Perché una casa (in affitto) non è solo una casa

Specie se ci hai vissuto 4 anni di vita e per la prima volta da sola.
(E se vi va raccontatemi le vostre storie di affitto)

Domani, anzi tra una manciata di ore, ti lascerò.
E lascerò qui anche una parte di me stessa. 4 anni in cui da donna fragile e insicura, dopo avere visto crollare miseramente un amore, sono diventata poi una che cerca di amare se stessa in primis e farsi amare così come è. O che almeno ci prova.

Sono seduta qui su un divano dove ho pianto, ho riso, ho sorriso, ho organizzato insieme a Lui una festa di compleanno indimenticabile (e tanto altro), ho scritto articoli e pezzi di vita, ho lasciato la direzione di un giornale (il “mio” Walk on Job), ho guardato film belli e spesso stupidi per dimenticare un lavoro che non mi soddisfaceva.

Tra poco ti lascerò e non mi sembra neanche vero. Anzi, mi commuovo un po' e i pensieri si ovattano facendo diventare la mente ancora più malandrina di come è di solito. E poi si mischiano a quelle lacrime che solo qualche giorno fa mentre ero in bagno sono sgorgate e che ora timidamente restano lì, aspettando un segnale.

Ti ho voluto molto bene, casetta. Ti ho voluto di quel bene che gli altri non possono capire.

“Paghi 700 euro per un monolocale?!” “Sì ma… spese comprese”, mi affrettavo a dire, come a giustificarlo anzi quasi a difendermi da tutto questo.

Ma, sebbene pensassi sempre che fosse troppo e ti ho odiato perché tante volte ho dovuto fare 3 lavori pur di pagarti e stare bene (e qualcuno pensava “fossi ricca), io ti ho scelta.

Ti ho scelta quando 4 anni fa brancolavo nel buio di una casa che aveva vomitato dolore quando aveva promesso serenità.

Ti ho scelto ritornando apposta in un quartiere in cui ero stata felice. Ti ho scelta quando, a parità di costi, avrei potuto essere sul Naviglio Grande, non vicino alla movida ma vantandomi di esserlo.

Ti ho scelta quando non ero in grado neanche di scegliere me stessa.

E tu mi hai accolta.

E mi hai regalato un’amica di 75 anni che mi chiamava “Raggio di sole” e da cui andavo la sera a chiedere la mozzarella per salvarmi la cena o a fare quattro chiacchiere dopo lavoro. Marisa, quella vicina così vicina che non potevo uscire la mattina senza che si aprisse la sua porta e arrivasse un saluto. Che aveva avuto una piena di lavoro, tanti amici e un figlio non suo e che al momento della morte non ha potuto scegliere insieme a qualcuno di loro che fare della sua vita.

Che amava il profumo di zagara, i libri (“Cristina, te ne presto uno ora e l’altro dopo che io me li voglio leggere”), che a 75 anni si divertiva a recitare “Il berretto a sonagli” di Pirandello, che amava uscire, chiacchierare e che diceva sempre che gli uomini non bisogna mai farli adagiare che altrimenti si prendono il dito con tutta la mano.

Maris, come la chiamavo io, che prima di morire mi ha regalato Mary, un’altra vicina, ora soprattutto un' amica, che ha confermato quello che penso da sempre: per avere buoni vicini bisogna essere buoni vicini.

E che anche a Milano mi ha ricordato come il chiedere qualcosa in prestito all’ultimo minuto, un passaggio in macchina e “Hai il bicarbonato?” sono piccoli mattoni di una amicizia. Mi ha fatto poi conoscere Rosanna, portinaia sempre disponibile e preziosa, che è stata un aiuto per più cose di quelle che prevedeva il suo ruolo (dai consigli, l’ascolto e i messaggi su whatsapp su quando arrivava l’attesa copia di Internazionale).

Ma questa casa è stata quella che una casa è per ogni donna che va a vivere da sola, davvero da sola, per la prima volta.

Un porto sicuro, un luogo in cui chiudere la porta al mondo o provarla ad aprire conoscendo persone e rinsaldando amicizie, spesso online. Un posto dove accumuli roba mentre segui i cartelli stradali per cercare te stesso.

In cui ho iniziato storie e le ho viste finire, ho iniziato lavori, ho dormito con amiche per più notti o di passaggio, ho ospitato amici e scoperto quanto è bello averli vicino invece che a chilometri di distanza (restando sempre su quel divano a chiacchierare ore e ore), in cui ho fatto quelle cene che “ok casa mia ma ognuno porta qualcosa” e “ma tu hai sedie? Perché io ne ho solo 8", ho fatto cene a due con le amiche, ho ricevuto regali e amicizia, in cui ho perso 8 kg e mezzo e mi sono incazzata per i voli costosissimi per la Sicilia.

Una tana ma allo stesso tempo un’isola felice da condividere con la mia famiglia (giorni e giorni con mia mamma e mio fratello) aspettando che prima o poi arrivassi anche tu, papà. Ed è la casa che ha accolto le mie lacrime quando nel cuore della notte ho scoperto che non saresti più venuto, così come anni prima ho scoperto che un mio carissimo cugino aveva fatto strada al tumore o che solo qualche giorno fa Peppe e il suo amico tumore avevano smesso di giocare la loro partita, e non per decisione di Peppe che, da rugbista, non si tirava mica indietro e amava il terzo tempo.

La casa in cui “che bello ho l’indeterminato ma…”, in cui ho scritto il primo post su Medium e pianto lacrime amare (ispirata da mia sorella).

La casa in cui ho fatto le notti per scrivere o le levatacce pensando “Sì, pago di più ma che bello che posso lasciare i piatti nel lavandino e fare le ore piccole quanto voglio”. La casa in cui ho ricominciato a giocare a pallavolo dopo l’infortunio, mi sono addormentata qualche volta con il telefono in mano, il più delle volte con un libro aperto. Qui ho conosciuto Carver e Foster Wallace, ma anche meglio Hemingway e per la prima volta Missiroli e Carlotto.

Un posto che ho odiato per la cucina stretta, la vasca a metà che non mi potevo mai fare un bagno vero e per un divano letto da aprire e chiudere ogni notte e ogni giorno, per degli armadi troppo piccoli e una sola vera grande stanza dove abitare e mettere la scrivania sotto la finestra come Carrie di Sex and the City.


Che ho odiato perché quando ospitavo due persone dovevo per forza andare via e perdermi quelle nottate fatte di chiacchiere inframmezzate da “Ora andiamo a dormire” e subito dopo “Ma ti ricordi che…?” e non la finisci più.


Ma di quell’odio che riservi a chi in fondo ami e amerai sempre un po’.

Perché una casa non è solo una casa.

E le vostre storie di affitti? Se vi va condivideteli anche qui. Che sono pezzi (importanti) di vita.

(Post ispirato da un altro — su Facebook — di Laura Colciago mentre dicevo parolacce su quanta roba avessi e in parte anche dalle immagini di un sushi consumato sul pavimento della nuova casa da Franco Sarcina)

Cristina Maccarrone

Written by

Giornalista, scrivo da sempre. Di innovazione, economia, mondo del lavoro, tecnologia e altro. Amo leggere e spacciare riviste ad amici e conoscenti.

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