L’estremità della Torre di Buccione, alta oltre trenta metri

La sentinella di pietra sul lago d’Orta

Alla scoperta della Torre di Buccione, citata anche da Gianni Rodari

C’è chi, nel lento trascorrere del tempo, vigila. Infatti, d’inverno, quando il lago è velato, a pelo d’acqua, dalla nebbia, sembra che stia lì, sentinella di pietra sul colle, a difesa del silenzio e della pace di questa terra cusiana, sulla sponda orientale del lago d’Orta. Grigia e serissima, la Torre di Buccione - che non ha, evidentemente, un’anima - non può sapere che la sua citazione più conosciuta è contenuta in uno dei libri più belli e più ironici di Gianni Rodari, quel “C’era due volte il barone Lamberto”, ambientato lì attorno.

La copertina del romanzo, edito da Einaudi

Nel racconto del grande scrittore omegnese, dopo l’invasione dell’isola di San Giulio da parte dei banditi che sequestrarono il barone, i giornalisti di mezzo mondo si disputarono gli “osservatori” migliori per seguire le varie fasi della
vicenda. E se i giapponesi (i più sistematici) occuparono i punti più alti, cioè l’Alpe Quaggione e la vetta del Mottarone, scrutando il lago da nord a sud,
da Omegna a Gozzano, l’unico punto altrettanto alto e panoramico per guardare il
lago da sud a nord era proprio la Torre di Buccione, “occupata in forze dalla Tv messicana”.

Non male come “utilizzo” nel XX secolo. Ma, riposta la fantasia e ripristinando la storia per com’è stata, bisogna dire che il primo documento che
cita la fortificazione risale al 1200: il Castello di Buccione fu teatro di un
accordo stipulato alla presenza del vescovo Pietro IV tra i feudatari locali e
i rappresentanti del Comune di Novara. Incontratisi nel prato sotto la Torre,
che svettava con i suoi quasi trenta metri d’altezza sul colle, cercarono
un’intesa per mettere fine alle dispute sulle questioni territoriali della
Riviera. Nel 1205 il castello venne indicato come dimora del vescovo e
trent’anni dopo, in un altro documento, si ribadiva che la Torre e le
fortificazioni di Buccione erano “indiscussa proprietà vescovile”.

Il filo che lega questi documenti non solo testimonia la “presenza” della fortificazione di Buccione ma rappresenta tre momenti della originale evoluzione della Riviera di San Giulio sotto il profilo istituzionale e amministrativo, con i passaggi - nell’arco di trecento anni , dal Mille al XIII secolo - da signoria di “possesso territoriale” a signoria di “potere giurisdizionale” del vescovo di Novara, tant’è che per sbrogliare la complessa matassa fu persino necessario l’intervento degli arbitri dell’Imperatore. Una mediazione non proprio pacifica visto che il Comune di Novara - impegnato a espandere i suoi possedimenti - aveva creato ex-novo un proprio avamposto tra il Castello di Mesma e la Torre di Buccione (il “borgo” della Mesmella), insinuandosi come un cuneo nei possedimenti del vescovo così che, di conseguenza, gli arbitri imperiali dovettero ordinare la distruzione del borgo, restituendo all’autorità vescovile i castelli e i villaggi posti a nord della Baraggia di Briga, con tutti gli annessi e connessi, cioè i diritti ed i poteri. Ma l’origine della Torre, secondo alcuni studiosi, ha radici ben più antiche dei cenni documentali già citati: radici che affondano nelle ombre e nei chiaroscuri dell’alto medioevo.

Veduta con la Torre in una cartolina d’epoca

Uno studioso che ha minuziosamente “rivisitato” la storia dell’imponente
fortificazione - Angelo Marzi - scrisse che “si estendeva fino a coprire la vetta del colle”, identificandone due fasi di costruzione: “l’erezione della cortina e delle stanze del presidio sono da collocarsi intorno agli anni 1150–1175” mentre risultavano “troppo esigui gli elementi per datare i recinti successivi e il ridotto avanzato”. Resta il fatto che a rivelare le due fasi si possono citare almeno un paio di elementi: i parametri murari e la disposizione delle buche per il ponteggio. Le opinioni di carattere storiografico sono disparate: c’è chi giura si tratti di un manufatto di epoca romana, chi lo giudica invece opera dei Longobardi e chi ancora frutto di scelte e indicazioni dei vescovi novaresi.

Secondo il Marzi, nel suo “ Sulle origini del castello di Buccione “, edito dal
comune di Orta San Giulio nel 1984, gli autori vanno ricercati invece nei signori locali, legati da vincoli feudali al vescovo, forse i da Castello di Crusinallo.
Resta un fatto, abbastanza chiaro: il castello divenne una piazzaforte
vescovile, in stretto contatto con il castello dell’isola di San Giulio - eretto
nel V secolo - di cui costituiva, insieme ad altre “torri” edificate sulle
sponde del Cusio, una delle “teste di ponte” di un fitto e articolato sistema
di fortificazioni poste a guardia dello stato episcopale, una sorta di “enclave”
indipendente nell’ambito dell’Italia del nord, nell’arco di ben sei secoli, dal
1219 al 1817.

La Torre “sospesa tra terra e cielo”

In cima alla torre, come si usava dire “sospesa tra terra e
cielo”, era posta la campana con cui si annunciavano gli imminenti pericoli:
l’ultimo, prezioso, esemplare - fatto fondere nel 1610 - è tutt’oggi custodito
nel giardino della sede del municipio di Orta. Il “castello di strada” e la
torre, nei fatti, rappresentavano un’unica turrita fortezza alta, per
l’esattezza, ventitre metri, con funzioni di segnalazione, suddivisa al suo
interno in tre impalcati di legno che ne consentivano l’abitazione da parte
della guarnigione . Il piano inferiore ( dove si apre l’ingresso attuale,
risalente al 1800, mentre l’antico ingresso si trovava a circa sette metri da
terra ) serviva da “caneva”, cioè da magazzino per i viveri e per l’acqua,
necessari in caso d’assedio. Al secondo ed al terzo piano erano situate le
latrine, con condotte convogliate verso il cortile per lo scarico dei liquami.
Al piano alto si trovava la cella - con la volta a crociera - munita di una
bertesca organizzata su mensole, dalla quale si potevano spiare e combattere i
nemici che minacciavano l’ingresso inviando loro dei “gentili omaggi” a base di pietre e, nei casi più ostinati, calderoni d’olio bollente. La fortificazione
si completava di una cortina muraria esterna con camminamenti, feritoie, merli, ancora visibili all’inizio del ‘700 quando vennero descritte dallo storico
rivierasco Lazzaro Agostino Cotta.

Le mura, al loro interno, ospitavano un cortile rettangolare che includeva la “nostra” torre, mentre - in epoca successiva - venne edificato sul lato a nord un altro recinto che, stando ai resoconti di Cotta, poteva contenere fino a cinquecento soldati, ed un ridotto avanzato -situato sul crinale verso il lago - studiato come punto di controllo sulla strada che veniva percorsa da merci e viandanti. Oggi la Torre, impavida e altera costruzione che domina il Cusio meridionale, dopo aver subito - in passato - le offese di vandali e teppisti, merita le cure di chi, per generazioni, è nato e cresciuto alla sua ombra. E la Riserva regionale che oggi la tutela è stata pensata proprio per questo. Un nobile scopo per la nobile causa di una nobile e ardita costruzione medioevale.