Nella visita ad Auschwitz la differenza tra gli studenti piemontesi e i turisti

L’ ultima tappa del viaggio studio organizzato dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte

di Mario Bocchio

Dei campi dell’ odio elevato a sistema, dello scempio di massa, dell’annientamento di tutti coloro i quali non potevano servire da “schiavi di Hitler”, Auschwitz è il simbolo più immediato.

Anche perché, il giorno in cui fu liberato dai soldati dell’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945, è diventato l’anniversario “della memoria”.

Ciò che resta dell’alta tensione

Qui sono giunti — ultima tappa del viaggio studio organizzato dal Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte — ventiquattro studenti piemontesi.

I brividi si materializzano appena varcato il cancello di ferro dominato da quell’orrenda menzogna “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), il motto che fu collocato all’ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti.

Nel ventre dell’orrore

Il fabbro polacco Jan Liwacz, oppositore politico non ebreo, che fu deportato ad Auschwitz il 20 giugno 1940, ebbe il compito di saldare la scritta all’ingresso del campo. Non gli restò che obbedire, ma per marcare la sua opposizione ai nazisti, rovesciò la lettera “B” di Arbeit. Così rimase e così è visibile oggi, recuperata e rispristinata dopo il furto che nel dicembre del 2009 fece scrivere di “profanazione” tutti i giornali del mondo.

La torre di guarda, un altro sinistro simbolo

Sorto come campo di concentramento, sino alla fine del 1941 le camerate di Auschwitz — un’ex caserma — ospitarono per la maggior parte deportati polacchi, internati per motivi politici. Dopo la conferenza di Wansee a Berlino, del gennaio 1942, che decretò la “soluzione finale della questione ebraica”, Auschwitz cambiò “ragione sociale”. Fu trasformato nel più grande campo di sterminio della galassia nazista. A tre chilometri dal campo primitivo fu allestito Auschwitz II, Birkenau. Ed è l’immagine del binario d’ ingresso (la Bahnrampe) sotto una torre di guardia a richiamare, quasi con ossessione, la Shoah, lo sterminio degli ebrei. Tutt’ attorno, in un’ area di quaranta chilometri quadrati, furono predisposti altri quarantacinque sotto-campi.

Il filo spinato, strumento delle libertà negate

Ad Auschwitz, oggi museo mondiale dell’olocausto (dal 1979 patrimonio dell’Umanità), molte strutture sono rimaste quelle di settant’anni fa.

Nei sotterranei del Block 11, c’è ancora la cella dove fu ucciso con un’iniezione di acido fenico il francescano polacco Massimiliano Kolbe, sopravvissuto per più di due settimane senza acqua nè cibo. Massimiliano Kolbe, proclamato santo dalla Chiesa cattolica il 10 ottobre 1982, si era offerto di prendere il posto di un condannato a morte il quale aveva moglie due figli.

In quell’inferno buio e sotterraneo, le pareti annerite trasudano ancora lo strazio delle urla e delle bestemmie, l’eco delle orazioni e il lamento dei moribondi.

Verso il blocco della morte

Le fotografie dei deportati che tappezzano le pareti di alcuni corridoi seguono con occhi sbarrati questi giovani studenti venuti sin qui dal Piemonte e che finiscono per diventare straniti.

Nel Block 4, i capelli di quarantacinquemilamila donne assassinate (1950 chili di capelli) fanno memoria dell’orrore e della barbarie. Erano venduti all’industria tessile tedesca per 50 pfennig al chilo.

La memoria delle vittime

Un’allegra combriccola di turisti giapponesi, che nel pacchetto comperato oltre agli emani luoghi di Cracovia c’è anche la visita ad Auschwitz, incrocia gli studebnti piemontesi proprio nell’area del crematorio.

Solo il silenzio per capire Auschwitz

Ci rendiamo conto come i visitatori dei lager nazisti oggi finiscano per comportarsi da veri turisti, che non c’è coinvolgimento emotivo ma al massimo la concentrazione mentale di chi visita un museo, che tutto — dall’abbigliamento dei visitatori all’allestimento del luogo, dall’ambiente circostante il campo di sterminio alle condizioni atmosferiche della bella giornata, dal modo in cui le visite sono guidate ai meccanismi psicologici di difesa del singolo dall’orrore — congiura a determinare la dissacrazione di ciò che invece si vorrebbe onorare.

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