PJ Harvey, The Hope Six Demolition Project


Ci sono artisti che ammiri perché sono delle certezze. Giganti inscalfibili come Tom Waits, Leonard Cohen, Bill Callahan o band navigatissime come Lambchop, Tindersticks, Low, musicisti che ami per la caparbia, granitica coerenza con cui continuano a fare quello che hanno sempre fatto, senza mai sbandamenti o scossoni, apportando giusto qualche minimo aggiustamento di rotta lungo il tragitto. Qualunque cosa accada, sai che sono lì e non ti deluderanno mai.

Eppoi ci sono artisti che ammiri perché fanno esattamente l’opposto: artisti imprevedibili, votati a spiazzare/sabotare qualunque genere di certezza, pronostico, aspettativa. Ecco, Polly Jean Harvey appartiene a questa seconda categoria, e questo è uno dei (tantissimi) motivi per cui Polly Jean Harvey continua a essere PJ Harvey, ovvero una delle figure più iconiche e imprescindibili uscite dal calderone dei nineties. Come lei, forse, solo Bjork, entrambe fieramente affrancate dai diktat dello show business, entrambe cocciutamente impegnate a ridefinire a ogni tappa il senso del proprio percorso e il proprio sguardo sul mondo. E chissenefrega degli inevitabili passi falsi e delle eventuali cadute.

Dall’incendiario Dry (1992), ogni nuovo album di Harvey è un appuntamento al buio. Un’incognita, un azzardo, il nuovo atto di un’interminabile pièce che negli anni ha visto sfilare una ridda di maschere diversissime fra loro, ma tutte accomunate da una femminilità tormentata, conturbante, estrema. Dalla ragazzaccia sboccata e nevrastenica di Rid Of Me (1992) alla femme fatale inconsolabile di To Bring You My Love (1995), dalla rocker bamboleggiante in tailleur Prada di Stories From The City… (2000) a quella scalcinata e ingrugnita di Uh Huh Her (2004), fino alla sconvolgente metamorfosi inscenata da White Chalk (2007), all’insegna del più austero pauperismo folk (solo voce e il tramestio incerto delle dita su un piano che sembra venire da un castello infestato).

Inevitabile che l’effetto sorpresa, stavolta, appaia smorzato. The Hope Six Demolition Project, infatti, è un disco che non segna cesure traumatiche rispetto al recente passato: dentro, c’è lo stesso fervore «politico» che innervava Let England Shake (manca l’autoharp, ma in compenso c’è il suono affilato e spigolosissimo del suo sax, il primo strumento imbracciato da PJ), e a cambiare sono solo scenari e tematiche: laddove l’album precedente partiva all’arrembaggio sulle note di Istanbul (Not Constantinople) per svelare il lato oscuro e guerrafondaio dell’imperialismo occidentale (di ogni imperialismo), marciando sulle cataste di corpi e macerie della Grande Guerra, The Hope Six Demolition Project sposta l’obiettivo sul mondo contemporaneo raccontando la degradazione e la miseria che dell’imperialismo sono le dirette conseguenze.

È un album che suona urgente e necessario, anche se covato a lungo, frutto di una serie di viaggi fra Kosovo, Afghanistan e Washington DC. Teatri di guerra, periferie dell’Impero e scenari di ordinaria desolazione che lo sguardo di Polly Jean – affiancata come in Let England Shake dal fotografo Seamus Murphy – ha provato a catturare attraverso una serie di secche istantanee («I took a plane to a foreign land / And said I’ll write down what I found”, declama in The Orange Monkey). Da qui nasce il ciclo di poesie confluite nel libro The Hollow of the Hand, da qui nascono le canzoni che danno forma al nuovo album e che PJ ha deciso di registrare in un’ex palestra sotto la Somerset House di Londra, nel corso di una recording session di cinque settimane aperta a un selezionatissimo pubblico (pagante). E che canzoni. Potenti e cazzute, rabbiose e ispirate, confezionate con il sostegno della solita ciurma e la consapevolezza di una donna che non ha più bisogno di urlare per farsi sentire. E quando lo fa, è comunque con l’impeto sciamanico e controllato di una Patti Smith su di giri (The Ministry of Defense). Ci sono rimandi e scampoli blues che affiorano dalle trame o danno l’abbrivio (l’intro di River Anacostia che anticipa l’ingresso delle percussioni e ritorna sul finale), staffilate free-jazz che squarciano la tela e aggiungono colore a un impasto sonoro denso e febbrile. C’è, soprattutto, la voce di Polly, capace di squadernare a ogni brano il registro più consono, che si tratti di marciare compatta sulle note di A Line in the Sand o di affondare nel blues melmoso di Chain of Keys, di alleggiare stregonesca come in Medicinals o di inalberarsi con acido trasporto sixties come in The Wheel. Ingredienti ed espedienti forse già sentiti (cos’altro dovrebbe inventarsi per sorprenderci ancora?), ma che anche stavolta la cara Polly Jean riesce a combinare nel modo più originale, più autentico e puro. Impossibile chiederle di più, se non continuare a essere se stessa. E chissenefrega delle certezze, di quello che ci aspettiamo noi, di tutto il resto.