La realtà nell’era del virtuale: Jean Baudrillard.

Il rapido sviluppo di Internet e l’avvento di nuove tecnologie hanno modificato profondamente il modo di vivere dell’uomo, rivoluzionando molti aspetti della nostra realtà quali il modo di comunicare, di scambiare informazioni, il nostro modo di pensare e soprattutto il nostro modo di approcciarci con la realtà circostante e queste tematiche sono state oggetto di discussione e studio da parte di molti informatici e filosofi.

Jean Baudrillard

Tra questi, non può certamente mancare il nome di Jean Baudrillard (1929–2007), filosofo e sociologo francese, un autore estremamente prolifico che ha pubblicato numerosi saggi relativi diverse tematiche quali la politica, il fenomeno del consumismo, l’impatto dei nuovi media, dell’informazione e delle tecnologie nella nostra società contemporanea e molti altri fenomeni culturali che hanno interessato la sua epoca.

Baudrillard è stato uno di quei grandi pensatori che ha tracciato in maniera originale l’impatto della tecnologia sulla vita sociale dell’uomo e questa critica la possiamo ritrovare nel suo libro “Il delitto perfetto”, dove viene messa in evidenza la morte della realtà e lo sterminio delle illusioni ad opera dei media e delle nuove tecnologie moderne.

Egli mette in discussione il concetto stesso di realtà, proprio perché quest’ultima si è come dissolta nell’era del virtuale cedendo piuttosto il posto ad uno stato di apparenza e le classiche antinomie quali il reale e l’immaginario, il vero e il falso e così via vengono a mancare, operando così un rovesciamento totale di tutto ciò che ci circonda, compreso il ruolo del soggetto che rischia di essere definitivamente cancellato.

La sensazione di perdita del reale è messa alla prova da alcuni esempi che lo stesso Baudrillard fornisce, tra questi possiamo citare la famosa guerra del Golfo del 1991 alla quale milioni di persone hanno assistito tramite le dirette televisive ma in verità essi hanno semplicemente fatto da spettatori ad una sua contraffazione; si tratta, dunque, di una guerra immaginaria e non reale, un continuo passaggio di notizie, di immagini che non riflettevano l’andamento della realtà ma il suo contrario.

I media e le tecnologie hanno creato un universo fatto di illusioni e fantasie in cui gli individui sono schiavi dei valori consumistici e delle ideologie mediatiche e tutta la modernità, per il filosofo francese, si basa su questa realtà fittizia.

Egli mette ancora in maggiore risalto questo conflitto fra reale e virtuale attraverso il famoso mito della caverna di Platone, affermando che:

“L’immagine di Platone è diversa in quanto si riferisce alla figura di una nascita, di qualcosa di irreale in quanto ombra di qualcosa, ma tuttavia il mito parla comunque dell’essere. Ci sono ombre che si muovono in circolo e noi non siamo che il riflesso di un’altra sorgente, che esiste altrove, una fonte luminosa dinanzi alla quale però si interpone un corpo, e le ombre sfilano. Nel mondo virtuale, invece, direi che non ci sono né apparenze né essere, non esistono ombre giacché l’essere è trasparente, in un certo senso questo è il dominio della trasparenza totale. Noi siamo perciò come attraversati in qualche modo dai messaggi, dall’informazione, dai megahertz o che so io, da tutto quel che si vuole, poiché noi stessi siamo trasparenti all’interno della realtà virtuale, non abbiamo più un’ombra. La nostra, se si vuole, è tipicamente l’epoca dell’uomo che ha perduto l’ombra.”

Troviamo dunque un profondo senso di criticità in questo autore dell’epoca contemporanea che in maniera molto dura e tagliente ha segnato il pensiero e la nostra cultura moderna, attraverso la sua posizione estremamente avversa nei confronti delle nuove tecnologie che “ci fanno perdere il principio della realtà, rendendo così impossibile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso”.

Con una punta di pessimismo Baudrillard aggiunge che ogni tentativo di opporsi a questo progresso e di realizzare (o meglio, ricreare) una sua regolamentazione etica sembra essere destinato a fallire.

“Non vedo la minima possibilità di recuperare una morale a misura di questo nuovo fenomeno, perché la morale in fondo presuppone un’essenza dell’uomo in quanto tale, un principio — come dire? — di libertà, di responsabilità, eccetera. […] Io però non vedo più una morale.”

Tutto questo, però, non deve condurci alla disperazione. Nessun comitato etico può infatti farci nulla, ma essi non cesseranno comunque di esistere poiché, nonostante tutto, bisogna salvaguardare la finzione di una morale in cui la società possa specchiarsi e riflettersi. A quanto pare, altro non ci resta che accettare questo cambiamento, magari avendo una qualche specie di nostalgia per un sistema di valori ormai passato.

“Non posso giudicare il principio scientifico di questa storia, né la natura oggettiva delle cose. Ma in termini di conseguenze è vero che soprattutto l’universo morale, filosofico, ma anche quello sociale si trovino in grave ritardo.”