Tasse e ambente, tatticismi che pagheremo cari

Corrado Truffi
Nov 3 · 9 min read

Capisco perfettamente la logica politica che spinge Matteo Renzi e il suo uomo di punta nelle questioni economiche, Luigi Marattin, a condurre una battaglia NoTax contro le tasse ambientali proposte nel contesto della manovra: Primo, IV deve distinguersi dall’abbraccio M5S PD, per trovare spazio e consenso. Secondo, essere contro le tasse – qualunque tassa – potendo per di più vantare di essere stati protagonisti dell’unico governo che le ha effettivamente ridotte un poco, è cosa che crea consenso e, soprattutto, è l’unico vero argomento competitivo nei confronti della destra, avendo giustamente mantenuto una nettissima posizione di contrasto alle politiche razziste e anti immigrazione di Salvini. Il successo del Salvinismo sovranista, infatti, come si è visto in modo plastico anche nel famoso confronto televisivo fra “i due Matteo”, è basato su due argomenti soltanto, efficaci perché semplici ed ossessivamente ripetuti: dagli all’immigrato e riduci le tasse (o meglio, consenti l’ evasione). Poiché per recuperare consenso ci sembra indegno darle agli immigrati, proviamo a blandire l’elettorato convincendoli che noi siamo più bravi e credibili di loro nel togliergli le tasse. In fondo, che la pressione fiscale complessiva in Italia sia un po’ troppo alta, soprattutto in relazione alla qualità dei servizi erogati, è piuttosto vero.

Ritengo però che questa logica politica – forse pagante nel brevissimo periodo – sia profondamente deleteria proprio per Italia Viva e le sue potenziali promesse di diventare il punto di riferimento di un nuovo liberalismo riformista europeista e aperto. Renzi dice spesso che è disposto a perdere consenso per salvare i morti in mare, ed ha ragione. Vorrei che fosse altrettanto capace di comprendere che è necessario rischiare di perdere consenso – perché non è nemmeno detto che accada – anche per salvare l’umanità tutta dal disastro climatico che ci attende. E poi, tutti a sinistra e anche in IV a rivendicare la comprensione e l’empatia per Greta Thunberg e per i ragazzi di Friday for future ma poi, all’atto pratico, scatta subito il terrore di trovarsi in casa i gilet gialli se proviamo a introdurre qualche timida tassazione ambientale.

Vediamo però di mettere su basi più solide e argomentate questo discorso puramente politico. Il danno di una polemica NoTax centrata solo sulle tasse ambientali non riguarda le specifiche misure in sé e per sé (ad esempio quella sulle auto aziendali probabilmente è mal progettata), ma soprattutto il messaggio di fondo che si è dato: che non sia mai giusto imporre tasse pigouviane. Marattin, in un’intervista recente, ha detto che invece di tassare le esternalità negative, meglio sarebbe incentivare i comportamenti virtuosi. Ricordo però sommessamente che gli stessi economisti liberal-riformisti cui mi sembra Marattin faccia riferimento hanno riempito colonne di inchiostro per contestare i troppo generosi – a loro dire – incentivi per le energie rinnovabili, in quanto distorsivi del mercato. La realtà è che si dovrebbe ripartire dai fondamenti dell’economia del benessere, della teoria della tassazione delle esternalità negative e del possibile incentivo delle esternalità positive, ed anche avere uno sguardo attento all’esperienza accumulata ormai in molti anni di tassazione ambientale in Europa.

E quindi, invece di sparare a casaccio contro tre tasse ambientali magari un po’ improvvisate, dire ad esempio che la logica giusta è quella dello spostamento di base imponibile dal lavoro all’ambiente, sia pur con tutte le cautele del caso per evitare gli effetti ridistributivi dai poveri ai ricchi che ciò in certe condizioni può comportare.

Un partito serio dovrebbe ribaltare completamente l’approccio. Invece di dire in modo polemico che quelle tasse ambientali non vanno perché “tassare è male”, dovrebbe dire che quelle tasse vanno cambiate perché improvvisate e perché non in grado di fare la riforma tributaria ecologista d cui ci sarebbe urgente bisogno, a parità di gettito (e anzi a gettito progressivamente decrescente, come vedremo fra un attimo), spostando la tassazione da fattori positivi (il lavoro) a fattori negativi (l’inquinamento).

Con ordine:

  • Il sistema tributario svolge molteplici compiti in una società avanzata: raccogliere le risorse necessarie all’erogazione dei servizi pubblici (da quelli tradizionali della difesa e sicurezza a quelli “moderni” del welfare, nonché per sostenere i costi della democrazia); redistribuire il reddito ed evitare l’eccessivo accumularsi della rendita e della diseguaglianza (la progressività dell’imposizione sancita in Costituzione); correggere o sanzionare comportamenti ritenuti nocivi per la società (tassazione di sigarette e giochi d’azzardo, ad esempio); infine, correggere le esternalità negative causate dai processi produttivi, in modo da evitare che il mercato mandi segnali di prezzo errati a consumatori, e rendere effettivo il principio “chi inquina paga”.
  • Inoltre, il livello e la composizione dell’imposizione è una delle leve principali della politica macroeconomica di un paese (o di una unione di paesi): la riduzione della pressione fiscale può stimolare la crescita, ma anche un suo aumento accompagnato da aumento della spesa pubblica, per il noto effetto moltiplicatore, può produrre lo stesso effetto (il che genera l’infinito dibattito fra i fautori dello stimolo fiscale via abbassamento delle imposte o via aumento della spesa pubblica).
  • Infine, il sistema tributario è il cuore del patto sociale di una società moderna – no taxation without representation, ma anche no representation without taxation).

