Il giorno delle mimose

Ogni anno, ogni otto marzo, c’è una vicina che mi ferma e mi dice: “Mi ricordo tuo padre, l’otto marzo… se ne ricordava sempre, lui!”

Mio padre, ogni santo otto marzo della sua vita da pensionato, scendeva nello scantinato, tirava fuori la scala di legno e una sega da giardiniere e usciva nel giardino comune. L’albero di mimosa era già carico da giorni, ma il fatto che i fiori fossero tutti molto in alto li preservava dai furti dei passanti e dei venditori abusivi.

Per qualche strano motivo, l’otto marzo c’era sempre il sole (anche oggi, c’è il sole). In quel sole, papà appoggiava la scala al tronco, si arrampicava fino in cima — tremavo a vederlo sospeso lassù — e con tutta la sapienza e la spensieratezza della sua infanzia contadina, ben bilanciato e saldo come nemmeno un acrobata del circo, iniziava a tagliare rami su rami. Cadevano soffici e senza fare rumore, accumulandosi ai piedi dell’albero: tutto intorno un silenzio religioso, perfino il traffico sembrava sparire, solo passanti, curiosi al punto da fermarsi a guardare, in sottofondo il Zzzz Zzzz Zzzz del seghetto con cui papà tagliava, tagliava e tagliava. Ma quanti rami, oh?!

Non erano mai troppi, dovevano essere abbastanza.

Anche perché ogni tanto qualcuno là attorno prendeva coraggio e gliene chiedeva uno, anzi due rami se puoi, per favore, che me li riporto a casa a mia moglie, a mia figlia.

Papà sorrideva, rispondeva con battute cordiali e glie ne lanciava tre, quattro.

Di tanto in tanto, tra un ramo e l’altro, buttava un occhio al mucchio di mimose là in fondo. Ancora qualche ramo, sì. Parlava con l’albero nella lingua che solo chi è cresciuto a contatto con la terra conosce, Continua, fammi povero e ti farò ricco, gli diceva l’albero, e lui continuava a tagliare, a potare, finché tutti e due — lui e l’albero — sapevano che era abbastanza.

A quel punto scendeva giù, e io finalmente respiravo meglio: non era caduto, non si era fatto male, era tutto intero il mio papà. Raccoglieva quel mucchio giallo e piumoso tra le braccia, starnutiva e se lo portava nello scantinato.

Poco dopo eccolo uscire di nuovo, portando i rami divisi in una serie di allegri mazzetti legati con lo spago.

Cominciava dall’ultimo portone, quello in fondo. Suonava a ogni santo campanello, ovunque ci fossero donne, che a quell’ora di pranzo ormai erano di sicuro a casa; ma suonava anche da F., che viveva solo: anche a lui regalava una mimosa.

Non era sessista, papà.

Anche se era nato nel 1925.

Anche se sul lavoro le uniche donne che vedeva erano quelle appiccicate sui muri delle celle dei carcerati.

Anche se il suo matrimonio è stato che più tradizionale non si può.

Ma veniva da una famiglia matriarcale, conosceva e apprezzava il valore delle donne, le rispettava oltre gli slogan, le manifestazioni… le rispettava, le amava davvero.

Per questo mi ha sempre lasciata libera di fare le mie scelte, di sbagliare anche, quante volte!, quella sua unica figlia femmina che spesso non capiva; ma non sempre è importante “capire”.

Portone dopo portone, il mucchio di mimose si alleggeriva: diciotto famiglie, diciotto campanelli, diciotto mazzetti, diciotto sorrisi, diciotto Entra, ti faccio un caffè!, diciotto ringraziamenti, Se non ci fosse lei signor Dionino, sempre così gentile, se ne ricorda sempre! Mio marito, invece…

Le ultime a ricevere le sue mimose eravamo io e mamma. Non so se fossero le più belle, anzi probabilmente erano le più acciaccate, e a me la cosa dava anche un po’ (tanto) fastidio: come, prima le altre, e poi noi? Non eravamo noi, le donne più importanti della sua vita?

Poi vedevo il suo sorriso e quelle parole mi morivano sulle labbra.

Buon otto marzo, papà.