Né per fame, né per sete

Una mattana tardoautunnale

Tra occupazioni e preoccupazioni, questo novembre sta volando, papà. Al punto che quest’anno non sono riuscita, o meglio: non mi sono ricordata, di lasciarti la tavola apparecchiata, nella notte tra il 1° e il 2. La “tavola dei morti”, antichissima usanza popolare ancora viva nella nostra regione, al punto da farne oggetto di sagre e rappresentazioni pubbliche, e di rituali domestici molto privati.

Il mio, da quattro anni a questa parte, dopo cena e prima di andarmene a letto la sera del 1°, era di lasciare sulla tavola della cucina dei mandarini, e/o delle castagne, dei cachi… qualcuno dei frutti autunnali che tanto ti piacevano; uno valeva l’altro, quello che però non doveva assolutamente mancare era il tuo preferito: la melagrana.

Un frutto strano, squisito, che non si mangia né per fame né per sete, soltanto per voglia.

Dolce ma non stucchevole, con quella fresca nota aspra che ti faceva strizzare gli occhi e la bocca quando la mangiavi, il succo sanguigno a colarti tra le dita, ad appiccicare i tovaglioli e macchiare irrimediabilmente fior di tovaglie, per la disperazione di mamma che si precipitava a buttarci sopra… di tutto: bicarbonato, acqua ossigenata, acqua e sapone, o in mancanza, olio di gomito: ché con certe macchie, prima si interviene meglio è, ad aspettare troppo poi rischi che non se ne vadano più via.

Non sei mai stato tipo da dolci, ma da frutta sì; a fine pasto, come minimo una mela la gradivi, meglio se raccolta con le tue mani — quelle melucce ammaccate e butterate, bruttine a vedersi, ma quanto saporite! Ogni volta che andavi in campagna a trovare i parenti e ritrovare le tue radici, tornavi con una sporta piena di frutti della terra, e tra questi in tardo autunno non mancava mai la melagrana.

La mar’canàt, in dialetto abruzzese. Tornavi a casa, ci mostravi tutto orgoglioso il tuo raccolto e poi via, mica potevamo mangiarcele subito, no: con due-tre giri di rafia e qualche nodo studiato ad arte, preparavi delle robuste retine artigianali con cui impiccarle in alto, lontano dalle mie grinfie, appese a maturare in santa pace in cantina, finché la loro dura buccia lucida non avrebbe iniziato a creparsi, assottigliarsi e scolorarsi; solo allora, erano pronte per essere mangiate: non raro caso in cui un frutto, più è brutto, più è buono.

Le monitoravi, le centellinavi al punto che, certe volte, una melagrana sopravviveva fino a Natale, suddivisa e condivisa a fine pasto, come intervallo tra le carni farcite e il panettone ripieno, ospite d’onore tra altri frutti più esotici e pretenziosi.

All’epoca in cui tu impiccavi le melagrane di campagna nel nostro stanzino cittadino, non esistevano ancora i centri commerciali. Se li vedessi, papà: ci trovi file e file di melagrane senza sapore, o troppo dolci, troppo aspre, troppo finte, non sono mai riuscita a comprarle… mannaggia a te pa’, quanto mi hai viziata con le tue primizie!

Quando poi non sei più potuto andare di persona a raccoglierle, il testimone l’ha raccolto la nostra vicina, che ogni autunno tornava dalla sua campagna, dal suo paese, bussava alla porta e ti chiamava: Diunì!

Come ti si illuminavano gli occhi, quando vedevi tra le sue mani quelle grosse melagrane!

So che ti piacciono…, in campagna da noi ce ne sono tante, prendile! ti diceva Irma, e tu non ti facevi certo pregare. Tutto felice di potertele covare un’altra volta, un altro autunno; pure senza appenderle, andava bene lo stesso; ti piaceva andarle a controllare ogni tanto, a vedere se era comparsa qualche crepa, qualche macchietta, se erano pronte, e a tastarle, sul vassoio in cucina:

“Ah pa’, ma se le stai sempre a toccare si ammaccano tutte!”, strillavo.

Lui rideva, mi rassicurava che le melagrane erano intatte e le rimetteva a posto. C’era ancora tempo, sì. E quelle rare volte in cui vi eravate fatti prendere dalla fretta e le avevate rotte e assaggiate prima del tempo, erano risultate più aspre che mai.

Ogni cosa a suo tempo, Tempo al tempo, ripetevi. Bella lezione.

Insomma ‘ste melagrane erano le cocche tue e adesso che non ci sei più (non qui, almeno), sono diventate le cocche mie. Me ne basta una, una soltanto da coccolarmi, e già mi sembra di riaverti qui a casa, pa’.