Ciò che ci si dovrebbe chiedere, quindi, è quale modello complessivo di sistema tributario sia oggi desiderabile, e quale mix di scelte sia in grado di conseguirlo, dando per scontato che i diversi obiettivi e compiti assolti dal sistema siano per forza di cose, in parte in contrasto tra loro. Sotto questa luce, non dovrebbe essere difficile dedurre che oggi gli obiettivi da perseguire dovrebbero essere, in ordine di priorità:

  • la lotta al cambiamento climatico e la trasformazione del modello di produzione verso una vera sostenibilità ambientale
  • Lo sviluppo dell’occupazione
  • La redistribuzione del reddito

(razionali della deduzione, ossia brevi ceni sull’universo: 1) la crisi ambientale è l’unica vera emergenza mondiale, ma il suo esito drammatico non è inevitabile, a patto di dedicare ad essa una vera politica di contrasto. 2) Senza sviluppo e occupazione non ci saranno né le risorse di tecnologia ed energia per risolvere la crisi ambientale, né soprattutto. il consenso delle popolazioni per fare l giuste e difficili scelte che ci aspettano. 3) e quel consenso si costruisce riducendo la diseguaglianza in modo credibile e visibile).

Se ci chiediamo se il sistema tributario italiano attuale risponda in qualche misura a questi obiettivi, è facile accorgersi che siamo piuttosto lontani da un simile risultato. La tassazione sul lavoro è molto alta, la progressività delle imposte è fortemente limitata dai livelli di evasione e dall’introduzione di tasse più meno piatte giustificate in parte proprio dalla necessità di combattere quella stessa evasione (si pensi alle cedolari secche sugli affitti), la tassazione ambientale è apparentemente alta ma mal distribuita e poco connessa al suo effettivo utilizzo a fini ambientali. E infine, il sistema degli incentivi e disincentivi ambientali è ben lungi dall’ottenere il risultato voluto del “chi inquina paga” ed anzi, in molti casi sussidia l’inquinamento e ne fa pagare i costi a chi non ne ha la responsabilità.

Vale la pena di approfondire appena la situazione della tassazione ambientale, pure senza pretendere di fare un’analisi completa per la quale non ho mezzi, tempo né abbastanza competenza.

In primo luogo, è utile una semplice tassonomia della tassazione ambientale:

1. Imposte per coprire i costi dei servizi ambientali (tariffe all’utenza, come quelle pagate per il trattamento dei rifiuti o delle acque)

2. Tasse di incentivazione, pensate per incentivare un diverso modello di consumo, incorporando nel prezzo del consumatore finale l’esternalità negativa di un prodotto. L’ipotizzata tassa sulle plastiche avrebbe questo scopo. Va notato, a margine, che se una tassazione di questo tipo ha successo, non deve generare gettito aggiuntivo, in quanto il suo scopo è ridurre il consumo di quel particolare bene (sostituendolo) e, quindi, in un arco temporale che non deve essere troppo lungo pena il fallimento dell’imposta, anche il gettito connesso.

3. Misure fiscali ambientali, volte a generare gettito aggiuntivo da utilizzare per scopi ambientali (investimenti verdi, dissesto idrogeologico, ecc.).

Le tre tipologie sono spesso difficili da distinguere e, peraltro, è abbastanza naturale che le politiche pubbliche propongano, anche con buoni motivi, modelli misti. In linea generale, tuttavia, si può osservare che mentre è abbastanza ovvio e comprensibile per il consumatore la tariffazione di un servizio ambientale (si può contestare il servizio di nettezza urbana di Roma per la sua qualità, ma è difficile contestare che chi ne usufruisce debba in qualche modo pagarlo), l’introduzione di imposte d incentivazione o peggio ancora di tipo direttamente è puramente fiscale sono molto più difficili da “digerire” sia per il consumatore finale (cui alla fine si trasla, in modo più o meno completo, l’imposta), sia per i settori produttivi coinvolti. Aggiungiamo che il passato pesa, e la struttura dell’imposizione, così come si è andata cristallizzando nel tempo, non può essere modificata radicalmente dall’oggi al domani (come probabilmente sarebbe astrattamente necessario) senza colpire pesantemente qualcuno e avvantaggiare altrettanto pesantemente qualcun altro.

