Carlo, Ettore, Maria e la Repubblica

Intervista a Marco Gobetti

di Redazione Savej

Il 4 ottobre scorso al Teatro Gobetti di Torino è andato in scena lo spettacolo “Carlo, Ettore, Maria e la Repubblica. Storia d’Italia dal 1945 ad oggi”, una delle tante repliche di questo successo teatrale nato dalla collaborazione fra l’Associazione Culturale Marco Gobetti e il Coordinamento Teatrale Trentino.

Realizzato in occasione del settantesimo anniversario della nascita della Repubblica, lo spettacolo racconta la storia di una famiglia (Carlo,Ettore e Maria), un intreccio di biografie di pura invenzione che lascia emergere la storia e la nascita della storia italiana.

Fondazione Enrico Eandi era tra il pubblico in sala e ha intervistato per Rivista Savej Marco Gobetti.

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Lo spettacolo è liberamente tratto dal libro “Raccontare la Repubblica. Storia italiana dal 1945 a oggi: sette testi da interpretare a voce” scritto a quattro mani da lei e dallo storico Leonardo Casalino. Ci racconta come è nata questa collaborazione? Qual è l’idea di fondo che ha guidato la nascita di questo libro?

Da anni collaboro con Leonardo Casalino nella ricerca di metodi innovativi per la trasmissione orale della storia. Conobbi Leonardo Casalino (storico, professeur des universités en études italiennes à “Université Grenoble Alpes”) durante una conferenza riguardante Leone Ginzburg, terminata la quale gli dissi che avrei recitato con piacere nelle scuole quanto aveva appena detto. Ne nacque il progetto “Lezioni recitate”, in cui l’attore (io) recitava nelle scuole superiori del Piemonte e non solo, lezioni scritte ad hoc dallo storico (Casalino) e riguardanti figure di antifascisti italiani del ‘900; strumento era il volume “Lezioni recitabili” (ediz. SEB27), che raccoglieva appunto i testi scritti dal professor Casalino. Era un modo per vitalizzare la didattica e per stimolare gli studenti a usare il passato per riflettere analogicamente sul presente.

Raccontare la Repubblica. Storia italiana dal 1945 a oggi: sette testi da interpretare a voce rappresenta uno sviluppo naturale di questa prima azione. È certamente un libro da leggere per sé, silenziosamente e in privato; ma è pure un libro che può essere letto pubblicamente o che può diventare mezzo per esercitare un’oralità ancora più ampia: un racconto fatto proprio tramite memoria, improvvisazione, reinvenzioni, contaminazioni, allargamenti o sintesi di quanto noi abbiamo scritto. Un racconto da fare ad altri: proprio in questa direzione il volume è pure strumento di laboratori in cui i cittadini ricevono una formazione storica e teatrale, abbinate e simbiotiche, per consentire loro di trasmettere ad altri una conoscenza acquisita; la possibilità non solo di “conoscere le cose” — per usare le parole di Vittorio Foa — ma anche “il modo di raccontarle”.

Breve anteprima dello spettacolo

Il libro è a metà tra storia e narrativa, come siete riusciti a coniugare la scrittura di carattere letterario e storico con quella teatrale?

Proprio la vocazione già “teatrale” del testo si è rivelata congeniale alla trasformazione. Fondamentali per la drammatizzazione sono state la ricerca della sintesi tematica e della semplicità sintattica quali valori aggiunti, la disponibilità a considerare trasformabile il testo durante l’intero percorso di realizzazione e il concorso determinante delle musiche dal vivo, essenziali per identificare gli snodi evocativi.

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Nel 2014 a Grenoble insieme a Casalino ha tenuto un “laboratorio storico-teatrale per attori di creazione pubblica” ai cui partecipanti si offriva una formazione storica e teatrale. Quanto ha contato questa esperienza per la nascita dello spettacolo?

Moltissimo. Ai partecipanti a quello stage si offriva proprio la formazione storico-teatrale di cui ho detto poc’anzi. Le tredici persone provarono per tre giorni, in spazi aperti al pubblico, a narrare a loro volta quanto apprendevano dallo storico riguardo al periodo della storia italiana fra il 1970 e il 1984. Ciascuno, cercando — insieme all’attore — i modi migliori per utilizzare mente, corpo e voce, comunicava a suo modo ad altri cittadini quanto sapeva di quel periodo, approfondendone aspetti particolari, storie piccole e grandi; anche tramite l’utilizzo di brani della letteratura, canzoni, articoli, suggestioni cinematografiche, che venivano proposti insieme alla lezione dello storico. In fondo è un percorso assolutamente analogo a quello che ci ha portati alla scrittura del volume “Raccontare la Repubblica” e ai successivi laboratori pubblici che ne hanno fatto un loro strumento. Ed è un percorso assolutamente analogo a quello che l’attore e il musicista compiono nello spettacolo, “interpretando” il testo in base alla propria sensibilità e alla propria cultura.

