Il ritorno della regina

In Piemonte è ormai accertata la presenza della lince nelle valli del Verbano Cusio Ossola, grazie alla prossimità con la Svizzera

di Mario Bocchio

Non più luoghi del mistero, boschi e foreste custodiscono ancora importanti segreti, di cui trattengono tracce e memoria. Segni a volte minimi, transitori, fonti però di utili informazioni. Da qui prende le mosse il resoconto di un lieto ritorno, da tempo atteso e carico ancora di incertezze: la lince

Il mistero della lince scomparsa

L’Abruzzo è terra antica, aspra e forte, scrigno di tesori culturali e naturalistici preziosi e in alcuni casi ancora poco noti. Tra le gemme naturalistiche custodite vi è la lince. Presenza antica, a lungo dimenticata nel vasto territorio del secondo Parco nazionale più antico d’Italia. L’Ente parco, dati alla mano, ne ha sancito da qualche anno il ritorno, stabile e senza incertezze.Il mistero riguarda, però, le singolari modalità di tale inaspettato recupero. Ufficialmente non è stata condotta alcuna campagna di reintroduzione, ma, a quanto pare, sull’Appennino abruzzese si sta assistendo al naturale consolidamento di un nucleo originario di felini dal manto a pois. Un gruppo di pochi esemplari, nativi dello splendido Parco, scampati anch’essi all’incessante attività venatoria che ne ha decretato la scomparsa in tutto lo Stivale a partire dalla prima metà dell’Ottocento. Nascosto per più di cento anni in qualche remoto anfratto di un territorio vasto, non del tutto esplorato, ha deciso di ricomparire, forse perché non più braccata, ritornando a estendere il proprio home range.

La lince europea

Qualche interrogativo, a dire il vero rimane, ma quel che conta è che la lince, il sito internet del Parco lo testimonia, sia rientrata a pieno titolo nella fauna ufficiale del Parco nazionale d’Abruzzo, accanto al lupo e all’orso, simboli storici dell’area protetta.

Gennaio, un candido manto innevato ricopre il paesaggio delle valli alpine, una tela perfetta su cui abbandonare impronte di ogni genere; tra queste, all’occhio attento di un ricercatore, ne spicca una alquanto singolare, quella di un predatore schivo e solitario, assente dalla nostra regione da oltre cento anni. Inoltrandosi tra la fitta vegetazione, altri indizi testimoniano la sua presenza: lunghe incisioni lasciate da artigli affilati solcano la corteccia di giovani conifere; qua e là, ciuffi di pelo morbido e variopinto. Segni che provano il passaggio del “fantasma dei boschi” — la lince — presenza silenziosa che pare essere tornata a visitare le nostre valli.

Scomparsa dall’arco alpino alla fine dell’800, a causa di una caccia sfrenata da parte dell’uomo, sembra non aver conservato rancore nei confronti dell’unico implacabile predatore e di voler provare a recuperare il proprio regno perduto, ovvero le foreste, da cui fu bandita.

Sovrana e al contempo nume tutelare delle selve, la lince è un predatore che necessita di un grande territorio, circa 200 km², da governare in modo esclusivo, alla ricerca di prede che soddisfino il vorace appetito. Camosci e caprioli sono le più ambite, arriva a divorarne 60 ogni anno. Le segue di soppiatto in lunghi appostamenti che mostrano la paziente abilità del suo essere felino. La lince caccia soprattutto al tramonto e durante la notte, in concomitanza con la fase attiva delle potenziali prede. Grazie alla vista e all’udito ben sviluppati avvista quel che per lei diverrà un pasto. Il suo pelo maculato le permette di mimetizzarsi bene, per cui è difficile individuarla. Prepara quindi l’agguato: localizza la preda, la sovrasta con un rapido balzo per poi immobilizzarla; divincolarsi dalla sua presa mortale è impresa quasi impossibile. Un morso alla gola e per la malcapitata non rimane altro che attendere la rapida fine, mentre per il “lupo cerviere”, così era chiamata nell’antichità, può iniziare il lauto banchetto. La lince non è ingorda, si nutre della preda con calma, in più riprese, tornando notte dopo notte, finché del bottino non rimangono che le ossa e parte del vello. Macabra spietatezza che ha il fondamentale ruolo di migliorare le condizioni del territorio, eliminando gli individui deboli, malati o vecchi.

La lince è un animale mitico, presente nei bestiari medievali con connotazioni sia positive, legate ad esempio alla vista proverbiale, che negative, come simbolo di meschinità e lussuria.

Sovrana e al contempo nume tutelare delle selve

Il nome deriva dal termine greco Lynx e significa luce, brillare, come i suoi occhi che risplendono nelle tenebre. In passato si credeva che nel fondo della pupilla custodisse una gemma in grado di donare a colui che la sottraesse, il dono di predire il futuro, semplicemente ponendola per un breve istante sotto la lingua.

Un animale intorno al quale sono fiorite numerose leggende ma che ha avuto l’infausto destino di essere cacciato dall’uomo fino alla quasi totale estinzione. Il suo manto e l’erronea convinzione che strappasse all’uomo selvaggina preziosa ha determinato una vera e propria mattanza, cui si è aggiunta la distruzione del suo habitat attraverso l’estremo diboscamento degli ultimi due secoli.

