La scimmia pensa, la scimmia balla

Se siamo qui a parlare del vincitore del Festival di San Remo a una settimana dalla sua fine, qualcosa deve essere andato terribilmente storto. Così lontani dall’evento, noi intellettuali di un certo livello dovremmo esserci già dimenticati della manifestazione e invece no, perché effettivamente la nazione tutta ha subito uno shock culturale intenso, abbastanza violento da mandare in tilt il sistema endocrino dei mezzi d’informazione. La risposta ormonale alla canzone di Gabbani è stata tutta sballata, avremmo dovuto avere forti emissioni di snobismo culturale per respingere la canzone e disconoscerla e invece ci troviamo di fronte a intere schiere di intellettuali che desiderano reclutarla e inglobarla nel loro pensiero. Non è una cosa che possiamo prendere alla leggera.

Prima di approfondire però, il video ufficiale, che, al pari della canzone, è piuttosto carino.

Francesco Gabbani vince S.Remo col pezzo di cui qua sopra. Perché lo vince? Beh, se andiamo a guardare i metodi di voto non è difficile intuirlo. Per X ragioni (la qualità del pezzo è una, ma non la principale) dalla sua prima apparizione Occidentali’s Karma ha dimostrato una viralità che bene la ha fatta surfare sulle onde web. Per dirne una, la presenza di un personaggio surreale a ballare accanto al cantante (la scimmia) ha destato una certa curiosità nella platea e lo ha fatto finire dritto dritto sulla mitica terza colonna di Repubblica, come fenomeno di folklore. E questo, intendiamoci, senza che fosse esattamente una cosa nuova, eh.

Scusate per la bassa qualità, non ho esattamente accesso all’archivio RAI

Però San Remo è San Remo (parappappappappapapa) e la Grande Macchina è sempre stata resistente a questo tipo di attacchi, finora questo tipo di assalti non sono serviti granché, per questo diciamo che stavolta qualcosa è andato storto.

Senza sindacare sulla trasparenza delle pratiche di voto (una polemica terribilmente anni ottanta) lo spirito del tempo ha sempre fatto si che a San Remo vincesse roba cuore-amore, facce pulite, storie personali intense. Canzoni da maggioranza silenziosa, media del sentire popolare, utili a lasciare il pubblico in una sorta di torpore. Questa pratica, un po’ perversamente, ha fatto sì che la manifestazione finisse col glorificare i personaggi prodotti dai Talent Show (con predilezione ironica per quelli Mediaset), ma bene così. San Remo sopravvive da più di cinquant’anni perché è innocuo, finita la kermesse tutti devono dire sempre le stesse cose e poi, serenamente, dimenticare.

Occidentali’s Karma, diciamolo subito, non è un pezzo memorabile. E’ carina, ma il suo peso è pari al peso dei pezzi che partecipano a San Remo. Come tutte loro è una canzonetta e secondo me Gabbani è orgoglioso di questo status. Secondo me si percepisce che lui stesso, dopo averla buttata giù, l’ha lasciata lì senza sgrossarla né rifinirla, perché non ne valeva la pena, perché per il palco dell’Ariston era sufficiente.

Però non è un pezzo cuore-amore, potenzialmente è un tormentone, rischia di saturare i canali che vanno per la maggiore di questi tempi, rischia di diffondersi ed è anche piena di strani riferimenti a… oddio… alle cose che eccitano gli animi: internet, il populismo, la spiritualità, le folle (si, amici, è di questo che parla. Niente Shakespeare, Eraclito o Buddha, quella è roba messa come decorazione).

Ve lo immaginate a dover gestire un Rovazzi nato sul palco di San Remo?

Traditi dallo spirito del tempo, i media hanno dovuto inventarsi qualcosa. Gabbani è inattaccabile per un mucchio di altri motivi. Non viene dai Talent, anzi, è stato coltivato da San Remo, è il sogno bagnato dell’Accademia e dell’estabilishment tutto. Dargli contro non si può e non si può neanche mettere in dubbio la scelta del pubblico. Perché dopo aver passato mesi/anni a stigmatizzare le scelte musicali provenienti dai Talent Show, dall’internet, dalle fiere di paese e dalle riffe dei raccomandati non si può anche avercela con il pubblico di San Remo, che dovrebbe essere una specie di settore a sé della società, gente originaria dell’epoca d’oro della canzone italiana, tenuta in ghiacciaia dodici mesi e rimessa in pista solo per ridare lustro alla manifestazione. Finché questa particolare genìa zombie sceglieva cuore-amore si poteva anche far passare la loro opera sotto silenzio, lasciare che si dissolvesse, ma qui non possiamo usare quel tipo di dialettica, non con qualcosa che suona così simile alla musica d’oggi, non con qualcosa che può usare i mezzi d’oggi.

Gabbani deve essere necessariamente definito un genio.

Non prendetevela con me, lo so anch’io che non è granché come soluzione, ma parliamo di gente a cui hanno cominciato a sudare le mani e che si è trovata senza punti di riferimento. E’ gente che non cambia lo sfondo del desktop da quando ha Windows ’98 (no, aspettate, ha ancora Windows ‘98), una sì leggera brezza di cambiamento non può che interpretarla come l’inizio della rivoluzione. E le rivoluzioni si contrastano (morendo nel tentativo) o si cavalcano.

Gabbani diventa quindi catalizzatore di tutto quello che il mondo intellettuale avrebbe voluto vedere nel pubblico, ma non ha avuto. Diventa colui che usa sapientemente metafore culturali provenienti dai salotti buoni (filosofia, letteratura, religione, antropologia), diventa il fustigatore del malcostume moderno, l’oppositore dei grandi nemici dell’oggi: gli analfabeti funzionali (“L’intelligenza è démodé”), i leoni da tastiera (“Intellettuali nei caffè / Internettologi”) e i laureati dell’università della vita (“Tutti tuttologi col web”). Diventa tutto questo senza essere meravigliosamente niente di tutto questo, con tanto di benedizione filologica che fa risalire la sua opera al decostruzionismo del primo Battiato

E, sapete, di tutte le sparate questa è la meno lontana dal bersaglio. Peccato che Battiato medesimo, probabilmente, era più giocoso che intellettuale nel ’81 e il contesto culturale era terribilmente diverso, quindi per far quadrare pure questa illazione avremmo bisogno di almeno un’ottantina di pagine di distinguo.

In conclusione questo San Remo ha partorito una canzone vincitrice uguale e diversa da tutte le canzoni vincitrici che l’hanno preceduta. Forse in modo gattopardiano il Festival sta virando verso un nuovo modo di vedere sé stesso in un mondo che decisamente non è più adatto alla sua Weltanschauung. Peccato che, nel farlo, si sia dimenticato di avvisare gli analisti del settore, costringendoli a usare la loro fantasia. E decisamente non erano pronti a farlo.

Namasté!

Per la cronaca, dovevate rispondere “Alé”, ma va bene così.

Nota a margine: tutte le canzoni riportate in questo articolo mi piacciono e le ho tutte ascoltate, in vari momenti, molto volentieri.