Quando i piemontesi inventarono il futbol in Uruguay (seconda puntata)

I dirigenti della ferrovie avevano raggiunto un accordo per trasferire il campo in una zona più vicina a Montevideo, in un terreno denominato Las Acacias, più facilmente raggiungibile

di Mario Bocchio

Formalmente, è ancora oggi il terreno di gioco del CURCC, anzi del Peñarol, poiché dopo quel trasferimento, avvenuto nei primi anni del Novecento, si registra il definitivo e finalmente ufficiale cambio di nome del club. Certificato con carta autografa dal presidente della repubblica José Battle y Ordonez, l’uomo che ha guidato la modernizzazione del Paese. Sotto i suoi due mandati presidenziali (1903–1907 e 1911–1915), l’Uruguay adotta una serie di riforme illuminate: il suffragio universale, la nazionalizzazione della maggior parte dei servizi pubblici, col controllo su banche e assicurazioni, l’abolizione della pena di morte, l’abolizione del servizio militare, la separazione tra Chiesa e Stato.

L’Uruguay diventa in pochi anni una democrazia consolidata, con una grande attenzione ai temi sociali. Questa «rivoluzione» trascina anche il calcio, che riscuote un immediato successo popolare, anche perché vengono edificati nuovi impianti cui ha accesso tutta la popolazione, senza distinzione di classe.

Giuseppe Scarone sente meno la nostalgia di casa, quando va a vedere il Peñarol con gli amici. Non si perde una partita, ed è tutto un discutere di futbol. E poi il Peñarol continua a vincere; ma la sua soddisfazione non si può misurare il giorno in cui suo figlio Carlos viene aggregato alla squadra del suo cuore. Con lui in campo, vince il campionato del 1911 la squadra dalla maglia nero-oro. Ma non è l’unica che indossa, Carlos.

Carlos Scarone

Il 15 agosto del 1910 c’è ancora lui in campo, ma stavolta con la nazionale uruguayana che per la prima volta nella sua storia veste la gloriosa maglia celeste accompagnata da calzoncini neri. Gli Argentini, gli sfidanti di quel giorno, in palio la Copa Lipton, avevano espressamente richiesto il cambio di colori: il bianco e celeste lo usiamo solo noi, d’ora in poi.

Così gli uruguayani optarono per la tinta unita Celeste, da quel momento diventato un simbolo nazionale distintivo che, come ebbe a dire Diego Lugano, prima del match dell’ultimo mondiale contro l’Italia, «è più importante di giocatori, capitani e risultati e unisce tre milioni di anime». Tre milioni, che ci crediate o no, guardando il favoloso palmares di questa Selección, è il numero della popolazione dell’Uruguay.

Severino Varela, campione di Uruguay con il Peñarol nel 1938

In quella squadra che vince la Copa Lipton, segna e brilla Carlos Scarone, per la gioia di papà Giuseppe, ovviamente presente. In campo c’è anche José Benincasa, altro ragazzo di origine italiana, che conosce Carlos fin dai primi calci a un pallone, quando entrambi giocavano al River Plate Montevideo. Continuavano a frequentarsi, tanto che anni dopo Benincasa portò un giorno a casa Scarone una proposta seria: trasferirsi insieme in Argentina. Al Boca Juniors si poteva fare davvero qualche soldo, e nel 1916 non era così scontato fare i soldi col futbol.

In Argentina si ricordavano però lo Scarone della Copa Lipton, mica questo. Carlos giocava in una squadra infarcita di uruguayani più dediti, si disse allora, alla scoperta della città notturna che a spremersi negli allenamenti: si era creato un brutto clima attorno al Boca, che giocò quella che è ancora negli annali come una delle peggiori stagioni della sua storia. Una stagione chiusa con la fuga nottetempo del gruppo di uruguayani, mai troppo digeriti a Buenos Aires.

C’è chi dice che Scarone in effetti stava già male in Argentina e, dopo aver attraversato il Rio de La Plata, fosse rimasto settimane al sanatorio, accudito da un grande tifoso del Nacional, l’altra squadra di Montevideo, nata per volontà di studenti universitari che volevano una compagine di soli giocatori uruguayani. La vicenda dell’ospedale è però apocrifa, non riconosciuta dalla maggior parte dei fedeli del futbol, in Uruguay.

La formazione che vinse la Coppa Libertadores 1961

L’unica certezza è che, alla fine, Carlos Scarone, tornato in patria, veste la maglia del Nacional, i principali rivali del Peñarol.

E papà Giuseppe?

Va bene la fuga in Argentina, ma questa no, il Nacional, no.

«Perché non vai al Peňarol, figliolo?». «E cosa vado a fare?». «A — letterale, si usava ancora l’italiano in casa di tutti gli emigranti — mangiare merda?».

L’umiliazione subita da Giuseppe è diventato il segno distintivo del Peñarol, i cui tifosi ancora oggi esibiscono con orgoglio il nomignolo di Manya (Mangia, la pronuncia rioplatense), in ricordo di quell’episodio storico.

Leggenda narra, che nel primo clasico Nacional-Peñarol dopo il ritorno di Carlos dall’Argentina, vinto dal Manya, papà Giuseppe fosse in tribuna, a sostenere la squadra di sempre, il Peñarol e a urlare cose inverosimili al figlio.

La più classica delle sfide del calcio uruguaiano: Nacional-Peñarol

A distanza di più di mezzo secolo l’episodio si sarebbe verificato anche nei campetti di Rio de Janeiro. Babbo tifoso dell’America, figlioletto nelle giovanili del Vasco.

Nemmeno dopo il gol Romario ricevette gli applausi di papà Edevair.

Anzi.

Diceva uno dei protagonisti del film argentino Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella, Oscar come miglior film straniero nel 2010: «Una pasión es una pasión… El tipo puede cambiar de todo. De cara, de casa, de familia, de novia, de religión, de dios. Pero hay una cosa que no puede cambiar. No puede cambiar de pasión».

Più o meno così, Giuseppe.

La cui soddisfazione nel primo clasico fu però effimera.

Carlos convincerà suo fratello Héctor a giocare, lui pure, un altro che accompagnava Giuseppe in treno a vedere il Peñarol, per il Nacional.

Héctor era davvero forte. Anzi, secondo Giuseppe Meazza, che lo ebbe come compagno di squadra all’Ambrosiana Inter, «Scarone è il giocatore più forte che abbia mai visto».

Il nuovo stadio del Peñarol

Sarà protagonista di moltissime vittorie della Celeste, Mondiale del 1930 compreso. Ed entrerà nel linguaggio di tutti i giorni una locuzione che lo riguarda. Quando in Uruguay si vuole dare la responsabilità di una scelta ad un’altra persona si dice «Tuya, Héctor», come fece il compagno di Scarone, Tito Borjas, nella finale delle Olimpiadi del 1928 ad Amsterdam, prima di passargli il pallone. Assist che, manco a dirlo, Scarone trasformò nel gol che consegnava la medaglia d’oro all’Uruguay.

Ovunque fosse, papà Giuseppe sicuramente sorrise in quella occasione.

Ovvio: con la sciarpa nero-oro al collo.

Come quella che portano i tanti tifosi del Peñarol che ogni volta invadono il nuovo stadio, calpestando la stessa terra dei Crosa e dei tanti italiani che hanno contribuito a far nascere l’Uruguay, la vera patria del futbol.

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