La terra si tinge di rosa

SU 66.347 IMPRESE PIEMONTESI QUASI IL 30% È INTESTATO A DONNE. MOLTE CREANO OCCUPAZIONE CON FATTORIE DIDATTICHE, AGRITURISMI E PUNTI VENDITA

di Mara Anastasia

Sono sempre state “l’anello forte” della società contadina, come ci ha raccontato Nuto Revelli nell’omonimo libro del 1985, ma spesso poco visibili e relegate in ruoli di secondo piano. Negli ultimi due o tre decenni, però, le donne hanno iniziato ad uscire dall’ombra per diventare sempre più protagoniste di primo piano del mondo dell’agricoltura, tanto che oggi in Italia risultano titolari di quasi un terzo delle aziende. In questo quadro, il Piemonte non fa eccezione: su 66.347 imprese condotte da persone fisiche rilevate dal censimento generale dell’agricoltura Istat del 2010, 19.271, cioè il 29% sono intestate a donne.

Dati che vengono confermati anche dai più recenti numeri sulle iscrizioni alla Coldiretti: su 43.958 ditte individuali o società aderenti, 13.414, quindi il 30%, sono a conduzione femminile.

A questo alto numero di aziende “in rosa”, sempre secondo il censimento, corrisponde un quantitativo di ettari utilizzati in percentuale inferiore: un’impresa femminile si estende in media per 8 ettari, mentre nel caso degli uomini si arriva a 16. Anche la somma della produzione espressa in euro fa registrare delle differenze: un’azienda “in rosa” rende 27.866 euro l’anno, contro i 66.529 euro maschili.

Le donne, quindi, gestiscono per lo più aziende di piccole dimensioni, nella maggior parte ditte individuali, concentrate spesso nelle zone collinari o montane. Ma la loro attività agricola non si limita alla coltivazione delle terre o all’allevamento zootecnico. Ciò che contraddistingue, infatti, le imprese femminili è la cosiddetta “multifunzionalità”, cioè la messa in piedi nella propria proprietà di attività connesse, che creano anche nuova occupazione: punti di vendita diretta al pubblico, trasformazione dei prodotti, agriturismi e fattorie didattiche.

Negli ultimi anni, inoltre, le donne, si stanno impegnando anche nell’agricoltura “sociale”, tesa all’inserimento di lavoratori svantaggiati nel settore oppure a rendere servizi alla persona nell’ambito dell’ambiente rurale. È il caso del progetto Agritata della Coldiretti, attività di educazione e cura dei bambini tra 3 mesi e 3 anni che viene svolta presso un’azienda agricola. Per diventare “agritate” occorre seguire un corso di formazione di 400 ore, cui segue una valutazione e poi finalmente la possibilità di ospitare presso la propria fattoria fino a massimo di 5 bambini. Si tratta di un’esperienza sperimentale al momento attiva solo in Piemonte, dove sono una trentina le donne che svolgono questa attività in costante collegamento tra loro e con la Cooperativa Linfa solidale, l’ente gestore del servizio che le sostiene e si fa garante del mantenimento degli standard qualitativi, mentre altre 15 allieve stanno seguendo il corso.

Quanto all’età, nella maggior parte dei casi, il 34%, le imprenditrici hanno un’età compresa tra i 40 e i 54 anni, con un volume di produzione e una dimensione di terreno utilizzato che supera il 40% del totale femminile. Seguono le ultrasessantacinquenni, che incidono per il 29%, che però hanno porzioni di terreno e producono rispettivamente per il 18% e il 14%.

Poche, solo 102 (10 %), le aziende condotte da under 40, ma con una buona performance, in quanto occupano il 16% della superficie coltivata da donne e producono per il 18%.

Con la loro trasformazione da coadiuvanti a titolari di impresa, si è fatto sentire nelle agricoltrici anche il bisogno di uscire dall’isolamento che spesso accompagna chi lavora in cascine magari distanti le une dalle altre, di confrontarsi, di rendere visibile il proprio ruolo, di essere presenti nei centri decisionali. Di qui la nascita all’interno delle tradizionali associazioni di categoria di sezioni femminili: Coldiretti donne impresa, Cia donne in campo, Confagricoltura donna Piemonte, Commissione dirigenti cooperatrici in Confcooperative. Strutture che consentono loro di nominare rappresentanti all’interno degli organismi consultivi istituzionali, che organizzano iniziative di formazione (lingue straniere, web, marketing) o volte a fare conoscere i prodotti e le attività e che sono occasioni di scambio tra le imprenditrici, e di creazione di sinergie volte a far crescere le proprie imprese. Non solo. L’impegno delle associazioni punta anche a diffondere una visione di genere dell’agricoltura, in cui si rispecchiano valori che tradizionalmente appartengono alle donne: l’attenzione per l’ambiente in cui si vive, l’accoglienza, il recupero delle tradizioni, il rapporto con il consumatore, che oggi si uniscono sempre più alla voglia e alla capacità di innovare e di sperimentare nuovi percorsi, da cui deriva appunto la “multifunzionalità” delle aziende.

