L’altra metà dei… campi

NEL MONDO CONTADINO LE DONNE NON POSSONO ESSERE CONSIDERATE COME UNA DELLE TANTE VARIABILI PERCHÉ NE SONO, SI POTREBBE DIRE, PARTE COSTITUTIVA ED ELEMENTO FONDANTE

In tv le trasmissioni sulla cucina abbondano mentre è ancora scarsa l’informazione dedicata al cibo o all’agricoltura in generale e ancor meno si parla delle donne impegnate nel comparto, nonostante un’azienda agricola su tre sia diretta da una donna e oltre 400mila siano le lavoratrici occupate nel settore. Il mondo femminile agricolo era molto silenzioso e sconosciuto in passato; oggi è una realtà importante sia per i numeri sia per le capacità innovative che ha saputo introdurre trasformando in economia i saperi antichi, rigenerando le aziende con nuove attività legate alla qualità del cibo, alla multifunzionalità, alla cura del territorio e del paesaggio. Non esisterebbe il mondo contadino senza le donne così come non esiste il mondo stesso e la sua storia senza le donne, anche se “quando si fa una storia generale come questa il posto che ci viene assegnato direi che è un recinto, un ghetto”, per citare la francese Arlette Farge, studiosa di storia sociale e di storia delle donne, dal quale spesso non si esce indenni.

Alla voce “Contadina”, storicamente parlando, ci viene spontaneo citare la voce della medioevalista Edith Ennen per quanto riguarda l’Alto Medioevo europeo: “Nella famiglia contadina (…) la donna preparava il bagno, macinava il grano con la macina a mano, produceva la birra, cucinava e puliva, ma prestava anche il suo aiuto nel vigneto del signore, nella raccolta di bacche nel bosco e nei lavori per il raccolto cerealicolo”.

L’agricoltura delle donne, oggi lo scenario è inevitabilmente diverso, dove valorizzare il ruolo femminile nel mondo agricolo viene accostato soprattutto in relazione alla necessità imposta dalla crisi strutturale che attraversiamo di trovare nuovi equilibri e nuovi paradigmi economici fondati su valori condivisi: la cura dei beni comuni — acqua, suolo, paesaggio, diversità -, la sostenibilità, la qualità e la dignità di persone e animali.

L’agricoltura ha nella propria memoria storica un giacimento di valori utilissimi, mentre oggi si guarda alla ricerca di nuovi modelli di consumo. Non è un caso, quindi, che si stia affermando una nuova imprenditoria femminile basata sui profondi cambiamenti che le donne in agricoltura stanno attivando, forti della loro capacità innovativa.

Solido supporto alle riflessioni sono i numeri. A colpire non è tanto il 3% del totale delle donne occupate in Italia (la media europea è del 4%) o che le imprese a conduzione femminile siano il 33%, piuttosto è quel 43% di donne che ruota intorno a un’azienda agricola, forse contribuendo a vario titolo a quel dinamismo e a quella capacità di innovazione che caratterizza il comparto. Del resto le politiche agricole in Italia da anni non sono al centro dell’attenzione di un paese in cui l’agricoltura rappresentava nel 1960 il 20% della ricchezza del paese e oggi è il 2%, in cui in 50 anni la superficie agricola si è ridotta del 36% e le aziende agricole sono diminuite del 62%. Un paese in cui un terzo degli intestatari di aziende sono over 65.

Le donne sono la spina dorsale dell’agricoltura e per questo devono essere sostenute. È indispensabile, pertanto, riconoscere il ruolo femminile e la necessità delle pari opportunità. A Bruxelles è stato chiesto che le donne entrino a pieno titolo nella Pac, la politica agraria comunitaria.

Sinora, infatti, è stato inferto un colpo durissimo alla possibilità per le donne di contribuire all’innovazione.

E senza le donne non c’è innovazione. Sfogliamo ancora una volta a ritroso il libro della storia. Nella diversità degli insediamenti e delle caratteristiche dell’agricoltura che dividevano l’Italia in tre tipologie principali — l’area del latifondo, quella mezzadrile e quella della grande cascina padana — la condizione delle donne è sempre apparsa analoga in tutta la penisola: a una “minorità” sancita dalla legge, che ha escluso per anni le donne dalla successione patrimoniale e dal controllo dei frutti del proprio lavoro, ha corrisposto l’indispensabilità della presenza femminile nel mondo contadino, presenza che ha costituito il vero cemento dell’unità familiare e spesso la garanzia della continuità.

