Auschwitz e la perdita del sacro nella società contemporanea

Una riflessione dopo il viaggio studio dei giovani piemontesi con il Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale

di Mario Bocchio

Stupisce che la terra che fra Sette e Ottocento ha dato i natali a Bach, Beethoven, Mozart, Kant, Hegel, vale a dire la summa della cultura europea, abbia partorito i campi di sterminio, insediati prevalentemente in Polonia.

Auschwitz è quello più conosciuto al mondo, ed è stato meta del viaggio studio dei ventiquattro studenti piemontesi che hanno partecipato al concorso di storia contemporanea indetto dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte.

Birkenau, la bocca dell’inferno

Siamo appena ritornati, abbiamo ancora nitidi i particolari visti in questi giorni. Personalmente sono rimasto profondamente colpito in negativo dal comportamento di una nutrita comitiva di cittadini giapponesi, tutti adulti.

La banalità del male, viene spontaneo commentare col famoso titolo del dibattuto saggio di Hannah Arendt sul processo ad Adolf Eichmann: con la differenza che l’incapacità di formulare giudizi morali e una mediocre stupidità qui non sono le caratteristiche dell’autore del crimine, ma vien voglia di attribuirle a coloro che si mostrano interessati a conoscerlo e ricordarlo. I quali finiscono per farsi il selfie di famiglia davanti al cancello in ferro battuto con la frase “Arbeit macht frei”, entrano indossando t-shirt che recano scritte offensive per il luogo, escono alla fine del periplo fra sorrisini e ammiccamenti, già pregustando l’attività successiva della giornata.

La biglietteria di Auscwitz

Voglio fare un ragionamento partendo da questa constatazione: da una parte ci sono la meritoria iniziativa del Consiglio regionale del Piemonte e gli studenti, adeguatamente preparati dai loro professori, che diventano volonterosi adepti della memoria, che dedicano una giornata al dovere di non dimenticare. Quel che invece stride è il presunto senso della memoria nei visitatori “per caso” dei lager.

Un selfie entrando nel blocco della morte di Auschwitz

Come ha scritto Marcello Veneziani, “il ricordo suscita il sentimento della perdita, la nostalgia. Chi ricorda non è indifferente, mentre la memoria può essere anche un magazzino di date e di fatti. La memoria, poi, è soprattutto pubblica e storica, il ricordo è soprattutto intimo e affettivo: commemori i defunti, ricordi i tuoi cari. Ricordo, lo dice la parola, chiama al cuore (in latino recordor contiene la parola cor, cuore, ndr); la memoria è più una facoltà intellettiva”.

Quel che il selfie mostra fa capire a quali conseguenze porti la generale perdita del sacro nella società contemporanea. L’unica giustificazione che i visitatori possono addurre per il loro comportamento inadeguato, è che nessuno ha insegnato loro la differenza fra sacro e profano e quindi come rapportarsi col primo diversamente dal secondo.

Un altro selfie davanti al Memoriale di Birkenau

L’organizzazione delle visite ad Auschwitz è caratterizzata da totale mancanza di ritualità, di compunzione, di gesti e suoni che invitino al raccoglimento (dominano le voci delle guide e i rumori che vengono dalla strada), la disposizione degli spazi e dei percorsi è strettamente funzionale, non esistono norme sull’abbigliamento e sulle riprese video e fotografiche. Ti trovi a dover convivere con un massiccio merchandising con anche gli immancabili magneti e le magliette che immortalano le tristemente famose porte di Auschwitz I e Auschwitz II Birkenau , che condussero gli innocenti nella bolgia dell’inferno. Scopri la presenza di ristoranti che ti propongono diversi menù. Ti capita addirittura che il tuo sguardo finisca su pannelli pubblicitari agli ingressi.

Pubblicità all’ingresso di Birkenau

Davanti a tutto ciò mi viene spontaneo definire turisti i visitatori del campo di concentramento nazista di Auschwitz, anche se sono certo che tra di loro ci siano ancora quelli che non si considerano tali, bensì visitatori, cioè persone che vanno lì mosse da un’urgenza morale: mantenere viva la memoria dell’Olocausto.

Temo però, visti i loro comportamenti, che la maggior parte delle persone incontrate in questi giorni a Birkenau e ad Auschwitz, non pensi affatto. Si spostano da un posto a un altro, da un “luogo d’interesse” al successivo senza pensarci tanto su. Il tour di Auschwitz e Birkenau, d’altronde, è una delle mete turistiche imperdibili in Polonia, che ha finito per generare una massiccia economia dedicata, visto che si registrano quasi un milione e mezzo di visite all’anno. Un sacco di gente compra questa destinazione senza nemmeno riflettere sulla differenza fra la visita al campo di sterminmio e quella al Castello di Wawel. Naturalmente ciò è anche responsabilità dei fornitori di questi “pacchetti” e di chi gestisce i memoriali, che incoraggiano questo approccio commerciale e questo ammutolimento dell’intero concetto di memoria.