Questo tipo di rappresentazione teatrale è un’ottima strategia di trasmissione orale della storia, un metodo alternativo di insegnamento. Quanto conta per lei la collaborazione con le scuole?

La collaborazione con le scuole è per me fondamentale. Credo che la vocazione didattica del teatro sia uno degli aspetti che più lo caratterizza quale motore di produzione culturale e di crescita collettiva: il teatro è civile — ancor prima che per i temi affrontati — per i mezzi che utilizza nell’affrontarli. La ricerca del pubblico — e non la semplice attesa dello stesso in luoghi deputati — è operazione civile, intesa come incontro fra cittadini. Ecco, gli artisti si possono fare artigiani di incontri. Quello con gli studenti è particolarmente foriero di speranza.

Ettore è un ex partigiano che, finita la guerra, vive ricattando i fascisti, pistola alla mano. Maria, la madre, quando Ettore la incontra nel 1946 fa la prostituta a Torino. In che modo il Piemonte e la realtà industriale locale fanno da sfondo alla storia individuale dei personaggi e si intrecciano con la macro storia nazionale?

Il Piemonte è stato ed è un insieme di realtà, di eventi e di pulsioni sociali eterogenee; rappresenta in certo qual modo la forza sana delle autonomie (sociali ancor prima che geografiche) quali motori della crescita e del riscatto collettivi. Il Piemonte che fa da sfondo alle vicende è una terra che accoglie lotte e offre opportunità assolutamente paradigmatiche rispetto alla realtà nazionale: ad esempio le lotte operaie — particolarmente significative, ospitando Torino la più grande fabbrica automobilistica nazionale — e le proteste studentesche. Ma accoglie anche dubbi, contraddizioni, ostacoli e difficoltà a volte addirittura ignorate o mai superate. Nel bene e nel male insomma, è un buon terreno per riflettere sull’identità nazionale.

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Nei dialoghi tra i personaggi vengono talvolta usate parole piemontesi. In che modo l’identità piemontese di Ettore traspare dal suo modo di essere e dal suo parlato?

Mi viene in mente una poesia di Nino Costa, “Rassa nostra-na. Ecco, se dovessi descrivere il personaggio di Ettore, ne citerei questi versi:

Drit e sincer, cosa ch’a sun, a smijo:
 teste quadre, puls ferm e fìdic san
 a parlo poc ma a san cosa ch’a diso
 bele ch’a marcio adasi, a van luntan.

[…]
 Gent ch’a mercanda nen temp e südur:
 — rassa nostrana libera e testarda –
 tüt el mund a cunoss ch’i ch’a sun lur
 e, quand ch’a passo … tüt el mund a-j guarda.

Per quanto riguarda poi il suo linguaggio, effettivamente la struttura sintattica ricalca aspetti precisi della lingua piemontese; in questo senso lo spettacolo prosegue e amplia — anche solo trasversalmente, in questo caso — il tentativo di fondare un teatro di ricerca in lingua piemontese, che fughi il rischio di mero folclorismo e di pericolosi musealismi linguistici. Il Piemontese è una lingua ricca di suggestioni e di storia, che può parlare al e del contemporaneo con particolare forza poetica
 In questo senso penso soprattutto a nostri spettacoli quali “L’anciové sota sal” e “Tempesta 1944–45. Nino racconta la Resistenza di Mario Costa.

Carlo, Ettore, Maria e Francesca sono tutti interpretati attraverso la sua voce. Chi rappresentano questi personaggi? E perché è stato scelto di raccontare la loro storia attraverso un monologo?

Provo a rispondere in modo estremamente sintetico, per non togliere sorprese e sopire curiosità a chi vedrà o ha visto lo spettacolo: Ettore e Maria sono il passato non archiviabile, Carlo è il presente che analizza il passato per vivere coscientemente il presente e cercare un futuro utile non solo a sé stesso, Francesca è l’utopia che necessariamente intreccia sentimento e ragione.

L’accompagnamento musicale lungo tutta la durata dello spettacolo è solo ed esclusivamente la fisarmonica. Come e perché è stato scelto questo strumento?

Al di là della meravigliosa intesa in scena con Beppe Turletti — motivo più che sufficiente per scegliere la compartecipazione sua e del suo strumento — le frequenze del suono della fisarmonica hanno caratteristiche incredibilmente simili alla voce umana; la fisarmonica aiuta a gettare ponti popolari, nel senso più alto del termine. Arriva a tutti. La storia della nostra Repubblica urla a tutti noi la necessità di precise assunzioni di responsabilità nel presente. Non è un caso che lo spettacolo si concluda toccando il tema dell’immigrazione dal sud del mondo. In questo senso la fisarmonica, in questo spettacolo, tenta — e credo con successo — di incarnare precisi personaggi. E non importa quanto siano riconoscibili.


Questa storia è stata pubblicata in collaborazione e per gentile concessione della Rivista Savej , promossa dalla Fondazione Enrico Eandi che ha lo scopo di tutelare, promuovere e valorizzare il patrimonio culturale piemontese.