Ezzelino III, l’antiveneto che creò il Veneto

Nessuno in Veneto vi parlerà bene di Ezzelino III da Romano. Fino a qualche secolo fa, era una semplice questione di fama, la peggiore che un individuo potesse avere. Ora, è una semplice questione di ignoranza, di programmi scolastici centralizzati e di sussidiari che celebrano per pagine Lorenzo de’ Medici (impatto sul Veneto: nullo) e sui quali forse si trova una riga dedicata «all’uomo temuto più del diavolo» (Salimbene). Eppure, se esiste il Veneto come lo conosciamo ora lo si deve, le sette province dal Garda alla Laguna, Cadore incluso, lo si deve ai meccanismi storici che mise in moto proprio Ezzelino, anche se in parte nolente. Basti pensare che la sua sconfitta, aprì la strada, a Treviso, all’espansionismo in Terraferma di Venezia, con la creazione dello Stato Veneto. Fino ad allora i «Veneti», quelli medioevali, erano solo i veneziani, gli altri erano lombardi, padani, o meglio ancora la gente della Marca.

Barba nera, sguardo cattivo, armatura cazzuta: ecco Ezzelino in tutta la sua bellezza

Il XIII secolo, nella Marca «gioiosa et amorosa», veronese o trevigiana, come veniva alternativamente chiamata, dev’essere stato uno spasso, se si salva il piccolo fatto che non si aveva nessuna certezza di arrivare vivi alla sera. I primi decenni furono caratterizzati da un’anarchia di fatto, con molti poteri territoriali concorrenti. Non sorprende che fu un secolo di grandissima crescita economica: si svilupparono le città così come le conosciamo adesso, nacque la classe borghese e i residenti nei liberi comuni che si facevano gli affari loro se la passavano alla grande diventando via via più ricchi.

Contavano progressivamente meno, invece, le famiglie signorili del territorio: dei piccoli paesi, quelle che avevano ottenuto un feudo per decreto imperiale. Boss mafiosi con piccoli (talvolta grandi) eserciti personali: i Sambonifacio, i da Camino, i d’Este, gente che si faceva perennemente la guerra tra di loro. Non è un caso che la leggenda di Giulietta e Romeo tragga origine proprio dal clima veronese di inizio Duecento: i Capelletti erano dei capibastone dei Sambonifacio — guelfissimi -, i Montecchi erano una famiglia vicentina trapiantata a Verona, ghibellina e armata fino ai denti. I giovani rampolli di entrambe le stirpi si guardavano bene dal girare per strada senza una scorta ben nutrita.

Tempi bellissimi; se vi capita di sfogliare la cronaca del padovano Rolandino (edita da Mondandori con il titolo «Vita e morte di Ezzelino da Romano») date un’occhiata ai primi capitoli. Una serie di faide familiari, capibanda che uccidono bambini perché il padre era “uno di quelli”, vendette consumate a freddo, incursioni nei villaggi allo scopo di intimidire il tal signorotto, e via dicendo. E tutto mentre Ezzelino doveva ancora fare la sua comparsa.

Funzionava così la Marca, gioiosa sì, ma anche «terra prava», ossia depravata, come la definirà Dante nel nono canto del Paradiso. In questo contesto si è delineata l’avventura Ezzeliniana. Ezzelino era come i Sambonifacio, i Camposampiero e compagnia trucidante un signore locale di origine tedesca, la cui famiglia possedeva i feudi di Onara (principale residenza, finché non la distrussero i Padovani) e di Romano, non lontano da Bassano (ora del Grappa). Quando morì venne sottoposto a una gigantesca «macchina del fango», che lo disegnò, nientemeno, come l’anticristo figlio di Satana in persona. Solo recente storiografia l’ha riabilitato: il suo avvocato più celebre è forse Giorgio Cracco, medievalista esperto di Storia del Cristianesimo e e casualmente mio concittadino. Una sua «Storia di Ezzelino» (originariamente intitolato «Nato sul Mezzogiorno») è stata recentemente ripubblicata, ampliata con un capitolo fondamentale, con il titolo il «Grande Assalto».

La recente edizione per i tipi di Marsilio

Non mi stupisce che possa arrivare proprio da Valdagno, un’accorata difesa del tiranno, centro con una sua personalissima ideologia venetista, da sempre equidistante, con una certa diffidenza, dalle grandi città venete (Verona, Padova e anche Vicenza, suo capoluogo). Ezzelino «nasce» come lord locale, nemico dei liberi comuni (su tutti Padova). Ma l’imponente mole di fonti, tutta tesa a screditarlo, ne ha offuscato il percorso. Attorno agli anni ’30 opera una chiara svolta imperiale, diventando di fatto l’uomo di fiducia dell’imperatore Federico II nel Nordest: non solo nella Marca (Veneto) ma anche nel Patriarcato (Friuli) e in un pezzo della Contea del Tirolo (Trento).

Cracco sottolinea che Ezzelino non ebbe — non volle avere — figli legittimi. Scelta che gli costò all’epoca accuse pesanti (non credeva nell’istituzione familiare) e che appare avere un senso, visto le ben quattro mogli, solo con un rifiuto delle vecchie logiche feudali: non si sentiva più il signore di Romano e del Pedemonte, ma un funzionario fedele dell’Impero, che aveva il compito di unificare la Marca e di porvi al di sopra un unico, legittimo, potere.