Il bar di Auschwitz

A Cracovia ho visto una pubblicità: “Prenota la tua visita ad Auschwitz, una birra in omaggio”. È molto difficile non sentirsi un turista nell’ambiente ricreato in questi memoriali: anziché farne dei luoghi di lutto e preghiera, li si è trasformati in luna park dove i visitatori sono invitati a prendere visione di come erano progettate le camere a gas e i forni crematori.

A Birkenau ho voluto camminare da solo, ricercando gli angoli avvolti dal silenzio, per affidare alla mia macchina fotografica quei particolari che possano fare capire quell’immane tragedia. Ho pensato a chi potesse allora aver calpestato la zolla di terra sulla quale c’erano i miei piedi.

La recinzione di Birkenau

Per caso mi si è avvicinato un signore che si è presentato come il presidente della Società olandese dei sopravvissuti all’Olocausto. Mi ha detto che i membri della sua società sono afflitti esattamente dal problema che io ho messo a fuoco: quando vanno ad Auschwitz e a Birkenau per rendere omaggio ai loro morti, si recano al memoriale, che è la cosa più prossima a un cimitero dei loro cari che hanno, ma si ritrovano circondati da passanti distratti, che non sembrano rendersi conto di ciò che quei luoghi sono. Queste mie righe non vogliono giudicare, semplicemente osservare. Ho provato un forte disagio durante una visita e mi sono sentito obbligato a scrivere quello che penso.

Il dramma di ieri: la selezione nazista a Birkenau

Come me tanti sono consapevoli che i visitatori dei campi di sterminio nazisti normalmente non mostrano forti emozioni quando visitano quei luoghi di dolore, a meno che non siano sopravvissuti o parenti di gente morta lì.

Proprio il film documentario “Austerlitz”, girato da Sergei Loznitsa (ucraino, premio della stampa a Cannes 2012) nei dintorni e all’interno di quello che fu il campo di concentramento di Sachsenhausen, mostra che non c’è nessuna “esperienza della memoria”, ma il suo opposto: l’esperienza dell’oblìo. Naturalmente ci sono persone che hanno abbastanza educazione o un tale grado di empatia da essere capaci di attingere l’essenza della tragedia, attraverso e nonostante il grottesco design dei memoriali, ma per quel che ho potuto vedere, per la maggioranza dei visitatori questi luoghi forniscono informazioni intorno ai meccanismi delle uccisioni di massa, e non l’opportunità di toccare la memoria della tragedia umana. Essere semplicemente informati circa qualcosa non è sufficiente. Bisogna avere una certa educazione, leggere certi libri, guardare buoni film se si vuole poter percepire una lontana tragedia che ha colpito altri come se riguardasse noi stessi.

Lapidi erette a Birkenau dove sorgeva uno dei centri crematori

Certamente non sono nella posizione di dare consigli o di indicare il modo giusto di visitare un campo di concentramento. Mi sarei solo aspettato che questi memoriali avessero dei luoghi per ritirarsi in preghiera: una chiesa, una sinagoga. Mi sarei aspettato che applicassero un certo codice di abbigliamento. In Vaticano ci sono cartelli per i visitatori nei quali si mostra come si deve essere vestiti nel modo appropriato per visitare le chiese: niente pantaloni corti per gli uomini, niente minigonne per le donne. Penso che lo stesso codice di abbigliamento andrebbe applicato nei memoriali dei campi di concentramento. E forse bisognerebbe anche proibire di scattare fotografie. Lo so, questo sembra troppo, ma forse così la gente avrebbe più tempo per riflettere sul luogo in cui si trova, anziché sprecare tempo a farsi dei selfie dentro alle camere a gas.

Ho trovato un angolo silenzioso di Auscwitz

Se mi rimetto a pensare a questi due giorni di visita, mi accorgo che c’è il rischio concreto della dissacrazione di luoghi che dovrebbe essere considerati sacri per quello che vi è accaduto.

Ciascuno dovrebbero aspirare, come essere umano e sociale, a poter fare un’esperienza di catarsi anche in questi luoghi dove migliaia di esseri umani come noi sono stati torturati e assassinati. Diversamente, non ha senso che esistano questi memoriali. Diversamente, la tragica storia si ripeterà di nuovo.

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