Fare gruppo
di Mario Bocchio

Durante la “grande emigrazione” le prime associazioni nacquero per il mutuo soccorso tra i soci e per superare le difficoltà legate all’inserimento in una nuova realtà. Con il pagamento di piccole quote mensili da parte di tutti gli aderenti si provvedeva ad aiutare, per qualche tempo, quelli che perdevano il lavoro e a curare i malati.

Infatti in qualsiasi paese il salario, anche di buon livello, veniva corrisposto soltanto per i giorni di lavoro effettivo e inoltre non esisteva nessun tipo di assistenza in caso di assenza per malattia o per altre ragioni. In alcuni casi alla società era abbinata la gestione di uno spaccio che vendeva generi di prima necessità a prezzi minori rispetto al mercato.

In seguito le società allargarono i confini della loro attività: svolsero opera di collocamento al lavoro; fornirono un’educazione sanitaria per ridurre l’incidenza delle malattie ed ebbero anche propri medici e ambulatori;

crearono scuole e biblioteche sia per l’insegnamento dell’italiano alle nuove generazioni sia per migliorare l’istruzione tecnica dei soci; organizzarono il tempo libero degli iscritti con pranzi sociali, balli, feste per le ricorrenze politiche e religiose, manifestazioni culturali e sportive.

Queste ultime attività portarono alla creazione di altre società ad esse dedicate: si ebbero così associazioni filodrammatiche e corali, mentre quelle sportive, con l’eccezione sembra delle palestre per il pugilato, furono veramente una “invenzione” delle nuove patrie. Presso le società, generalmente abbonate ad alcuni giornali italiani, era, infine, possibile seguire le vicende della regione di origine attraverso i giornali locali che, riportando le vicende italiane, fungevano da collante con le comunità all’estero.
(Fonte: Fondazione Paolo Cresci)