Due parole su Cairo. E sul Toro nel 2017.

Inizio subito col chiarire un paio di cose a proposito di Cairo, ché uno degli argomenti che mi viene più rapidamente a noia è quello incentrato sull’ingratitudine.

Sono grato a Cairo. 
Lo ero in una torrida estate di molti anni fa, quando uscì dal cilindro e ci liberò da Giovannone.
Lo sono ogni volta che trovo il Toro nella classifica di serie A, non importa dove.

Ogni volta che vedo un bambino con la maglia granata in giro per Torino o sul divano di casa Bonucci.
Ogni volta che uno dei nostri fa la cresta o si batte il petto o esce marcio di sudore o va a casa UGI.
Non sto nemmeno a nominare il San Mames o il derby vinto, perché davvero per realizzare quanto dobbiamo a Cairo mi basta infinitamente di meno.

Sono grato a Cairo e non appartengo nemmeno al novero di coloro per i quali il passato è sempre e solo meglio.
Penso anzi che il passato goda di una mitizzazione che personalmente trovo giusto provare a stornare, quando si valuta il presente.
Il passato non è stato quella costante di tremendismo, soddisfazioni e sedie levate al cielo che si tende a postulare.
Nel passato ci sono anche svariate stagioni in serie B, innumerevoli partite noiose, svariati giocatori indegni, molteplici malcontenti.
E non sto parlando del passato immediatamente pre-Cairo, ma di tutto il restante altro, da dopo gli Invincibili.

Il passato è un mito, una consolazione; comunque non un metro.

Il punto è come valutare il presente, o almeno come lo valuto io.
Se sia il caso di essere soddisfatti, ottimisti o al contrario preoccupati o scontenti. O una via di mezzo.
E allora tocca inevitabilmente ritornare a parlare di Cairo, e del calcio nel terzo millennio, in Italia.

Cairo e il Toro partecipano a un gioco molto impari, e questo Cairo non si stanca mai di ricordarcelo.
Il punto è: come stiamo giocando? Cosa possiamo aspettarci dalla partita?
La mia impressione è che la risposta a queste domande sia sempre più evidente.
Il Toro di oggi è vicino al proprio limite o quantomeno al limite che chi ne è proprietario ritiene saggio o giusto imporsi.
Lo ribadisco: il limite di esborsi, ambizioni, rischi che un imprenditore decide di porre alle proprie attività è legittimo per definizione e anche se le proprie attività riguardano un ambito così particolare come il calcio, in cui rientrano persone, ricordi e perfino sentimenti.

La dimensione attuale è quella che in modo del tutto legittimo Cairo ha scelto di porre al Toro.

Penso sia bene prenderne coscienza, innanzi tutto.

Una dimensione in cui in Europa si prova ad andare, ma il tentativo si basa sull’innesco di quei circoli virtuosi che a volte capitano.
In cui i giocatori forti sono di passaggio, per millemila motivi tra cui il fatto che la loro vendita serve a tenere in piedi il tutto in modo che non serva nemmeno avere esposizioni verso le banche.
Una dimensione in cui non c’è patrimonializzazione e tutto è rapidamente liquidabile, vendibile, “leggero”.
Una dimensione in cui l’exploit è l’eccezione e la tranquilla sopravvivenza la regola.
Una dimensione in cui si compra cercando di fare l’affare, in cui al primo posto c’è il risultato economico e in subordine quello sportivo.
Cairo ha quella che in letteratura si definisce una bassa propensione al rischio. Può non piacerci ma è così e l’unica cosa davvero controproducente che possiamo fare in merito è negarlo.

Personalmente quello che mi sento di imputargli non è tanto questo (i soldi sono suoi) quanto il fatto che potrebbe comunque interpretare meglio il ruolo di parsimoniosa formichina che si è scelto riguardo al Toro.

Dal Fila a Hart, sono svariati gli esempi che si potrebbero fare per dimostrare che per fare meglio non serviva diventare una cicala.

Per valorizzare un bene, sia esso un tempio atteso decenni o un magnifico ragazzone inglese che calamita attenzioni e simpatie non servivano più soldi ma semplicemente più idee, iniziativa, creatività, cuore, passione.

Competenza.

Il fatto che sia stato preceduto da una sequela di arraffoni, arruffoni, faccendieri o marionette non altera o non dovrebbe alterare il giudizio che possiamo dare di Cairo e della sua gestione.

Nè l’apparente mancanza di persone che vorrebbero prendere il suo posto in cucina migliora il gusto del suo menù.

Non stiamo per diventare il Napoli e probabilmente nemmeno la Fiorentina. 
Questo non significa che non vedremo partite divertenti, giocatori forti. 
Semplicemente che non dobbiamo farci troppo l’abitudine perché è ad altro che dobbiamo farla, che la stiamo facendo.
E questi oltre dieci anni dovrebbero avercelo fatto capire meglio di qualsiasi ulteriore esempio.

Sempre Forza Toro