La notte che bruciammo i blog

Nel 2009 la blogosfera era un’ardente realtà cibernetica, splendente di libertà digitale.

Tutti avevamo un blog, io avevo un blog (anzi due) (anzi, molti considerano questo un blog, pure), tutti leggevamo blog. Le persone sgomitavano per essere lette e apparire. Molti dei personaggi oggi consolidati dell’internet sono nati in quell’epoca, quell’epoca di pionierismo e di sperimentazione, quando ancora molti credevano sinceramente che l’internet potesse rappresentare un nuovo modo di rapportarsi tra le persone, un modo più diretto, ma anche più onesto.

E’ del 2009 questa proposta di legge.

Eravamo persone molto diverse. Per certi versi, eravamo l’essenza di quello che oggi è il populismo, ma eravamo in un ambiente così ristretto e così rigidamente strutturato che i fatti ci davano ragione e questo alimentava illusioni che poi si sarebbero rivelate devastanti.

Per esempio, credevamo di non aver bisogno del potere costituito. Eravamo convinti che la libertà di parola fosse un bene assoluto, ma soprattutto, che non doveva essere imposto nessun regolamento su di essa, perché tanto la rete stessa, per sua natura, avrebbe corretto i comportamenti maliziosi e sbagliati.

Perché eravamo convinti di una tale assurdità? Perché eravamo pochi, selezionati da barriere all’ingresso molto alte, temprati da anni in cui effettivamente avevamo imparato a auto-regolarci vicendevolmente, sottostando a sistemi piramidali di stampo quasi teocratico, inappellabili, giusti come ingiusti, ma certamente efficaci.

Questo era l’internet prima della blogosfera, un’epoca in cui la rete era solo un giocattolo per tecnici informatici e pochi altri curiosi. Un luogo per pochi, dove questi venivano selezionati in mezzo a categorie socialmente particolari.

Quando offrimmo la Rete a masse più ampie e permettemmo che categorie più eterogenee la usassero, quando, insomma, concedemmo alla blogosfera di porre le sue fondamenta, eravamo convinti, erroneamente, che ci fosse qualcosa di intrinseco nello strumento capace di mantenere l’ordine e quindi immettere nuove risorse nel sistema lo avrebbe solo potenziato, migliorato, ne avrebbe aumentato le capacità.

Per questo la proposta di legge di cui sopra appariva assurda. Il nostro “proto-populismo” ci portava a diffidare dell’ordine costituito che, mentre noi producevamo idee nuove e ci confrontavamo, cercava di massificare il senso comune tramite la televisione, il mezzo unidirezionale per definizione. Essendo noi folla, ma essendo noi folla di giusti eravamo convinti che avremmo sempre vegliato gli uni sugli altri, che la trasparenza data dal contatto diretto ci avrebbe permesso di individuare e annientare tutti i germi negativi che potevano provare ad attaccare il sistema. Non avevamo bisogno di forme di controllo dall’alto, ci bastavano piattaforme collaborative dove i buoni avrebbero sempre, sistematicamente prevalso e dove quindi l’idea non sarebbe stata l’idea di qualche forza dominante, ma la somma algebrica del desiderio della comunità.

Scrivemmo tutti articoli di fuoco inneggiando alla libertà di parola e di stampa, inneggiando alla libertà in generale e, soprattutto, chiedendo al mondo vecchio di non fermarci, mentre ci impegnavamo a migliorare il mondo.

2017. L’internet ha attraversato, in questo anni, molte trasformazioni. Sopratutto, ha raggiunto tutti e ha eletto a suoi strumenti preferiti i social network, strumenti orizzontali in senso totale, in cui non esiste nessuna gerarchia e quindi nessun controllo, uno strumento in cui uno vale uno.

E qual è il prodotto dei nostri sogni? Che cos’è la nostra utopia digitale, oggi, in cui abbiamo aperto completamente i rubinetti delle risorse e la rete ha potuto ingozzarsi di partecipazione?

Bufale, notizie false, linciaggi mediatici. Gogne digitali. Teorie assurde che assumono l’autorità di realtà scientifiche. Personaggi improbabili che ottengono seguito politico. Rumore bianco nei confronti di qualsiasi aspetto della realtà.

Beppe Grillo (naturalmente qui volevo arrivare) si difende da una querela affermando di non essere responsabile di ciò che è scritto sul suo blog, aggrappandosi al fatto che l’articolo incriminato non era firmato.

Sostanzialmente, respingere la legge del 2009, quando eravamo terrorizzati all’idea che le forze dell’ordine venissero a imporci come raccontare le nostre vacanze di Andalusia, oggi si è tradotto in un vero e proprio vuoto legislativo che fa si che, con poche mosse di dama, si può dissolvere la responsabilità di scritti che, di contro, smuovono voti e cambiano l’opinione delle persone. Se il blog di Grillo fosse una testata editoriale lui potrebbe essere considerato responsabile di tutto quello che il blog contiene. Ma ci siamo battuti perché un blog non sia una testata editoriale, quindi in realtà può fare quello che vuole.

Abbiamo subito quello che, da informatici, avremmo dovuto temere di più. Siamo stati hackerati perché ci siamo fidati troppo di noi stessi.

Oggi ci affidiamo alle macchine come extrema ratio. Speriamo negli algoritmi, nei sistemi di calcolo, nell’incrocio di informazioni. In pratica non possiamo più sperare che venga un qualche sistema di controllo dagli organi di controllo tradizionali (il sistema legislativo) perché noi abbiamo scacciato quegli organi di controllo, ma allo stesso tempo siamo pronti a chiedere aiuto a strutture altrettanto ortogonali alle nostre libertà, che però invece di localizzarsi nelle istituzioni (che, in qualche modo, tornano poi a fare capo a noi) sono incarnate da aziende private che potrebbero oggi aiutarci, come domani fare del potere che gli stiamo affidando quello che vogliono.

Perché nessuna, nessuna buona azione rimane mai impunita.