Giuseppe Gaudio, ricercatore Inea (ente pubblico di ricerca nel campo strutturale e socio economico del settore agro-industriale), ha sottolineato come le esperienze di “nuova agricoltura” producano beni e servizi ma anche benefici che “travalicano il settore agricolo coinvolgendo il territorio, innescando contaminazioni positive nel benessere collettivo, nelle relazioni, nella reciprocità e recuperano valori tradizionali, innovativi rispetto ai cambiamenti in atto, quali: sovranità alimentare, filiera corta, autonomia decisionale degli agricoltori e rispetto del territorio”.

“Innovazione è la parola chiave per chi è manager del territorio, per chi vende il territorio. Infatti il contributo dell’agricoltura al modello di sostenibilità nel contesto economico ampio (italiano ed europeo) è eccezionale e innovativo come nessun altro comparto produttivo, parlando di un’impresa agricola che modella e costruisce il paesaggio a seconda di come decide di investire e coltivare” sosteneva, antesignana, Adriana Poli Bortone, la prima donna in Italia a diventare ministro delle Politiche agricole e forestali, dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995. Alla produzione alimentare quale caposaldo, infatti, si aggiungono servizi ambientali e ricreativi, come gli agriturismi, o dedicati all’istruzione, le fattorie didattiche, attività che richiedono di sviluppare una capacità anche di sapersi proporre e comunicare.

“Va poi sottolineato come l’agricoltura rappresenti un unicum che si declina in ambiente, valore delle aree rurali, culture, tradizioni e alimentazione, Pil ed economia. È importante tenere presente il tutto con le varie sfaccettature e parlare di agricolture e di mercati, al plurale. C’è bisogno di competenze e di una rappresentanza adeguata in Europa, anche sostenendo una capacità di spesa a livello regionale e la necessità di integrarsi superando conflittualità, complessità e miopie”, fa notare Tiziana Bartolini, nota giornalista per il Terzo settore. Che aggiunge: “Portiamo lo sguardo oltre il presente. Occorre prendere atto che si è concluso, e ha fallito, un modello di sviluppo e ormai il cambiamento non va solo evocato, ma va praticato. Le donne sono già attrici straordinarie di questa voglia di innovazione e il successo di queste esperienze è nei numeri”.

Si riconosce valore a ciò che si mangia e attorno a ciò che si mangia si creano dei circuiti economici rilevanti che non sono più piccole nicchie, ma hanno l’ambizione di scardinare e di modificare profondamente le cose. Occorrono politiche adeguate, che superino la logica dei poli industriali o dei grandi cantieri e che puntino all’infrastrutturazione sociale, dove sarebbe utile investire per scardinare i danni pesanti di questo modello di sviluppo.

La strada è già aperta, quindi, e siamo ben oltre la sperimentazione. Il passo successivo è individuare le modalità per mettere a sistema un vasto patrimonio di competenze, tradizioni ed esperienze. (mb)

Un progetto per le pari opportunità

Per venire incontro ai bisogni delle donne titolari di aziende agricole, la Commissione Pari opportunità della Regione Piemonte ha messo in piedi nel 2013 il progetto “Valorizzazione delle imprese agricole e agroalimentari a titolarità femminile”. Due gli obiettivi prioritari che ci si era prefissati: aiutare le aziende a migliorare la loro performance economica, offrendo opportunità di sviluppo congiunto, e far emergere le criticità, le esigenze e le opportunità delle imprese dirette da donne, rendendole più visibili anche agli occhi dei cittadini e degli enti pubblici.

È stato innanzitutto costituito un tavolo di lavoro, destinato a diventare permanente, composto da funzionari di diversi assessorati e dalle rappresentanze di categoria, pensato come luogo di incontro, di confronto e di veicolazione alle istituzioni dei problemi dell’agricoltura “in rosa”, nonché come motore di iniziative pubbliche finalizzate a promuovere il ruolo di queste imprese nella società. In questa direzione, sono stati organizzati incontri nelle scuole professionali di agraria, con testimonianze dirette, per sensibilizzare, in particolare le studentesse, circa l’importanza e la possibilità di creare un’azienda in ambito agricolo. Si è poi dato vita a seminari di studio, in occasione di eventi fieristici importanti come la “Douja d’or” ad Asti. Ed ancora, è stato formato un date base con gli indirizzi delle partecipanti a tutti gli eventi per favorire lo scambio di informazioni ed esperienze. Infine, è stato prodotto un vademecum online contenente una serie di indicazioni utili sulla legislazione, le agevolazioni e le procedure per le donne interessate a dar vita a un’impresa agricola.

http://goo.gl/fPilyn