Cavalcare la bestia

Twitter è considerato una delle più importanti arene social per quello che riguarda il dibattito politico. Indipendentemente da quanto in effetti incida nello spostare consenso, quello che è affascinante della piattaforma è che le sue regole e i suoi meccanismi hanno creato un campo di gioco a sé per la discussione online, che può essere difficile da comprendere in tutte le sue sfumature.

Twitter, per esempio, è probabilmente l’inventore degli “hashtag”, che in realtà non sono altro che delle parole messe in evidenza dal carattere hash (“#”) per facilitare la ricerca.

Il tasto cancelletto dei nostri avi. Se una qualche voce registrata ti chiedeva di usarlo eri usualmente nei guai.

Da una parte gli utenti possono seguire un hashtag per seguire la discussione su un argomento che li interessa, dall’altro, un hashtag che viene usato in molti tweet fa trend, viene cioè messo in evidenza sull’interfaccia.

Un hashtag che fa trend è un hashtag su cui potete leggere molto materiale, ma è anche (o soprattutto) un hashtag da usare nei vostri tweet per avere opportunità di essere letti da un ampio numero di persone, indipendentemente dalla vostra rete di follower.

Tweetping. La guerra termonucleare globale di War Games gli spiccia casa.

Le forze politiche coff… coff… del cambiamento hanno un’articolata strategia su come utilizzare questi strumenti. In particolare lo staff di Matteo Salvini appare particolarmente aggressivo nelle sue manovre per mantenere il controllo della comunicazione sul social.

Ecco, mettiamo un’immagine dei due così ci togliamo subito il pensiero.

In reazione all’intenso lavoro social portato avanti dal coff… coff.. Capitano c’è un largo movimento di opposizione che consiglia di non utilizzare gli hashtag promossi da Salvini, nemmeno per criticarlo così come consiglia di non seguire né lui né i suoi sodali.

Questo perché, ovviamente, nel momento in cui la macchina salviniana produce un hashtag anche quelli che lo usano per dargli contro fanno sì che quello stesso hashtag vada in trend. Questo, nell’ottica degli oppositori di Salvini, è male, perché gli porta consenso.

Nella mia idea, le cose non stanno esattamente così.

Credere che il “risultato” di Twitter sia rappresentato da quello che è in trend e che questo sia l’ “obiettivo” del “gioco” significa vedere Twitter dall’esterno, come se fosse un blocco unico monolitico che alla fine non rappresenta un dibattito, ma elabora una somma. Non è una percezione terribilmente peregrina, a suo modo è come poteva essere visto lo stesso Twitter ai suoi albori, una decina di anni fa. In quel tempo le interazioni erano così semplificate che una persona che riusciva a mandare in trend un hashtag da lui confezionato aveva effettivamente ottenuto un risultato. Stiamo parlando però di un tempo in cui Twitter aveva numeri inferiori e aveva anche obiettivi inferiori. Sebbene da subito la piattaforma abbia mostrato una sua valenza “politica” per varie ragioni non è mai stata imputata di generare valore “politico” di per sé. In quel tempo, diciamo, Twitter dava effettivamente dei responsi su chi era importante e chi non lo era, ma erano responsi di poco peso.

Oggi non possiamo più valutare l’impatto della piattaforma in quel modo. Twitter è uno strumento di interazioni e col suo livello di penetrazione (non altissimo) nella società è uno strumento di interazioni a tutto campo. Non è possibile che elabori un responso, è invece un contenitore di dibattito da cui devono emergere delle idee. L’emersione di una certa idea però non è il trend di un hashtag, ma qualcosa di più complesso e, in parte, di più difficile valutazione. Anche il fatto che queste idee abbiano una forte connessione con la realtà (si, da qualche parte la realtà dovrebbe ancora esserci) ci dovrebbe far capire che un cancelletto qua o là è un mezzo e non il fine della discussione.

Eppure la teoria vigente dice che se la macchina social di Salvini lancia l’hashtag #complicidisalvini gli utenti che vogliono contrastarlo non devono scrivere tweet con quell’hashtag, se no #complicidisalvini va in trend e i social media manager di Salvini brindano.

Ciiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip

Però, ci siamo detti, Twitter non è una slot machine, ma un luogo di discussione. Allora il fatto che #complicidisalvini vada in trend non vuol dire che siamo tutti #complicidisalvini, ma che stiamo parlando tutti di #complicidisalvini. Quindi un utente Twitter neutro, non schierato o che in generale vuole farsi un’idea di cosa capita cliccherà sull’hashtag non perché è complice di Salvini, ma perché vuole capire perché si discute di #complicidisalvini. In questo caso, se tutti quelli che si oppongono a Salvini si sono tenuti lontani dal parlare dell’argomento allora ecco che a questo spettatore generico il flusso di informazioni relative all’hashtag apparirà come un vero e proprio TRIONFO proprio per Salvini.

Però, continuano i sostenitori di questo approccio, se noi smettiamo di scrivere su #complicidisalvini ecco che l’hashtag scompare dai trend e non ci sarà modo di cliccarlo.

Ma scusate… secondo voi la strategia social di gente come Salvini ha proprio bisogno dei suoi detrattori? Senza arrivare a parlare di Russia e agenti segreti (argomenti usati spesso a proposito) pensate che gente che, per lavoro, gestisce un social non abbia gli strumenti per stimolare un trend? Se effettivamente, come dicono i sondaggi, i complici di Salvini sono la maggioranza del paese allora il problema non si pone, perché sarà proprio questa maggioranza a mandare in trend l’hashtag, senza preoccuparsi di voi. Se invece rappresentano solo una porzione minoritaria, comunque con un minimo di coordinazione e un paio di strumenti puramente tecnici è possibile far sì che arrivino a comandare il trend, anche con tutto il vostro impegno ad astenervi.

Non è tanto che i social media manager sono senza scrupoli e hanno venduto l’anima al diavolo che gli ha conferito dei superpoteri, è proprio il fatto che il meccanismo dei trend di Twitter è un gioco nato con una certa innocenza, raccogliendo dati in maniera massiva e tagliandoli con l’accetta. E’ estremamente vulnerabile ad attacchi mirati e gli attacchi mirati, da che mondo e mondo, sono sempre più efficaci degli appelli popolari.

Quindi? Ci arrendiamo alle macchine? Beh, più che altro smettiamo di combattere secondo le regole delle macchine e smettiamo di considerare Twitter una macchina. Twitter è un luogo di discussione e in un luogo di discussione si discute.

Prendiamoci quell’hashtag

Usate senza pietà gli hashtag promossi da Salvini e da quelli che volete contrastare. Seguite i loro profili e commentate i loro post tutte le volte che potete. Non state contribuendo al loro successo, state solo utilizzando la loro notorietà come veicolo per le vostre idee, così che abbiano risonanza e arrivino esattamente alle persone che hanno più fastidio a sentirle. Una volta, sempre nell’epoca più semplice, si parlava di hi-jacking degli hashtag, ovvero la pratica di parlare di qualcosa che interessa a te usando un hashtag famoso (e non correlato) unicamente per arrivare al grande pubblico. In questo contesto, invece, la questione è più raffinata (e formalmente anche più corretta), discutere nei luoghi di discussioni più popolosi, approntati proprio dalle persone che si vogliono contrastare, mettendo d’accordo sia le regole del gioco del Twitter che quelle del dibattito.

La vittoria sui Social non sta nel vincere la gara secondo le loro regole, ma riportarli a essere luoghi di incontro e confronto, così come credavamo dovevano essere agli albori dell’internet quando eravamo tutti più ottimisti.