Sogno dei tre fratelli

Three

Non è la prima volta che sogno papà. Ma fino a poco tempo fa, tutte le volte che l’ho sognato l’ho visto ammalato, e allo stesso tempo sapevo che era morto. E l’ho sempre sognato da solo.

Fino a pochi giorni fa, quando ho fatto un sogno diverso. Devo averlo fatto non di notte ma di mattina, poco prima di svegliarmi, perché quando ho aperto gli occhi avevo ancora tutti i dettagli ben chiari in mente.

Cammino lungo una strada qualsiasi, verso sera. Credo di essere sola, e invece a un certo punto vedo tre persone proprio davanti a me. Tre uomini. Che strano, penso; non mi ero mica accorta della loro presenza! Siamo a un paio di metri di distanza, li vedo camminare e anche se mi danno la schiena noto subito che tra loro c’è una grande somiglianza. Nella corporatura, nei capelli, nel modo di muoversi e di oscillare le braccia, come a dare un ritmo comodo ma spedito ai loro passi.

Incuriosita, li osservo attentamente, e più li guardo più sento che in loro c’è qualcosa di familiare… molto familiare, ma cosa?, mi chiedo. Dovrei vederli in faccia per capirlo. E in quel momento, come in risposta alla mia domanda, si girano tutti e tre verso di me, sorridendo, ma continuando comunque a camminare.

Mi colpisce subito la loro eleganza, un’eleganza naturale e senza pretese. Indossano pantaloni grigio scuro con la piega, di lana buona (il sogno era così vivido che notavo perfino la qualità della stoffa), e camicie dello stesso colore, abbottonate e stirate alla perfezione; scarpe scure e lucide. I capelli tirati all’indietro, morbidi e pettinati con sopra un velo di brillantina, i volti lisci e rasati, la carnagione sana e abbronzata di chi passa molto tempo all’aperto e mangia cose genuine: nel complesso, uomini che dimostrano di avere cura del proprio aspetto, ma in modo sobrio. Avranno trenta, massimo trentacinque anni, e se ne vanno a spasso tranquilli, senza pensieri, come se fossero appena usciti dal lavoro; e con dei sorrisi di una serenità, di un’allegria, e allo stesso tempo di una sicurezza… ultraterreni. Soprattutto sono belli, hanno fascino: molto simili l’uno all’altro nei lineamenti, nel taglio degli occhi e della bocca, con tratti comuni ma distinti… Tre fratelli. Ognuno con il proprio aspetto e il proprio carattere, uniti da un legame di sangue.

Immaginatevi questa scena: loro che continuano a camminarmi davanti con le teste girate di tre quarti verso di me, e a sorridermi; e io che di botto penso, Ma io questo terzetto lo conosco!, anzi… lo riconosco!

Il primo a sinistra è Dionino — papà. Quello in mezzo è zio Luigi. Quello a destra, zio Cesare. Sono loro, sono proprio loro, nella loro forma migliore; eternati per sempre in una maturità splendente, con una luce felice negli occhi e nei sorrisi. Papà! Zio! Zio!, li riconosco e li chiamo, ma non mi esce la voce; cerco di avvicinarmi a loro, ma i nostri passi restano sempre alla stessa distanza; non posso raggiungerli, toccarli, abbracciarli; però posso vederli bene e loro vedono me, mi sentono e continuano a sorridermi, parlandomi con gli occhi: “Ti vogliamo bene Franca, però… resta dove sei, e lasciaci andare per la nostra strada: ci aspettano cose belle”.

“Ma non eravate morti?”, penso, e subito dopo capisco: No che non lo siete. Siete risorti, nel vostro corpo glorioso, nella vostra forma migliore, come promesso dalle Sacre Scritture a chi crede nella vita eterna; avete un corpo radioso, simile a quello terreno ma infinitamente più bello, più forte, più… completo, finalmente completo, di una maturità, di una pienezza e una bellezza che non esistono in questo mondo. Corpi con un’anima, finalmente visibile.

Papà, zio Luigi e zio Cesare: tre belli giòvn’, come diciamo qui a Chieti, alla Madonna della Vittoria. Onesti, lavoratori, generosi, buoni. Ognuno con il suo carattere, con i suoi pregi e difetti. Unici, come ciascuno di noi. Nel mio sogno li ho visti risorti, che mi camminavano davanti, tranquilli e allo stesso tempo decisi, sereni e sorridenti. Camminando si sono voltati, mi hanno vista e riconosciuta… e sorridendo hanno continuato ad andare avanti per la loro strada.

Ripensandoci con più calma, mi è poi tornato in mente l’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus, che dopo la morte di Gesù mentre sono in cammino incontrano un uomo, ci fanno un pezzo di strada insieme, ci parlano, sentono che in lui c’è qualcosa di familiare… e alla fine lo riconoscono: è lui, il loro Gesù. Uguale e diverso. Risorto.