La morte in diretta, a Francavilla al Mare

Folle folla

Pomeriggio inoltrato di una domenica di maggio. Fa caldo oggi, tanto caldo: d’altra parte è fine maggio, d’altra parte l’estate, anche qui in Abruzzo, da qualche anno si è precocizzata, accentuata.

Avresti dunque potuto andartene al mare, insieme alla maggior parte dei tuoi concittadini; invece te ne stai tornando a casa dopo una visita a tua madre, ricoverata a Chieti.

Sei stanca, fisicamente e mentalmente, con un disperato bisogno di mettere corpo e cervello in folle; perciò, invece della strada a scorrimento veloce che ti riporterà a Pescara a tempo record, scegli di percorrere la Fondovalle Alento: una lunga, rilassante, placida ma agile stradona che solca il verde delle campagne teatine fin sulle coste sabbiose di Francavilla al Mare. Poco trafficata di solito, specie oggi che fa caldo e che tutti si sono fiondati in spiaggia.

Pregusti il rientro, il riposo, calcoli quanto ti manca ancora; di solito ci metti venti minuti scarsi a percorrerla, quindi se tutto va bene per le cinque e mezza-sei al massimo, sarai a casa.

Hm, però… però, ci sono un po’ di auto in coda, là in fondo. Strano, qua di code non ce ne sono mai. Vai avanti, mantieni i tuoi 70 all’ora.

Mah, sarà uno di quei matrimoni di campagna con quattrocento invitati.

Oppure un nuovo ristorante che si inaugura proprio oggi, vai a sapere.

O forse sì, la maratona!, ma sì, oggi c’era una maratona a Pescara, e forse quel traffico là è dovuto a qualche deviazione; oppure… boh?

Il flusso di auto davanti a te si ingrossa, si addensa sui lati della fondovalle; rallenti, 50 all’ora.

Ma che cavolo sta succedendo qua, una sagra? Oddio, non è ancora tempo di sagre, ma magari se ne sono inventati una nuova, vai a sapere.

Caspita quanta gente però, oh. Ma dove vanno, tutti?

Rallenti ancora, guardi meglio. In effetti, non vanno da nessuna parte: guardano. Sono tutti, tutti voltati verso il fondo della valle. Cellulari, folla, assembramenti. E c’è un punto, in cui la carreggiata della fondovalle si restringe a causa dell’ingombro, e tu devi rallentare ancora: 30 all’ora. E loro, tutta questa gente, tutti fermi, tutti girati, protesi verso… verso cosa?, se qua a parte la campagna e qualche casa e le colture e i paeselli in collina e le strade sopraelevate a scorrimento veloce (come quella che tu hai evitato di imboccare poco fa) non c’è NIENTE?

Ma Franca, qualcosa ci sarà; qualcosa, o forse chissà: qualcuno?, deve pur esserci. E tu devi scoprirlo, sei pur sempre (anche) una giornalista, e il mestiere adesso ti imporrebbe di inchiodare la Tina, parcheggiarla anche tu lungo la strada e scendere, correre a vedere che succede, che succede?

…ma oggi sei proprio stanca, stanca morta, e per una volta la stanchezza ha la meglio sulla curiosità. Scendere dall’automobile no, ma rallentare ancora un po’ sì. 15 all’ora, 10 all’ora: apri il finestrino, e chiedi a una coppia ferma a guardare… dove, dove?, non si capisce: in su, in giù, nei campi, nel cielo, nel vuoto tra il viadotto e il fondo della Valle del fiume Alento,

Scusate, ma che succede?

Lui (trentenne inoltrato, giubbino jeans, abbronzato, capello scuro col gel), manco si gira, figuriamoci parlare: continua a fissare oltre, verso un punto chissà dove.

Lei (poco più giovane, maglietta bianca, carnagione chiara, capelli corti biondi), invece si gira e ti risponde, placida:

C’è uno che vuole buttarsi di sotto, dal viadotto; ha già buttato giù sua figlia, una bambina.