In origine la lince popolava, salvo alcune eccezioni, tutta l’Europa. All’inizio del ‘900 era estinta in Europa occidentale e meridionale, mentre popolazioni residue sopravvivevano nei Pirenei, Balcani e Scandinavia. Sull’arco alpino piemontese e valdostano l’ultima cattura sarebbe stata effettuata in Val Roja nel 1918.

La lince in Europa

Attualmente in Europa rimangono alcune popolazioni piccole e isolate, spesso frutto di programmi di reintroduzioni condotti all’inizio degli anni ’70 in Francia, Svizzera e Austria.

Solo la Scandinavia, i Carpazi e le repubbliche baltiche ospitano popolazioni di linci più consistenti.

Il nome deriva dal termine greco Lynx e significa luce, brillare, come i suoi occhi che risplendono nelle tenebre

In Italia la situazione è piuttosto incerta e variegata. Potenzialmente le Alpi rappresentano l’habitat ideale per questo felino. Da nessun’altra parte in Europa centrale e occidentale esiste un’area relativamente selvaggia come la catena alpina, dalle dimensioni di oltre 200.000 km² e ricoperta per metà da foreste. Nonostante ciò la lince, a differenza del lupo, stenta a tornare e dove presente è solo grazie a faticosi progetti di reintroduzione.

Prime a partire nel 1971 con concrete reintroduzioni, sono state Francia e Svizzera, poi è seguita l’Italia, con qualche passo falso, come l’insuccesso registrato nel Gran Paradiso (una coppia di maschi presto scomparsa) e con belle sorprese come i continui avvistamenti in Friuli e Trentino che tutt’ora rimangono aree periferiche degli estesi home range di esemplari residenti in Austria e Slovenia.

La lince in Piemonte

In Piemonte è ormai accertata la presenza della lince nelle valli del Verbano Cusio Ossola, grazie alla prossimità con la Svizzera dove nella regione del Jura si contano un centinaio di esemplari stabili. Anche nel Parco delle Alpi Marittime si sono registrate furtive apparizioni di linci francesi.

Negli ultimi venti anni si è riscontrato un progressivo aumento di avvistamenti anche nelle vallate torinesi: Val Pellice, Chisone, Susa, Sessera, Sesia, fino ad arrivare al basso Pinerolese. La lince, infatti, non sdegna i boschi di bassa quota, purché sufficientemente folti da nasconderla alle sue prede e a quell’unico implacabile “predatore”.

Dal contadino all’escursionista domenicale, alle comari di paese, molti hanno asserito, negli anni, di aver visto o sentito una lince. «Un balzo ed è fuggita come una furia, ma era senza dubbio una lince» sostiene taluno. «Ho sentito il noto verso, un urlo terrifico, squarciare il silenzio del bosco» la versione prodotta da altri. Testimonianze a volte fantasiose, frutto forse di suggestione, altre volte più verosimili e meglio documentate.

Il servizio faunistico della Provincia di Torino, responsabile del programma di monitoraggio della lince, è molto cauto nell’annunciare un ritorno definitivo e stabile. Le segnalazioni a opera soprattutto di privati cittadini, pur consistenti, non costituiscono, in molti casi, riferimenti attendibili su cui poter basare campagne di studio. Servono prove certe, ricordano i ricercatori dell’Ente: impronte integre, escrementi, resti di pasto o meglio ancora immagini fotografiche ben localizzabili.

Un animale intorno al quale sono fiorite numerose leggende ma che ha avuto l’infausto destino di essere cacciato dall’uomo fino alla quasi totale estinzione

La tutela delle aree boscate e lo sviluppo di corridoi ecologici nazionali e transnazionali, indispensabili per lo scambio di individui tra zone diverse, rappresentano condizioni favorevoli al ritorno del “gattone dalle orecchie a ciuffi” ma la scarsità di segni tangibili della sua presenza raccolti finora non sembrano in grado di supportare la tesi che in Piemonte e ancor di più nella provincia di Torino la lince sia stata capace di insediarsi stabilmente. Appare più probabile che gli esemplari che di tanto in tanto appaiono, a parte le valli ossolane (qui la presenza si può considerare più stabile), siano individui in dispersione alla ricerca di nuovi territori, che per qualche motivo ancora poco chiaro non trovano le condizioni idonee per fermarsi e stabilirsi.

Questo splendido felino, temuto e venerato al contempo, simbolo dei Lincei, l’Accademia scientifica più prestigiosa d’Italia, ha iniziato il suo ritorno sulle Alpi Italiane, provando a recuperare parte di quell’immenso regno strappatogli oltre un secolo fa. Progetti di reintroduzione condotti con estrema accuratezza, una politica territoriale rivolta a una più attenta cura degli ambienti di riferimento e una campagna di sensibilizzazione dei cacciatori e delle popolazioni inducono a essere ottimisti per un prossimo futuro. La lince potrà così tornare a prendersi cura dei boschi delle nostre Alpi, sfuggente e misteriosa come sempre, animando, così, la fantasia degli uomini a produrre nuove leggende.

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