Ragionevole dubbio

Quando il diritto coincide col dovere.

In nome del popolo sovrano…

Hai appena finito di pranzare e stai mettendo i piatti nel lavello, quando il citofono suona — orario da corrieri, da postini, da esattori, da rogne in vista.

“Raccomandata! Può scendere, per favore?”

Ecco, lo sapevo.

Nel sottoscala trovi un tipo gentile, faccia pulita, camicia azzurra ben stirata; uno che fa il suo lavoro, e lo fa bene.

“Franca Di Muzio?”

“Sono io.”

“E Lidia Cornacchia?”

“È mia madre… ma in questo momento, non è in casa.”

“Ecco qua, dal Tribunale: un avviso per lei e uno per sua madre… due firme qui, per favore”.

Apri le buste; quello che leggi non ti piace per niente. L’unica convocazione dal Tribunale a cui hai risposto, firmandola e poi presentandoti di persona nel giorno stabilito, non faceva presagire un seguito… e invece.

E invece, l’incidente probatorio era solo un episodio di una causa penale che non si è ancora conclusa.

L’ultimo (così speri) atto è previsto per il 26 ottobre, così dice il foglio. Un atto al quale tu e tua madre dovrete presenziare obbligatoriamente in qualità di testimoni, pena il prelievo coatto da parte della forza pubblica.

Ma il poliziotto in questura non ti aveva detto, anzi assicurato che Noooo, non eri obbligata a farlo!? Che l’unica cosa che dovevi fare era riconoscere quei tre dalle foto segnaletiche, e poi basta!, tanto bastava per incriminarli e magari metterli dentro, nello stesso carcere dove tuo padre ha lavorato per oltre trent’anni?

Promesse da poliziotto.

Sei mesi dopo, ti era arrivata la convocazione per l’incidente probatorio. Ovvero, gli incriminati stanno dietro un vetro oscurato a specchio, tu li vedi e loro non ti vedono, ma lo sanno benissimo che ci sei tu là dietro, che li fai girar, li fai girar come se fossero bambole, fronte e profilo, fronte e profilo, per essere certa oltre ogni ragionevole dubbio che sono stati loro,

proprio loro e non altri a farsi aprire la porta da tua madre con la scusa del controllo del gas,

loro a entrarvi in casa e a rubare quel poco che potevano prima che tu comparissi all’improvviso e li beccassi quasi in flagrante,

loro, i cui familiari bercianti li aspettano e ti aspettano fuori dall’aula; ma la giudice ha la misericordia di risparmiarti l’incontro, facendoti uscire da una porta secondaria.

Allora sì, li avevi riconosciuti, oltre ogni ragionevole dubbio; ma adesso, dopo tre anni? Sicura di riconoscerli?

Non è che ormai sei stanca, annebbiata? No?

Non è che pensi che ormai sia tutto inutile, che tanto in galera quei tre non ci andranno per niente, anzi te li ritroverai sotto casa, a vendicarsi? Sì.

Tua madre è salva: grazie all’Alzheimer, non è attendibile come testimone. Basta un certificato medico per metterla al sicuro da quest’ennesima prova.

Tu però — almeno, fino ad oggi — l’Alzheimer non ce l’hai. Ergo, sei una testimone attendibile. Una testimone parecchio incazzata. E impaurita. Perché adesso ti toccherà guardarli in faccia a quei tre, niente vetri oscurati tra voi, e loro guarderanno in faccia te, e ricorderete tutto quello che per tre anni avete fatto finta di ignorare, conducendo ognuno la propria vita:

che siete praticamente vicini di casa, anzi, di quartiere,

che con uno di loro — alla faccia degli arresti domiciliari — vi siete perfino incrociati nella pizzeria al taglio del quartiere (e anche lì, bellamente ignorati),

che ti avevano fatto le poste chissà per quanti giorni, cronometrando le tue abitudini, aspettando che uscissi per fare la spesa, cogliendo così il momento propizio per intrufolarsi a casa tua, a casa vostra, dove tua madre ingenuamente gli aveva aperto la porta,

che eri rientrata molto prima del previsto, scombinandogli i piani, trovando davanti al portone il “palo” — un tipo color grigio antracite, grigio di tutto: capelli faccia vestiti, che allarmato dal tuo rientro, aveva subito allertato al cellulare gli altri due che erano di sopra!, a rubare, cercando disperatamente nel frattempo di trattenerti di sotto con domande assurde:

…m-mi scusi, questa che via è?

… se ci si trova già, perché me lo chiede?

…e… che numero?, insisteva lui, sempre più frenetico.

L’avevi guardato storto senza rispondere: certo, di tipi strani nel tuo quartiere ne hai visti e ne vedi parecchi, dovresti esserci abituata, ma questo qui proprio non ti piace per niente; perciò, dopo aver aperto il portone, corri su per le scale, accompagnata da un brutto presentimento confermato da un rumore di passi — pesanti, affannati — in discesa rapida, e da una voce maschile che dall’alto grida VAI VAI VAI!!!,

e li incroci sul pianerottolo: due buzzurri nerovestiti, massicci, il cappuccio delle felpe abbassato per evitare di farsi riconoscere oltre ogni ragionevole dubbio; ma due facce brutte così, pure se viste di scorcio e di corsa, chi se le scorda?