Lungi dal ghettizzarsi, però, le donne hanno iniziato a farsi strada anche all’interno delle associazioni di categoria tout court. È il caso di Delia Revelli, 40 anni, titolare di un allevamento di pesci di acqua dolce a Margarita (Cn), che a febbraio è stata eletta presidente regionale di Coldiretti Piemonte. Delia rappresenta un caso esemplare di nuova imprenditoria agricola “in rosa”. Giovane, laureata alla Scuola di amministrazione aziendale di Cuneo, gestisce un’azienda che punta sulla qualità sia del prodotto sia dell’ambiente. Nel 2006 ha ottenuto l’accreditamento e svolge attività come fattoria didattica, nel 2010 è diventata “Punto campagna amica” Coldiretti, riconoscimento italiano per la vendita in azienda agricola e nel 2013 è stata vincitrice a livello nazionale di uno dei prestigiosi Oscar Green, premi che vengono riconosciuti a chi introduce innovazioni a livello di processo o di prodotto, sperimenta nuove idee o ripristina antiche coltivazioni.

Oltre che nella rappresentanza di categoria, le donne stanno assumendo rilevanza anche alla guida delle cooperative agricole, società di più aziende che si collegano per sviluppare economie nella trasformazione dei prodotti, nella conduzione di vaste porzioni di terreno o nell’acquisto di macchinari. Secondo i dati di Confcooperative-Fedagri Piemonte, su 230 cooperative associate, 18 sono presiedute da donne e 18 vedono una donna come vicepresidente. Una ventina invece le direttrici, mentre un terzo delle cooperative ha almeno una donna nel consiglio di amministrazione. Numeri ancora piccoli, certo, ma che stanno mostrando una tendenza all’aumento. Il problema, come sempre, è quello della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Alle donne, oltre all’impegno nella propria attività, viene richiesto di prendersi cura della famiglia e di farsi carico di altre incombenze che spesso rendono impossibile l’assunzione di incarichi associativi. Ma anche questo trend, testimoniano le responsabili delle associazioni imprenditoriali “in rosa”, si sta poco alla volta invertendo.

Le donne del vino, un valore aggiunto

Intervista a Francesca Poggio

Si chiama Le donne del vino ed è un’associazione nazionale nata nel 1988 per iniziativa di un’imprenditrice toscana, che ha voluto riunire tutte le donne che a vario titolo hanno un ruolo nella filiera vitivinicola. Il sodalizio comprende quindi non solo produttrici, ma anche enologhe, enotecarie, sommelier, giornaliste enogastronomiche e conta attualmente 650 socie, di cui 108 piemontesi. La nostra regione vanta quindi la delegazione numericamente più consistente, sotto la guida di Francesca Poggio, titolare dell’azienda “Il poggio di Gavi”, che produce il celebre vino, oltre a un dolcetto, e ospita nello stesso tempo un bed & breakfast in una frazione dell’omonima cittadina alessandrina.

Quale rapporto lega le donne al vino?

Le donne hanno sempre svolto un compito fondamentale nelle vigne. Nel tempo hanno però cominciato a prendere coscienza anche della loro capacità imprenditoriale e del valore aggiunto che esse possono apportare alle aziende, iniziando ad assumersene la titolarità, magari dopo la morte del padre o del marito, laddove questi passaggi una volta avvenivano soltanto per via maschile.

In che cosa le donne si distinguono dagli uomini in questo settore?

Credo in una maggiore cura per i dettagli e nella capacità di portare innovazione, non solo nella produzione ma anche ai fini della commercializzazione. Penso alla forma delle bottiglie, alle etichette, all’abbinamento con i cibi, alla creazione di luoghi di ospitalità. Se vogliamo far conoscere il nostro vino, occorre che le persone vengano attratte sul territorio e abbiano modo di soggiornarci, per poter assaggiare e apprezzare i prodotti che noi offriamo.

In questo quadro, che scopi si propone l’associazione che lei presiede?

Non si tratta di un organismo di rappresentanza degli interessi, ma di un sodalizio che punta sia a diffondere la cultura del vino sia a far conoscere le attività delle associate. Organizziamo quindi convegni, premi, occasioni di scambio tra le socie, partecipiamo a manifestazioni, tra cui Vinitaly, effettuiamo viaggi sociali e visite alle cantine delle associate. È una realtà positiva, che dà la carica, aiuta nel lavoro e contribuisce a offrire visibilità al nostro lavoro e al nostro ruolo in questo settore.

www.ledonnedelvino.com

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