Trump, Cuba e l’America Latina

Alla fine è successo. Il presidente Donald Trump ha iniziato la sua crociata contro Cuba. C’era da aspettarselo, solo un pazzo avrebbe potuto pensare che il capo dell’Impero avrebbe realmente cambiato la posizione statunitense verso Cuba o avrebbe tollerato l’indipendenza dell’isola caraibica ed il suo sistema socialista. Non lo ha fatto neanche Obama, contrariamente a quanto riportato dai mass-media che gridavano al cambiamento e al futuro collasso della Rivoluzione cubana (che secondo certi “intellettuali” è sull’orlo del baratro dal 1959…) e contrariamente a quanto vuole la vulgata. L’ex presidente, infatti, non ha eliminato l’embargo che da decenni strangola il popolo cubano, non ha rinunciato ai piani eversivi per un cambio di governo a La Habana e non ha rinunciato alla politica imperialista di Washington in America Latina (bisogna ricordare che fu Obama a bollare il Venezuela come pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e a promuovere colpi di Stato in mezzo Sud America, molti dei quali, per fortuna, falliti). Quello che l’ex presidente ha fatto è stato avviare un lento processo di normalizzazione delle relazioni senza però proporre un reale cambiamento di rotta e ben sapendo che questo non sarebbe stato possibile una volta cambiata l’amministrazione a seguito delle imminenti elezioni. Un comportamento al quale, forse, non fu estranea l’ipocrita volontà di entrare nei libri di storia con il ruolo di presidente del disgelo, oltre che di primo presidente nero (come ha giustamente sottolineato Ilka Oliva Corado in un suo recente articolo apparso sul sito online di TeleSur).

Ora, con la presidenza Trump, la situazione è cambiata di nuovo grazie alla decisione di chiudere anche questa timidissima apertura e ricominciare la crociata anticomunista contro Cuba. Una decisione che si inserisce perfettamente nella strategia dell’oligarchia statunitense in America Latina, ossia eliminare ogni cambiamento, ogni governo ostile a Washington e mantenere il controllo in quello che l’Impero chiama, boriosamente, il proprio “giardino di casa”. Lo abbiamo visto, nel corso degli anni, in Honduras, in Bolivia, in Ecuador, in Brasile, in Venezuela, in Paraguay. Diversi tentativi, per fortuna, sono falliti, ma la linea è sempre quella e, negli ultimi mesi, si è inasprita, come dimostra il caso venezuelano e questa nuova (in realtà molto vecchia) politica verso Cuba, annunciata da Trump con una penosa cerimonia a Miami, nella quale il presidente è apparso circondato da sbirri del passato regime di Batista, da terroristi e dalla mafia fascista di Miami.

Andando contro ad un vasto movimento di opinione dentro e fuori gli Stati Uniti d’America il presidente Trump ha annunciato il ritorno alla linea dura nei confronti de La Habana, alla quale si è unita subito la solita tiritera sui diritti umani.

Quello che Trump non può capire, quello che nessun presidente statunitense potrà mai capire, è che il blocco, gli attentati, le ingerenze interne, le invasioni non potranno mai separare il popolo cubano dalla sua Rivoluzione o dal legittimo governo socialista. Ogni azione in tal senso avrebbe anzi l’effetto di compattare i cittadini dietro alla bandiera socialista, al partito comunista, al governo e alle forze armate. Quello che nessun imperialista potrà mai capire è che il popolo cubano ha scelto la sua strada e questa strada è il socialismo. E quando un popolo acquista consapevolezza allora acquista forza e non può, né potrà mai essere battuto dall’oligarchia. La politica statunitense verso Cuba e verso l’America Latina è destinata a fallire, come ha fallito in Medio Oriente o in Asia.