ti arrivava a casa dalla campagna un sacchetto acciaccato, ti ci tuffavi dentro con grande entusiasmo. Quella volta, però, niente fichi: la zia li già aveva raccolti e distribuiti tra figli e nipoti, oppure chissà, giustamente venduti cari al mercato; restava il fatto che, al momento, l’albero era spoglio, mannaggia…

– Aspetta un po’, pa’: guarda là!

Appeso in cima a una costa, la chioma ricurva sotto il peso dei frutti, un fico enorme ombreggia la strada. Possibile che nessuno si sia ancora fermato a raccoglierli? Sembra che stia lì apposta ad aspettare voi. Lui inchioda la Prinz, manco fosse un mulo:

– Ce l’abbiamo una busta?

Ne recuperate una bella grande nel bagagliaio e VIA!, su di corsa per quella costa inclinata, ridendo, col sole che vi pesta la testa, le cicale esplose, le vespe e le mosche che vi ronzano attorno, gli steli dei fiordalisi che vi pizzicano le gambe, la terra franosa sotto gli zoccoli estivi; in equilibrio precario, novelli Bonnie e Clyde: lui che stacca i fichi con gesto delicato ma deciso, tu che gli reggi la sporta facendogli da palo, la ridarella in agguato. Senti già il delizioso sapore di quei frutti gonfi e caldi… ma a un certo punto senti pure che non siete più soli, in quell’incanto rubato: da lassù, in un punto imprecisato e seminascosto dalla chioma del fico, iniziano a piovervi addosso gli strilli in dialetto di un contadino; affianco ha un cane, incazzato anche lui, e in mano un forcone: credevate mica di farla franca?

E allora VIA!, giù a rotta di collo per riguadagnare il guscio sicuro della macchina, mentre lui con una mano ti libera dalla busta appesantita dai fichi e con l’altra ti tira in basso! Rotolate lungo la costa riempiendovi le scarpe di zolle riarse, il pensiero allarmato alla distanza che vi separa dal cane slegato e dal contadino incazzato. Nella corsa, perdi uno zoccolo Scholl’s; senti le dita e la pianta del piede sudato appiccicarsi di terra; provi a risalire per rintracciare lo zoccolo ma frani sempre di più, sempre più giù.

Jàmm, jà! – ti incita lui, ancora due salti rompicollo con gli abbai e le bestemmie ormai a pochi passi da voi, e piombate nella fedele Prinz: tu, lui e i fichi, sfrecciando via giusto in tempo, sul muso del cane e alla faccia del contadino.


Le risate. Le risate ladre che vi siete fatti! Ma ben presto, tra il sollievo dello scampato pericolo e la soddisfazione per la vostra marachella ragazza, si infilava la preoccupazione per lo zoccolo perduto. Non sei Cenerentola: nessun principe te lo riporterà a casa; immagini il cane del contadino che se l’è acchiappato e se lo sta masticando con gusto. Cavolo, era pure uno Scholl’s, mica di quelli comprati al mercato!

– E mo’??! A mamma che diciamo, pa’?!

– Eh… – sospira lui tornato per un attimo serio. – Poi vediamo.

Non sei capace di nasconderle niente, all’amore della tua vita. Hmmm, guai in vista!


– Mammaaa! Vieni a vedere quanti fichi!

– Eh ma che belli! Ma quanti ve ne ha dati zia Filomena?! Adesso la chiamo per ringraziarla!

– Ehm, veramente… ci siamo fermati a coglierli per strada! – rispondi, ansiosa di toglierti il peso del furto di dosso.

– Per strada?! E dove?? – chiede lei con piglio inquisitorio. Con il tuo complice vi guardate senza dire niente, i sorrisi trattenuti a stento. Senti la ridarella che torna su, traditrice, e decidi di confessare tutto il misfatto.

– Ehhh, quest’albero stava lì, praticamente in mezzo alla strada!… Tanto, nessuno se li coglieva, quei fichi! Poi a un certo punto è sbucato un contadino col cane… siamo scappati via, e ho perso uno zoccolo.

Lei incenerisce prima i tuoi piedi spaiati, poi lui:

– Ma guarda tu se questo è l’esempio da dare a ’na cìtl’!! – e a te: – Vattene, vattene da davanti a me, sennò quest’altro zoccolo te lo do in testa!

– Eddai ma’, su! Assaggiane uno anche tu! Sono buonissimi! – cerchi di rabbonirla, tenendoti però a debita distanza dalle sue mani. Meno male che pure lui ride, in piedi là in cucina, con un fico in mano e quella sua larga risata contagiosa che gli arrossa il naso e gli fa lacrimare gli occhi. Finirà per ridere anche lei, ne sei sicura; ma non prima di avervi dato una bella ripassata, se non altro a parole. Pessimo, pessimo esempio da dare a una bambina! Per giunta da un tutore dell’ordine!


I vostri momenti fuorilegge, sempre legati al cibo: e quella volta che rubaste delle olive all’ascolana dentro un surgelatore, in un ristorante di lusso? La noia della lunga cerimonia e delle copiose foto di nozze vi aveva spinti a gironzolare; a un certo punto avevi aperto una porta e poi uno sportello a caso, poi un vassoio col coperchio, ne avevi presa una… e lui dietro. Invece di rimproverarti! Nascosti dietro una tenda, le masticaste a fatica. La trasgressione aveva un sapore freddo, forte, euforico. Anche per lui, che sarà pure diventato una guardia carceraria, ma sotto sotto restava il ragazzino di campagna dal robusto appetito, punito a cinghiate dal padre per aver chiesto più volte, lamentevole e lagnoso come solo li uagliùn sanno essere, una porzione di baccalà in più a cena. Certo, c’era da capirlo, il nonno: a quei tempi da mezzadro, e con sei figli a tavola, se tutti si fossero messi a piagnucolare e a chiedere il bis come Diunì… di baccalà non ce ne sarebbe stato più per nessuno. “Colpirne uno per educarne cento”: il nonno adottò il motto brigatista in chiave domestica e lo croccò di botte davanti ai fratelli, con tale foga che a un certo punto la nonna intervenne:

Avast’, basta, così me lo ammazzi…!

E lui, a distanza di 50, 60, 70 anni, ancora se le ricordava e le raccontava quelle botte. Con nostalgia, e senza rancore: come se fossero anche loro un bel ricordo d’infanzia tra i tanti, tra le fatiche diurne nei campi della Madonna della Vittoria e le serate riuniti a tavola attorno a un’enorme pentola, accompagnata da una schiera di pane…

– …e alla fine nessuno si alzava mai con la fame! Non avevamo niente… ma non ci mancava niente – concludeva sorridendo il bambino contadino, la guardia carceraria, lo zio Tom, il marito innamorato, tuo padre: Diunì.