Il sogno americano

Ovvero come permettere alle priorità di scandire il nostro tempo

Vestita di quell’attenzione lusinghiera uscii in strada per vivere la giornata. Non avevo piani precisi, solo una gran voglia di passeggiare e guardare intorno. Notai che ero una delle poche che si fermava davanti al semaforo rosso. Avevano tutti estremamente fretta e una sorta di arroganza a pretendere la precedenza sugli altri. Alcune immagini della città spingevano a riflettere. La vita sembrava fatta di punti ed obiettivi da raggiungere, il tragitto intermedio non pareva avere molta importanza per la maggior parte delle persone. In questi momenti tutta la fascinazione che provavo per New York veniva smorzata dalla paura di diventare insensibile agli altri, trasformandomi in un perfetto e programmabile esecutore di obiettivi.

Sin dai primi viaggi nel mondo avevo notato che per gli americani era naturale inserire nella conversazione le loro priorità.

Ero molto giovane quando mi successe la prima volta, reagii in modo curioso, anche io avrei provveduto a fare una lista, mi sembrava un modo intelligente di organizzare la mente, ma poi, di chiacchierata in chiacchierata, di conoscenza in conoscenza, avvertii una sorta di inquietante significato dietro questa abitudine. A volte non si trattava di una semplice lista per riordinare i pensieri, per dare il giusto peso ai propri sogni o intuire le attitudini che ci caratterizzavano, ma di un procedimento semplificativo, banalizzante, alla pari di un elenco della spesa che indicava cosa avevamo e cosa no.

Naturalmente la reazione all’elenco variava da persona a persona, ma c’era comunque un margine educativo, un compitino insegnato dall’infanzia e portato avanti per tutta la vita. Alla fine si sarebbero fatte le somme degli obiettivi raggiunti e dei fallimenti per valutare il senso di una esistenza?

A New York, città in fermento, attiva, culturalmente ed economicamente, il rischio era maggiore. Tutti raggiungevano questo posto per realizzare qualcosa, il sogno americano era più forte che in ogni altro luogo, e l’energia di questi pensieri, delle persone che li liberavano nell’aria, potevi avvertirla per le strade. Ciò aveva sempre provocato un’eccitazione in me. Era il motivo per cui avvertivo il bisogno, quasi una necessità fisica, di trascorrere ogni anno un periodo a New York; era ciò che mancava quando ero a Roma, troppo forte in noi quel senso di impossibilità a fare le cose, a cambiare le cose, se non con i favori del potere, con i giochi clientelari, per la quasi totale assenza di meritocrazia, una parola spesso sconosciuta nella vita italiana. E qui sembrava sempre tutto possibile. Se avevi qualcosa da dire venivi ascoltato con attenzione, anche le persone appena conosciute ascoltavano le conversazioni, non interrompevano l’interlocutore, facevano domande, e avevo l’adrenalina che scorreva in corpo, una sorta di desiderio di potenza, potevo cambiare tutto, la mia situazione, mostrare i meriti e superare i limiti. Questi pensieri, benefici per la mente, davano una grande energia, forse era questa la ragione primaria del mio arrivo qui. Tuttavia capivo, dentro di me, che avrei continuato a fermarmi davanti al semaforo rosso, e non per eccesso di zelo verso le regole, ma per un senso del tempo, del mio tempo, dei ritmi, del battito cardiaco non accelerato, non costantemente accelerato.

Ero tante cose, ero consapevole di essere un insieme di cellule diverse e complementari, ma ero umana, non robotica, non sarei mai stata capace di esserlo.

Era tempo di andare, di muoversi, di fermarsi ed era sempre tempo di contemplare, di assorbire per rielaborare. E questo a New York, a Roma, a Calcutta, ovunque avrei avvertito la mia particolarità, la mia diversità, il mio essere unica in quanto unica rappresentazione di me.

Brano tratto da FINGO