Scappo dalla città, riscopro la vita in campagna

ISABELLA, ORIANA, MARTA: TRE ESEMPI DI UN DESIDERIO DI RITORNO ALLE ORIGINI CHE FA SEMPRE PIÙ TENDENZA

di Mario Bocchio

Un tempo il sogno di una ragazza nata e cresciuta in provincia era di andare a vivere in città, perché solo in città c’erano le occasioni che potevano cambiarti la vita, solo in città c’era il brivido, l’emozione e la cultura.

Ora questo trend si sta invertendo e assistiamo a un curioso ritorno alle origini rurali. In tante sognano di abbandonare la frenesia del quotidiano cittadino in favore della pace e della libertà che offre la campagna, consapevoli che si tratta di affrontare una vita dura e piena di sacrifici.

Come Isabella Peverati di Cassine, in provincia di Alessandria, laureata in Farmacia, che oggi gestisce l’azienda agricola di famiglia.

“L’azienda vitivinicola familiare è di antica tradizione, infatti già all’inizio del secolo scorso il mio antenato Pietro Peverati era fornitore del Sacro romano soglio e, a Parigi, in occasione dell’Esposizione internazionale dei vini, vinse una medaglia d’oro nel 1911 e due nel 1914 con il suo Moscato; ancora oggi la nostra cantina dispone di rare bottiglie di questo vino. Dal secondo dopo guerra fu mio zio Stefano a mantenere la tradizione agricola famigliare, mentre mio padre Giovanni si trasferì ad Alessandria per proseguire un’altra attività professionale, quella di avvocato. Papà è diventato negli anni una figura di spicco nell’ambito della Coldiretti — racconta Isabella -.

Fu intorno agli anni ’70 che la mia famiglia ritornò alla campagna investendo nell’acquisto complessivo di piccoli appezzamenti di terreno che hanno portato all’accorpamento di 54 ettari di cui 36 a vigneto. I vitigni coltivati sono quelli della tradizione locale e comprendono principalmente Moscato, Brachetto, Dolcetto e Barbera. Sempre in quegli stessi anni iniziammo un’agricoltura rispettosa dell’ambiente con vigneti inerbiti e concimati con letame senza usare erbicidi, insetticidi e antibotritici.

Nel tempo però la produzione dei vini si è interrotta, è solo negli anni ’90 che, alla ricerca dei buoni gusti antichi, abbiamo cercato di portare il ‘grappolo nel bicchiere’, di non disperdere i rari sapori del frutto ponendo soprattutto l’attenzione ad una corretta gestione del sistema vigneto e ad una buona pratica enologica. Sono così rinati quattro vini che portano il nome dei miei quattro figli: Tazio, Augusto, Leonardo e Achille, proprio ad indicare la volontà di guardare al futuro costruendo sulle basi delle nostre tradizioni”.

Peverati, quasi come per concludere un percorso obbligato per chi ha voluto impostare tutta la propria vita nella campagna, si è poi dedicata anche all’agriturismo, ricavato in un immobile già iscritto nel Catasto sabaudo. Inizialmente era l’abitazione dei coloni poiché il frutto del loro lavoro veniva gelosamente custodito nelle case e nelle cantine dei padroni residenti a Cassine. L’edificio, infatti, non possiede cantine ma solo un seminterrato per lo stoccaggio dell’uva: la vinificazione avveniva nella casa padronale. Era presente una stalla, un pozzo trovato già interrato, un portico per ricoverare carri e attrezzi con fienile soprastante e un pollaio al centro dell’aia oggi andato distrutto; erano presenti tutti gli elementi che caratterizzano la vita di una famiglia monferrina di contadini. I successivi ampliamenti erano dettati dalle necessità numeriche della famiglia e sono ancora oggi visibili.

“La casa è entrata in possesso della mia famiglia nel 1996 insieme ai terreni vitati ad essa adiacenti; l’idea di tra-sformare la cascina in agriturismo mi venne naturale come sbocco commerciale della rinata produzione enologica e per conciliare il lavoro con la mia numerosa famiglia. Ho cercato di ristrutturare l’abitazione prendendo spunto dall’architettura del vicino paese di Cassine, ma rispettando completamente l’antica impostazione; abbiamo introdotto i contrafforti che richiamano la chiesa di San Francesco a Cassine e il fantasioso uso di coppi e mattoni per disegnare i comignoli della casa”, conclude Isabella Peverati.

C’è poi chi coltiva patate addirittura ai piedi della Est del Monte Rosa, a 2.000 metri. Parliamo di Oriana Pala, alla quale Beba Schranz, cultrice delle storie più profonde di Macugnaga, ha dedicato più di una pagina. Colpi di colore intenso tracciato come sulla tela di un quadro.

