Dal Piemonte rurale alle trincee di guerra

Studiare una sconfitta, anzichè una vittoria, in effetti può essere più utile per comprendere il clima di guerra all’interno dell’esercito

di Mario Bocchio

La Prima guerra mondiale fu anche un fenomeno di grande mobilità, in cui uomini e donne scoprirono mondi nuovi e sperimentarono percezioni multisensoriali che — nel loro angusto orizzonte rurale — non avrebbero neanche lontanamente immaginato: pensiamo anche solo alla prima percezione visiva del mare, al terribile rumore prodotto dai lanci dell’artiglieria o delle granate o ancora — come scrive Sergio Solmi — all’ “odore del cuoio marcio. Quello del sudore. L’odore dell’escremento raffermo. Quello del sangue fresco sotto il sole, denso, dolce, un pò nauseabondo. L’odore della putrefazione. L’odore dell’anice nella borraccia […]. L’odore di pece arsa degli apparecchi Mazzaetti-Nicolai contro i gas. L’odore di gomma del respiratore inglese. […] L’odore della polvere bruciata. L’odore dell’erba, annusata la faccia contro la terra, spiando la piega del terreno riparo per il prossimo balzo”.

La disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), un nome che ricorre oggi nei libri di storia almeno quanto quello di Vittorio Veneto. Studiare una sconfitta, anzichè una vittoria, in effetti può essere più utile per comprendere il clima di guerra all’interno dell’esercito, i rapporti tra gli ufficiali e tra questi e i soldati, perché le polemiche che vi fanno seguito offrono agli storici una pluralità di voci che vengono invece soffocate dal clima di esaltazione di una vittoria.

Artiglieria italiana

Proviamo a considerarne alcuni aspetti. La sconfitta non cade casualmente nel 1917 e non è solo il frutto di un’offensiva austriaca più convinta. Essa si cala in un contesto di generale stanchezza: secondo lo storico inglese Denis Mack Smith la responsabilità maggiore della sconfitta “può attribuirsi al basso morale delle truppe. Il disfattismo si era largamente diffuso fra i civili come fra i militari snervati da una guerra di posizione che stava durando assai più di quanto chiunque avesse previsto. […] Nell’estate 1917 ebbero luogo a Torino dei disordini, causati dalla scarsità di generi alimentari, che si chiusero con un bilancio di 41 morti. La mancanza di molti prodotti e le restrizioni di vario genere produssero un abbassamento nel morale della popolazione civile che si ripercosse inevitabilmente sui militari, tanto più che al fronte circolavano storie quanto mai deprimenti sui pescicani che stavano ammassando delle fortune grazie alla guerra. […] Questo fenomeno di disgregazione generale del morale non fu estraneo alla disfatta di Caporetto”.

Interessante la circolare del Sottoprefetto Verdina del circondario di Pinerolo, del 5 febbraio 1916: “[…] È risultato che, tanto militari ritornati dal fronte in licenza, quanto altre persone di ceti diversi, o conversando in pubblico o in privato o, cosa assai grave, nel seno stesso di famiglie che hanno soldati sotto le armi non si sono peritati di spargere notizie di ogni fatta o cervellotiche, od esagerate e in ogni caso non conformi a quelle date dai bollettini ufficiali. Tale fatto delittuoso può creare nelle famiglie e nella popolazione un senso di timore, di scoraggiamento o depressione, dannosissimi in momenti in cui occorre usufruire, nella serenità e costanza d’animo, delle maggiori energie possibili della popolazione tutta. […] Occorre quindi, ripeto, assolutamente impedire che il delitto contro la Patria si compia e chiunque si vi lasciasse indurre sia senz’altro colpito”.

Italiani e francesi sul Piave

Le preoccupazioni del prefetto di Pinerolo erano più che legittime se si pensa che le immagini di tragedia della guerra di trincea, che i soldati in licenza raccontavano alle famiglie, non potevano che contribuire ad accrescere il clima di generale scoramento, che vedeva coinvolte innanzitutto quelle donne che, private dei loro uomini inviati al fronte, si trovarono costrette a vivere una vita di miseria e di stenti, come testimonia la lettera di una contadina di Macello che si rivolge al sindaco per ottenere un sussidio: “Io mi presento con questa domanda alla S.V. per avere il sussidio; il mio marito è partito alle armi e ora non ho più nessuno che pensa per me; siamo soltanto poveri massari che abbiamo niente che le braccia per lavorare se Dio ne concede la salute; da casa mia ho niente e qui li altri non sono obbligati a lavorare per me: se essi mi vorrebbero fare fuori di casa, che cosa sono io?”.