E i tatuaggi, poi; i profili, i nasi, l’altezza, la corporatura…

E tua madre?

Alzi lo sguardo verso la porta di casa. Spalancata. Senti le gambe diventare di gomma, ma devi fare ancora un altro piano, devi correre a casa da tua

MAMMA! MAMMA, CI SEI? MAMMA!, Ormai sei una furia, spaventata oltre ogni limite.

La trovi rannicchiata in un angoletto dell’ingresso, stranita ma tranquilla.

…hanno detto che dovevano controllare il gas… uno è andato in cucina, l’altro mi ha spinta qua…

SPINTA! Disgraziati, maledetti, crepate!

…e poi è corso in camera.

Tutta sottosopra, armadio e cassetti spalancati, mensole vuote, oggetti a terra… controlli che i pochi preziosi di famiglia siano ancora dove li hai ben nascosti: oh, sì.

…manca però all’appello un anello, che era in bella vista sul comodino; l’unico anello serio che avevi, l’avevi tolto proprio prima di uscire cazzarola!, oro antico e occhio di tigre, fatto su misura da un artigiano orafo, buonanotte…

…e forse manca pure qualche cd, ma chi se ne frega dei cd,

…e soprattutto ti manca d’improvviso, completamente, la fiducia nel prossimo, nel tuo quartiere “a rischio” che fino ad allora ti aveva protetta da ogni rischio.

Lo senti, li senti rumoreggiare là fuori, i vicini, gridarti che hanno visto la macchina con la quale i ladri sono scappati ma non la targa, sono scappati da quella parte,

Riacchiappali adesso, sì.

Tua madre, tranquillissima in tutto quel caos; sembra non averne risentito per niente, benedetto Alzheimer.

Papà… adesso che ho più bisogno di te, tu non ci sei. Con la tua calma trentennale davanti alle brutte facce carcerarie, la tua fermezza di fronte alle ingiustizie, il tuo sorriso che sdrammatizzava sempre (quasi) tutto.

Perché, perché vivo ancora qui, a Pescara, a San Donato, quartiere a rischio?

Perché non sono rimasta a lavorare a Bologna, perché?

Perché devi scrivere, devi scriverne, Franca: ecco perché.

Eh ma per scrivere devo vivere, prima; l’immaginazione non basta.

Chiami il 113, apri il tuo libro preferito:

Conduci la tua vita, intanto, come se niente fosse, pensa anche ad altro (…), ma non perdonare prima, non venire meno al tuo diritto che coincide col tuo dovere. Ricorda che ciò che perdi in rabbia lo guadagni in chiarezza mentale e in una spietata serenità che faranno da detonatore alla tua esposizione del dolo patito.
Se sei stata capace di non avere alcuna pietà imposta prima, adesso è bello, sensato, perbene e civile non avere alcuna pietà. Dente per dente, occhio per occhio almeno ora, che ormai sei sdentata e anche un po’ guercia.
(Aldo Busi, Nessuna pietà imposta, in “Manuale della perfetta Gentildonna”, ed. Sperling & Kupfer, 1994, pagine 177–179).

Ieri mattina, 26 ottobre 2018, nell’aula x del Tribunale a due passi da casa tua, l’immaginazione è diventata realtà e la realtà è andata oltre ogni immaginazione. Il tuo primo processo, il primo come testimone; il giorno in cui hai riconosciuto subito, oltre ogni ragionevole dubbio, chi ti ha invaso e depredato tre anni prima.

Reciti la formula di rito,

racconti al pubblico ministero l’accaduto,

rispondi secca a una domanda degli avvocati difensori, i migliori sorrisi finti mai visti in vita tua

confermi che sì, riconosci tra i presenti in aula uno dei tre imputati,

e saprebbe dirci chi è,

è lui — quello che abita più vicino a casa tua, quello incontrato in pizzeria, quello lì, sì, proprio lui… vi scambiate uno sguardo vacuo, scarico, stanco.

Gli altri due non ci sono, per fortuna; non sai se ce l’avresti fatta, a guardarli tutti quanti per un’ultima volta.

Ma tanto, c’è già il resoconto dell’incidente probatorio a far testo. Lo conferma? Sì, confermo tutto.

Grazie, adesso può andare, con un cenno e un sorriso gentile la giudice ti invita ad accomodarti fuori, insieme al familiare che ti ha sostenuta con la sua sola presenza.

Di botto la tensione, la paura, l’incazzatura sono sparite: hai voglia di ballare anche se sei a pezzi; altro che se ci andrai stasera, e sarà una delle tue milonghe più belle. Hai fatto quello che dovevi, potevi, volevi, il resto non ti riguarda più, finalmente puoi provare a dimenticare, finalmente lasciarti tutto alle spalle, quei tre al loro destino.

Le mura del carcere di San Donato, a Pescara