Sali in seggiovia ai 2.000 metri del Belvedere, da lì prosegui a piedi lungo il sentiero che attraversa il ghiacciaio nell’oasi faunistica, l’unico che si muove in controtendenza, mentre tutti gli altri si stanno ritirando esso avanza, o meglio, scivola verso il basso. Dopo un’ora e mezza tra camosci, stambecchi e marmotte, c’è l’Alpe Roffel Staffel, e lì sotto c’è la famosa parete Est del Monte Rosa con il campo di patate di Oriana.

Perché un campo coltivato in quel luogo? “Si potrebbe rispondere: per amore. Perché mio papà Costantino fu capo delle guide alpine di Macugnaga per anni e lo zio Michele, anche lui guida alpina, è nella storia del Rosa per aver risalito nel 1965 in invernale la parete verticale fino alla Dufour con altre tre guide locali: Felice Jacchini, Luciano Bettineschi e Lino Pironi. E sempre all’inizio di febbraio, ma del 1967, con gli stessi compagni più Carlo Jacchini salì la prima invernale della Cresta Santa Caterina”, risponde senza esitazione.

Già, ma perché le patate? “L’ho fatto per una sorta di sfida e per uno dei mille sentimenti che arricchiscono la vita, e la fortuna mi è stata amica. Non ero certa del successo, ma mi è andata bene, e il gusto delle patate è davvero eccezionale. Oltre al campo ho ristrutturato la bella baita che lo affianca e nella quale ogni tanto trascorro anche le notti e qualche volta mi alzo all’alba per ammirare i bei colori e godermi il levar del sole”.

“Volevo trovare il lavoro della mia vita, non solo per lo stipendio ma che fosse anche una passione. E in montagna non vi erano alternative. A volte rimpiangi un pochino la vita da dipendente e le sue sicurezze, ma poi superi tutto. Questo è un mestiere che va fatto con e per passione: richiede impegno per tante ore di lavoro e non esistono sabati e domeniche”.

Marta Fossati, di Sambuco, Valle Stura di Demonte, nel Cuneese, a 31 anni alleva capre e produce formaggi in un piccolo caseificio nato nel 2012.

Il mondo pastorale non potrà che vivere, superando le mille insidie della società attuale — indifferenza, diffidenza, igienismo, disvalori consumistici — sinché giovani come Marta e suo marito Luca Giacosa popoleranno le nostre montagne e le nostre campagne, fieri e intraprendenti nel perpetrare un loro personalissimo modo di fare pastorizia e di vivere la vita.

“Veniamo da esperienze molto diverse: io da un periodo di lavoro in un caseificio, ma ho anche fatto la cameriera stagionale, mentre Luca è laureato in fotografia documentaria in Galles. Condividiamo la passione per la montagna e vogliamo vivere di montagna. Questo amore ci ha fatto decidere di allevare capre e di produrre formaggi con il loro latte. Mio papà praticava già la pastorizia, anche se ogni giorno raggiungeva Cuneo per lavorare in fabbrica, mentre mia mamma è stata infermiera — racconta Marta -. Tutte le capre, un centinaio, sono di razza meticcia alpina, che comporta una minore produzione di latte a favore di una maggiore rusticità dei nostri animali, che sono condotti sui pascoli di Sambuco per sette mesi all’anno, segno del nostro legame con queste terre. Dal mese di novembre fino ad aprile la produzione di latte è interrotta dalla gravidanza delle fattrici; inoltre gli animali sono nella stalla e la loro gestione comporta molte spese e molti sacrifici È un periodo difficile che ci mette a dura prova”.

“Non sei un imprenditore per questo lavoro, sei un amante degli animali, della montagna e di un determinato modo di vivere”, è pienamente convinta questa ragazza.

Latrice forse di un sogno, e i sogni si possono avverare quando hanno solide basi.

Lontani dai dettami tecnici della produttività e delle logiche allevatoriali ordinarie, i due ragazzi della Valle Stura, che allevano capre e gestiscono l’attività di trasformazione del loro latte in formaggi, hanno pensato bene di preparare le basi della propria impresa puntando, oltre che sulla qualità dei prodotti (le capre sono allevate prevalentemente al pascolo e a foraggi locali), sulla comunicazione e sul commercio etico.

“La mia montagna è sempre generosa. Mi regala albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che la rendono ancora più viva. Camminare per me significa entrare nella natura. Ed è per questo che cammino lentamente, non corro quasi mai. Io vado per vedere, per sentire con tutti i miei sensi. Così il mio spirito entra negli alberi, nel prato, nei fiori. Le alte montagne per me sono un sentimento”, il sorriso di Marta Fossati è ancora più radioso e sincero, mentre accarezza un capretto nato da appena due giorni. È il suo mondo.

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