Per la patria

di Mario Bocchio

l “Ponte d’argento”, organizzato dagli italiani degli Stati Uniti d’America, prevedeva l’invio in Italia di cartoline su cui si incollavano delle sbarrette d’argento offerte al governo fascista per contribuire alla creazione di un istituto di credito e per dare sussidi alle famiglie di ex-combattenti che intendevano recarsi come coloni in Etiopia

La penna è uno strumento non docile nelle mani di chi non sa usarla e perciò le lettere degli emigrati spesso non dicevano “niente”. Le rimesse, invece, attestavano, senza possibilità di equivoci, che il lavoro e la salute non mancavano e che il progetto migratorio si stava realizzando. Quei sudati risparmi, che sollevarono le sorti di tante famiglie, furono anche una colonna portante dello sviluppo industriale del nostro paese.

Secondo uno studio di Francesco Balletta, nel primo quindicennio del Novecento, l’ammontare delle rimesse dall’estero superò annualmente il gettito delle imposte dirette fatte pagare dallo Stato italiano.

Rimesse da parte di emigrati nel 1903

In realtà esse furono ancor maggiori in quanto lo studio si riferisce soltanto a quanto venne raccolto attraverso il Banco di Napoli, l’unico istituto di credito istituzionalmente investito, dal 1901, di questo compito. Sfuggono quindi al calcolo i risparmi inviati dall’estero attraverso un innumerevole numero di “banchisti” e di piccoli banchieri, per tacere di quelli inviati o portati “a mano” in Italia.

Nel 1936, e negli anni seguenti, per contribuire ad alleviare il peso delle sanzioni imposte all’Italia dalla comunità internazionale dopo la guerra con l’Etiopia, dagli italiani degli Stati Uniti venivano spedite cartoline di rame che dovevano ovviare, anche se in piccola parte, alla carenza di materie prime

Il rapporto con l’Italia non si esauriva naturalmente nelle rimesse alle famiglie. Anche in occasione di calamità naturali, come terremoti e alluvioni, le comunità di tutto il mondo inviarono denaro in patria.

Una risposta altrettanto generosa si ebbe nel corso della prima e della seconda guerra mondiale quando dall’estero giunsero non solo denaro ma uomini pronti ad arruolarsi. Anche negli anni trenta, in occasione delle sanzioni all’Italia per la guerra in Etiopia, gli emigrati e i loro discendenti diedero il loro concreto contributo.

(Fonte: Fondazione Paolo Cresci)

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