Infine, è sempre giusto considerare che qualsiasi modello di tassazione (ambientale o meno) interviene sull’allocazione delle risorse “di mercato”, modificandone il funzionamento. Posto che l’esternalità negativa è un tipico e direi perfetto esempio di “fallimento del mercato”, è sempre bene usare cautela in questi campi. Dove “cautela” significa soprattutto progettare, verificare gli effetti, misurare, eventualmente correggere, non pretendere insomma di avere la soluzione giusta e perfetta al primo colpo.

Nella situazione italiana, come dimostra questo studio, la tassazione ambientale non è stata progettata per conseguire il risultato “chi inquina paga”, ma essenzialmente per fare cassa e, solo in seconda battuta, per scopi ambientali. Gran parte della tassazione ambientale è costituita dalle accise sui carburanti e dagli oneri del sistema elettrico (che vanno in parte a finanziare le rinnovabili, quasi unico caso di tassa direttamente legata allo scopo per la quale è stata pensata). Specifiche tasse di scopo ambientali, con gettito vincolato all’ambiente, sono rare e di scarso gettito. Confrontando il contributo dato all’inquinamento dei diversi settori industriali e delle famiglie, con il carico fiscale di tipo ambientale imposto ai diversi soggetti, si vede bene che alcuni settori – segnatamente i trasporti e l’agricoltura – sono pesantemente “risparmiati” dal dovere di contribuire al pagamento delle proprie esternalità negative (di fatto, sono ampiamente sussidiati di modo che altri settori, e in particolare le famiglie, sono chiamati a tale finanziamento). Naturalmente, questi dati sono frutto in parte di stime e valutazioni, in quanto la stima del carico inquinante delle produzioni (a differenza del flusso delle imposte,, che è un dato certo) ha sicuramente una certa aleatorietà.

L’esperienza di molti paesi nordici dell’Europa dimostra tuttavia che una tassazione ambientale ben progettata e – paradossalmente – spesso meno elevata delle nostre accise ma ben indirizzata – è in grado di ottenere risultati effettivi e reali nella riduzione dell’inquinamento.

Quindi, introdurre un sistema di tassazione ambientale ben progettato (anche per la plastica e, ovviamente, per le automobili) dovrebbe essere un obiettivo condiviso da una forza riformista come Italia Viva.

Quello che si dovrebbe fare, e fare bene, è tenere conto seriamente degli ostacoli alla trasformazione del nostro sistema tributario in un sistema verde, che vuol dire un sistema caratterizzato da una pressione fiscale complessivamente uguale o meglio ancora inferiore a quella attuale, ma distribuita in modo profondamente diverso (meno tasse sul lavoro e più tasse ambientali):

  • Governare gli effetti sulla competitività delle imprese, in modo da evitare effetti distorsivi a causa della concorrenza estera e, in ogni caso, supportando le imprese impattate nei necessari processi di transizione ecologica;
  • Evitare che la tassazione ambientale generi distorsioni nella distribuzione del reddito. Il classico esempio della Tesla non tassata in quanto non inquinante, e del vecchio modello euro 3 sanzionato pesantemente, ci segnala un problema reale. Le soluzioni però esistono, e in linea generale sono legate ad una buona offerta di servizi e a politiche redistributive e/o incentivanti modulate sul reddito, e che inoltre possono passare anche per altri canali.
  • Affrontare con pazienza, chiarezza di idee e forza di argomenti il senso comune anti-tasse del nostro paese. La battaglia culturale per un sistema tributario ecologicamente orientato è, per molti versi, simile e parallela a quella per arrivare a una buona compliance fiscale e alla lotta all’evasione: pagare tutti per pagare meno, ma anche pagare in funzione delle nostre responsabilità verso il pianeta, piuttosto che per il nostro contributo positivo alla produzione. Non dovrebbe essere poi così difficile capirlo.

Poi, Italia Viva ha tutto il diritto di opinare sul modo, sulle dimensioni e sugli aspetti tecnici delle tasse introdotte in manovra, ma se contesta l’idea in sé, che è invece il messaggio che arriva, purtroppo forte e chiaro a tutti, si pone al servizio di un approccio vecchio e conservatore e contribuisce a farci perdere questa importantissima battaglia culturale, confermando un senso comune sbagliato.

E tra l’altro, siamo così sicuri che dal punto di vista del consenso sia una scelta giusta? E’ vero che l’Italia vive il mistero del fallimento di ogni iniziativa di partito verde alla tedesca ma, forse proprio per questo, Italia Viva avrebbe potuto ambire a occupare almeno un pezzo di quello spazio. Tra l’altro, con la sua retorica – giustissima retorica, peraltro – di grande attenzione ai giovani (la polemica su quota 100, il family act, ecc.), è abbastanza bizzarro non rendersi conto che sono proprio i giovani i più sicuramente sensibili a questi temi.

Corrado Truffi

Written by

Welcome to a place where words matter. On Medium, smart voices and original ideas take center stage - with no ads in sight. Watch
Follow all the topics you care about, and we’ll deliver the best stories for you to your homepage and inbox. Explore
Get unlimited access to the best stories on Medium — and support writers while you’re at it. Just $5/month. Upgrade