COSA?!?, sibili.

Sì però non ti fermare qua, se vuoi parcheggiare vai più avanti, consiglia lui, che continua a darti le spalle ma tutto di botto ha riacquistato la parola.

E allora guardi anche tu lassù, in alto sul viadotto, e lo vedi, e in un nanosecondo l’immagine ti si imprime indelebile sulla retina: un figurino umano, vestito di chiaro (fa caldo, un caldo estivo), le braccia parallele appese al guardrail, i piedi sul cornicione. Un lungo insopportabile attimo di puro orrore.

Cuore di tenebra

Distogli immediatamente lo sguardo e lo riporti sul volante, sulla strada e acceleri, scappi via, 50 all’ora 60 all’ora 70 all’ora, qui c’è il limite di 50 ma chi se ne frega, io qua Non ci voglio stare neanche un secondo di più Non lo voglio vedere, che fine fa, Non li voglio sentire, i commenti della gente, Non lo voglio tirare fuori il cellulare e Non voglio fargli nessuna foto, Non è una sagra questa.

Ti allontani, ma ormai l’orrore, l’orrore ti ha invasa: per il fatto in sé, e per il fatto che tutta quella gente, ma quanta!, se ne stia ancora lì, ferma immobile… chi sul ciglio della strada, chi in mezzo ai campi, chi arrampicato sugli alberi di pesche, i cellulari protesi a catturare ogni secondo di quello spettacolo. Lo spettacolo della morte in diretta. E a commentarlo, live, tra loro e sui social:

Guardalo quello stronzo, guarda come si tiene attaccato al guardrail, ma come fa a resistere, ormai è lì da ore, dai che adesso si butta, oddio no, ma sì, buttati che fai meglio, disgraziato, delinquente, pezzodimmerda, porco schifoso, assassino, ma chi è?, ma come si può?, e quella povera bambina, povera stella, povera innocente, adesso è in cielo, e la mamma?, morta pure lei!, ma si può sapere che fanno i Vigili del Fuoco, la Polizia, i Carabinieri, il 118, ma fermatelo, ma sparategli, ma che ci parlate a fare… negoziare!, ma che ti vuoi negoziare con un tipo del genere, ma lasciate che si butti giù, ma facci un favore buttati, muori, ma quant’è alto il viadotto in quel punto? 30 metri, 40 metri?, porc…

L’orrore. Per i tuoi simili, per un tuo simile. Persone. Persone, come te. L’orrore quasi estivo, poco lontano dalla tua amata Francavilla al Mare, dalla tua amata Chieti. Dal placido mare che hai frequentato tanto a lungo e per tanti anni, dall’Adriatico degli stabilimenti balneari a misura di bambino, oasi di serenità e divertimento, dalla cittadina del Cenacolo Michettiano, del MuMi, del Premio Michetti, delle mostre, dei concerti, del festival “Filosofia a Mare”, della tua piscina preferita, delle gelaterie, delle boutique, delle passeggiate, del pontile sul mare e delle famigliole a spasso, trasformata di botto in luogo in cui un dramma personale, familiare, umano, mentale, intimo raggiunge il suo apice e diventa pubblico, diventa spettacolo, luogo in cui la realtà supera ogni fantasia… e quando finalmente rientri a casa, ti illudi di poter riposare: accendi la tivù leggi i giornali, apprendi tutti i dettagli, inutile mettersi a letto Franca, se questi pensieri molesti tu non li metti per iscritto per quanto stanca non riuscirai a dormire, ad elaborare questa cosa, questa tragedia che hai solo sfiorato ma ti è bastato; se non scrivi non riuscirai a scrollartela di dosso, non riuscirai ad andare avanti, e invece devi, devi andare avanti, e purtroppo anche lo spettacolo, lo spettacolo deve andare avanti.

Un’estate spettacolare!