Quando i piemontesi inventarono il futbol in Uruguay (ultima puntata)

Secondo una leggenda popolare (con un fondo di verità nei primi anni del novecento ma oggi ormai non più) in Uruguay gli spagnoli tifano Nacional, mentre gli italiani Peñarol

di Mario Bocchio

L’elenco dei calciatori del Peñarol legati al Bel Paese non finisce qui. Alcuni anni dopo altri grandi sportivi scriveranno pagine importanti nella storia del club e della nazionale uruguaiana. A cominciare da Ernesto Vidal, nato a Buie d’Istria (al tempo territorio italiano) ed emigrato da bambino in Argentina. Sfrecciava sulla fascia sinistra del centrocampo e disputò 9 campionati con la maglia del Peñarol, durante questi anni acquisì la cittadinanza uruguaiana e giocò con la Celeste. Si dice che avesse tre patrie ma solo una gli regalò il tetto del mondo.

Una delle icone del Peñarol, Albert Spencer

In quegli stessi anni ci furono altri due grandi giocatori protagonisti, due leggende del calcio: Juan Alberto Schiaffino e Alcides Ghiggia, le due icone del “Maracanazo”, l’inaspettata vittoria dell’Uruguay contro il Brasile nella finale di Rio de Janeiro.

“Forse non è mai esistito un regista di tanto valore. Pareva nascondere torce elettriche nei piedi”, scrisse di Pepe Schiaffino il giornalista Gianni Brera. Per otto stagioni incantò la serie A (6 al Milan e 2 alla Roma), tra il 1954 ed il ’58 indossò la maglia della nazionale italiana per via delle sue origini: suo nonno paterno era un genovese che a Montevideo aprì una macelleria.

Il Peñarol conquista la Coppa Intercontinentale nel 1961

Ghiggia è ricordato da tutti come l’autore del gol del 2 a 1 che regalò la vittoria alla Celeste facendo sprofondare nella disperazione il Maracanà nello storico 16 luglio del 1950. Ed è anche l’unico ancora in vita di quella epica partita. In Italia sbarcò nel 1953, alla Roma, dove rimase per 8 anni per poi fare un campionato al Milan. Giocò anche con gli Azzurri a fine anni cinquanta. Assieme a Schiaffino formarono una formidabile coppia che fece sognare i tifosi Manya tra gli anni 40 e 50.

Figurina Panini 1965-’66

Vidal, Schiaffino e Ghiggia, così come il portiere di origini italiane Roque Maspoli, fecero parte de “La maquina del ‘49”: una delle migliori epoche del club.

Secondo una leggenda popolare (con un fondo di verità nei primi anni del novecento ma oggi ormai non più) in Uruguay gli spagnoli tifano Nacional, mentre gli italiani Peñarol.

Il Peñarol nel

Julio María Sanguinetti fa parte di uno di questi ultimi. Due volte presidente della Repubblica, 1985-’90 nel primo Governo post-dittatura e 1995–2000, Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana. Molteplici sono i titoli del politico uruguaiano a cui va aggiunta anche una encomiabile passione per la squadra di calcio della sua città ereditata in famiglia: “Un amore quasi religioso” lo definisce. Attualmente è Presidente onorario del Club Atlético Peñarol ed in passato ha ricoperto anche la carica di Vicepresidente.

La vittoria contro il Grande Real

“Il Peñarol è l’espressione sociologica dell’Uruguay che viene costruita dall’immigrazione tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, alla quale appartiene la maggior parte della popolazione del paese” è l’analisi storica dell’ex presidente, il quale aggiunge: “Il Peñarol è la squadra degli immigrati ed nato in un’officina. Non è un caso, invece, che il Nacional sia nato in una università da giovani di classe alta che difendevano la società tradizionale”. “C’è una differenza di origini che persiste ancora oggi nel discorso storico dei due club. Nacional rivendica la squadra creola, noi invece quella della classe lavoratrice. È un dato di fatto”.

In seguito Sanguinetti parla dello storico soprannome dei peñarolenses: “C’è un ulteriore cosa che ci unisce all’Italia, una specie di miracolo semantico. Noi siamo los mangias. È una definizione molto importante, un’espressione nata come insulto che si è trasformato in segno d’identità”.

A chi gli chiede se preferisce veder vincere la nazionale o il club risponde: “Ovviamente Peñarol”, evitando il politicamente corretto ed usando solo la sincerità. “Il calcio io lo guardo da questa prospettiva, dall’amore misterioso verso una squadra e dal sentimento di appartenenza che genera”.

Montevideo

Nella storia personale di Sanguinetti c’è tanta italianità, tanta Liguria per l’esattezza. I suoi bisnonni genovesi arrivarono in terra sudamericana nell’ottocento. Forse, quando afferma con orgoglio il suo amore per “la squadra degli immigrati”, pensa un po’ anche alla storia della sua famiglia.

Il Peñarol è la squadra più titolata dell’Uruguay avendo collezionato numerosi trofei sia a livello nazionale che internazionale. È stato incoronato dalla Fifa Miglior club sudamericano del XX secolo. Ha vinto 50 Campionati uruguaiani, tra cui due quinquenni, 1958-’62 e 1993-’97. Le Coppe Libertadores ottenute sono 5: 1960, ’61, ’66, ’82, ’87. Ha vinto le prime 2 edizioni del torneo sudamericano, nella terza dovette arrendersi al Santos (tra le cui file militava Pelè) nella finale del 1962 così come nella recente edizione del 2011. Le altre finali perse furono nel ’65, ’70 e ’83. Assieme al Boca Junior ha il record di finali disputate: 10. Per 3 volte è salito sul tetto del mondo vincendo la Coppa Intercontinentale: ’61, ’66, ‘82.

I trofei sono esposti presso il Museo de Peñarol, situato sulla calle Cerro Largo a Montevideo ed aperto al pubblico nel fine settimana nei seguenti orari: venerdì 13–18, sabato 11–18, domenica 11–15.

(fine)

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