Ad esasperare la situazione, man mano che la guerra prosegue, anche in materia di sussidi, fanno la loro comparsa gli speculatori. Tale L. Barbera, un notabile sempre di Macello, in una lettera al suo sindaco, denuncia apertamente come, anche in momenti di grave necessità e difficoltà, l’egoismo individuale possa prendere il sopravvento provocando sperequazioni e ingiustizie. Si tratta di un documento straordinario che mostra con grande lucidità le difficoltà che operai e contadini piemontesi si trovano a vivere nei mesi che precedono la disfatta di Caporetto: “Pinerolo 25.1.1917. Illustrissimo signor sindaco, nell’inviarle l’adesione alla sottoscrizione […] in favore delle famiglie dei nostri soldati mi permetto di sottoporre al giudizio della S.V. […] alcune mie considerazioni […]. Anzitutto se vi sono effettivamente famiglie che soffrono nella indigenza per causa della guerra, mi pare opportuno che il Comune si valga senz’altro della facoltà concessagli dal Decreto luogotenenziale e imponga un contributo: tutti debbono concorrere all’opera santa di alleviare la sofferenza delle famiglie dei valorosi che si espongono ai peggiori bisogni e ai più gravi pericoli per difenderci. Col sistema delle oblazioni volontarie vi è chi dà e chi non dà; e vi è chi non dà nella misura dovuta. Nella distribuzione dei sussidi poi occorrerebbe procedere con la massima oculatezza e tenere presente che i bisogni delle famiglie non sono uguali. Così la condizione della famiglia di un operaio che presti l’opera sua nelle fabbriche al munizionamento è relativamente buona rispetto a quella di chi si trova in zona di guerra, per la differenza fra l’alta mercede corrisposta il primo e la modesta indennità che la legge fissa per la famiglia del secondo. Inoltre i danni materiali cagionati dalla guerra sono maggiori per le famiglie operaie che per le famiglie degli agricoltori; per le quali ultime il danno recato dall’alto prezzo della manodopera è largamente compensato dall’alto costo dei prodotti della terra. La distribuzione della somma raccolta per lo stesso scopo l’anno scorso ha dato luogo a lagnanze e proteste delle quali alcune non infondate. Io stesso mi meravigliai di veder considerate come indigenti persone lo stato economico delle quali è notoriamente ottimo: e più mi meravigliai che quelle famiglie non comprendessero come meglio avrebbero provveduto alla loro dignità e rispettato le norme dell’equità rifiutando un soccorso di cui non avevano bisogno e che avrebbe assottigliato la parte dei veramente bisognosi. Proteste e lagnanze queste che stillano nell’animo dei ladroneggiati l’amarezza e generano nell’animo di tutti il sospetto che inaridisce le fonti della beneficenza. Mi voglia perdonare, signor sindaco, la mia franchezza: il momento che il Paese attraversa impone che ogni cittadino nell’ampia o angusta cerchia della sua attività dica e operi quanto l’amor di patria gli suggerisce. Con osservanza L. Barbera”.

Uno dei tanti monumenti in Piemonte che ricordano i soldati italiani nella Grande Guerra

Anche solo dalla lettura di questi pochi documenti, appare evidente, come nel 1917, il basso morale delle truppe vada in qualche modo ricollegato al basso morale della popolazione, che si esprimerà, nei mesi antecedenti alla sconfitta, in scioperi e proteste.

Oggi sappiamo ormai tutto sulle responsabilità dei nostri comandi militari. Scrive in proposito lo storico Piero Pieri: “Il Cadorna paventava una grande offensiva degli Imperi centrali […] ma nella prossima primavera. […] Il Cadorna non curò di spostare le sue riserve […]; e meno curò che fossero non semplici brigate scese al piano sfinite e semidistrutte, ma reparti organici, bene inquadrati in divisioni e corpi d’armata, coi relativi comandi, artiglierie, servizi, organi di collegamento. […]. Non solo, ma fino al 19 ottobre egli permise che il generale Capello, fisso nell’idea di una controffensiva sul rovescio di Tolmino, continuasse a far di testa sua […]. Il 19 ottobre il Cadorna aveva finalmente un colloquio col generale Capello a Cividale; ma ormai era tardi: tutta la battaglia fu una sequela di lotte ineguali da parte di reparti mal collocati e mal collegati o sorpresi in marcia, o appena giunti sulle posizioni, stanchi, non orientati, senza collegamenti, molto spesso senza appoggio di artiglieria”.

I nostri soldati erano ovviamente ignari di tutto ciò e vissero la tragedia come un evento improvviso.

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