La vicina che lo sa, anche quest’anno ha bussato alla porta e me ne ha allungata una:

Oddio, quanto gli piacevano, a tuo padre! Ci andava pazzo, me lo ricordo!

Eh sì, Irma.

Una pazzia che ha trasmesso a me. Sennò non si spiega perché io ieri pomeriggio, visto che la benedetta melagrana di Irma si stava per crepare e spaccare senza rimedio, insomma che era giunta l’ora di mangiarla, l’ho aperta e l’ho assaggiata:

Hmmmmm Buonissima, matura al punto giusto,

e però, mica l’ho mangiata tutta: ne ho messo da parte un quarto… volevo condividerlo,

perciò, appena finito di pranzare, con le dita ancora appiccicose di succo e il quarto di melagrana avvolto in un bel tovagliolo amaranto, salto sulla Tina e parto alla volta di Chieti, sparata come una palla di cannone.

Destinazione, cimitero.

Questo cielo azzurro e alto, che sembra di smalto…

Ah Fra’, ma allora sei pazza addaver’.

Ah pa’, la colpa è tua: il mio lato matto, il mio lato impulsivo, il mio piglio-e-vado, il mio intanto-lo-faccio-e-poi-si-vede, mi viene da te, non certo da quella precisina di mamma.

Pensava alle macchie, lei.

Io piuttosto macchio di melagrana il sedile di Tina, ma questa cosa la faccio.

Arrivo al cimitero alle 14.40. Deserto dei Tartari, non c’è nemmeno il fiorista.

Nel silenzio di tomba (ahhhhh Franca che battutaaaahhhhhh) si sente soltanto il rumore dei miei passi. Passi veloci, che io questa cosa la devo fare adesso, subito: cotta e mangiata.

Arrivo davanti alla lapide, prima una ripulita veloce: ci sono ancora fiori e piante freschi da chi ti voleva e ti vuole bene, lo sapevo…

apro il contenitore di plastica che mi ballonzola in borsa,

tiro fuori il quarto di melagrana nel suo bel tovagliolo,

e lo appoggio sotto alla tua foto, in mezzo ai vasi di fiori.

E poi mi siedo sulla lapide.

E ti guardo, nel tuo ovale incorniciato, e ti sorrido, e anche tu mi sorridi.

C’è una pace… nemmeno riesco a ricordarmi tutte le cose che volevo dirti, a parte:

“Questa è per te. La mar’canàt. Assaggia.”

Mi viene in mente che in altre culture, in altri paesi, i vivi mangiano sulle tombe dei morti, preparano banchetti sulle lapidi, fanno bisboccia, fanno memoria; poi non penso più a niente, sospesa in un vuoto beato, assenza di pensieri, parole, rumori.

Nemmeno riesco a piangere. Non mi viene da piangere, non sono triste. Anzi, sono contenta di averti apparecchiato, anche se con ritardo, una tavola praticamente a domicilio, col tuo frutto preferito.

Un frutto fuori moda, tornato di moda: ma lo sai pa’ che adesso ci fanno gli elisir di lunga vita, le medicine, le tisane, gli yogurt, i succhi al bar, le creme per il viso, gli antietà, con la melagrana?

Ricca di antiossidanti, di antocianine, di sostanze antiage, benefiche, anticancro, antidiabete, antiradicaliliberi, antitutto.

Antimorte.

Il melograno, l’albero caro agli dèi, secondo gli antichi. Una pianta, un frutto che fanno da trait d’uniontra cielo e terra, tra mondo dei vivi e mondo dei morti.

Per me, è una della tante cose, dei tanti ricordi di te vivi nella mia memoria. Quindi sì, certamente è un frutto antimorte. Oltre la morte, oltre la tomba, sulla tomba. Un chicco tira l’altro, una sorta di ciliegia invernale.

Se li becchetteranno gli uccelli, pa’, ‘sti chicchi che ti lascio qui sopra. Tu sei oltre, dove non ci sono né fame né sete; tanto — come si dice: “quello che conta è il pensiero”, il sentimento: più vivo che mai.

P.S.: già che ormai sono arrivata a Chieti, passo a trovare la precisina e le mostro le foto con la melagrana sulla tomba. Si commuove, si ricorda quanto ti piacevano, e mi ringrazia del gesto. Vedo le sue lacrime, ma non piango; non mi viene, non ci riesco, non ancora, e poi è ora di andare.

Metto in moto Tina, accendo l’autoradio, parte l’emozione.

E senza fame e senza sete

E senza ali e senza rete

Voleremo via.

“E senza dire parole, nel mio cuore ti porterò.”