Ecco lo «sgarro» imperdonabile di Ezzelino. Quello di considerarsi sopra i liberi comuni, e sopra i suoi «colleghi» di campagna. Fino ad un certo punto gli andò anche bene, soprattutto finché era vivo Federico II, poi le cose si fecero difficili. Se fu sconfitto, lo fu per circostanze storiche, visto che tenne a lungo testa ad una crociata indetta personalmente contro di lui, a cui partecipò il mondo intero dei poteri italici dell’epoca. Al punto che è possibile pensare, un «mondo alternativo» in cui Ezzelino ha vinto. «Il Veneto, anziché una regione d’Italia — scrive Cracco — sarebbe piuttosto un länder come la Baviera».

Non siamo nell’ucronia più stimolante, mi rendo conto ma pensiamoci un po’ su comunque. Ezzelino viene sconfitto a Soncino, le città più fedeli a lui (Verona e Vicenza) si dissociano, il Pedemonte (Bassano e dintorni, Altopiano incluso) dove aveva il suo zoccolo durissimo, guerrieri barbuti che lo seguivano come cagnolini passa sotto l’arcinemica Padova, per evitare il dominio sgradito dei Berici. A Verona, dove tutto sommato Ezzelino è stato a lungo ben voluto, per quasi due secoli prende il potere una famiglia con poco curriculum, se non quello di essere stata al fianco del Da Romano: i Della Scala. A Treviso c’è uno degli episodi più pulp dell’intero Medioevo: i Da Romano vengono sterminati tutti, neonati compresi; le loro donne vengono stuprate nella pubblica piazza. La città era stata retta a lungo dal fratello incapace di Ezzelino, Alberico, a lungo suo nemico (era persino diventato guelfo) e riconciliatosi solo all’ultimo. Questi l’aveva reso l’unico centro «in recessione» del Veneto e i trevigiani avevano letteralmente la bava alla bocca. Per evitare un “secondo Ezzelino” (ben presto riconosciuto in Cangrande), la cittadinanza fa la dedizione a Venezia e nasce così lo stato da Terra. Si configurano sul territorio i rapporti di potere del Veneto moderno. Diverse città, com’è noto, imitano Treviso. Lo farà persino Verona, al termine della potenza Scaligera. Venezia organizza tutto in modo estremamente federale e crea quel capolavoro che sarà lo Stato da Terra. Con un grosso limite: il doge resterà sempre il «sindaco» lagunare che deve rispondere ai cittadini di Rialto, non ai «campagni»: sarà così fino a pochi anni dalla fine della Serenissima.

Veduta di Romano, che solo alla fine del diciannovesimo secolo aggiunse la dicitura «d’Ezzelino» al proprio nome ufficiale

Ezzelino invece voleva farsi «principe» (senza eredi) riconoscendo un potere superiore, quello dell’Impero, ma mantenendo il primato sulla Marca, che includeva anche Venezia (considerata imprendibile, ma fino a quando?). Vincendo avrebbe fatto del Veneto — che allora non si chiamava così — uno stato «unitario», in quello che era la logica medioevale: dove tutte le città erano uguali. Cracco nota che non gli mancava una mentalità che ora potremo dire federale. «Avrete salve tutte le libertà — disse il tiranno in un assedio a Ostiglia — esattamente come i Veronesi», menzionando una città in cui gli statuti comunali — l’autogoverno — era ancora intatto. L’ideologia di Ezzelino emerge bene in un passo di Rolandino, quando gli fa dire rivolto all’Arengo di Monselice: «Voi gente della Marca siete abituati a vivere senza logica, come animali ottusi che si azzannano di continuo con cieco furore».

Frase che, a mio avviso, è un monito anche per i nostri giorni e obbliga un veneto contemporaneo curioso della sua storia a fare i conti con Ezzelino. La caratteristica che ha fatto grande la nostra terra, la decentralizzazione, la concorrenza fra centri di potere, è stata, nella modernità anche la sua condanna. Anche oggi i veneti, e bisogna accettarlo, «si azzannano di continuo con cieco furore» ben oltre la soglia del masochismo. Avesse vinto lui, e non i crociati, magari la storia non sarebbe così diversa, ma avremmo — se fossimo stati una nazione «normale» — un eroe nazionale, benché «cattivo» (come tutta la «classe dirigente» dell’epoca, dice Cracco), così come gli ungheresi hanno Attila. Ci rimangono una serie di dogi i cui nomi non li ricorda quasi nessuno e di cui quasi nessuno, se non gli specialisti, o forse qualche venezianovero sa dire chi fu il più grande. I veronesi hanno Cangrande, a ragione, ma è una cosa da veronesi. Ci siamo risparmiati di essere un «pezzetto dell’impero» contro il Papa e di entrare — forse — nell’orbita germanica, abbiamo avuto l’eccezionalità veneta e un presente, a partire dal diciannovesimo secolo, pressoché nullo.

C’è un’ultima cosa da dire, che il libro di Cracco, se capita sottomano, va letto anche per il capitolo aggiuntivo, quello su Dante, che spiega come il Tosco riabiliti nel IX canto del Paradiso, Ezzelino dopo averlo messo all’inferno. Si tratta di una scoperta abbastanza recente che arriva dagli esperti del settore e che è strettamente collegata alle convinzioni politiche dell’autore della Commedia — protetto da quel Cangrande che si sentiva in parte erede del Da Romano. Leggendolo mi è venuto in mente un curioso accostamento. I discendenti di Alighieri, lo sanno in pochi, sono tutti veneti (il consiglio fiorentino aveva comminato la pena di morte per Dante i suoi figli); l’erede diretto è uno dei grandi viticoltori della Valpolicella. Molti altri veneti, soprattutto veronesi, debbono a Dante il cognome: Aldegheri, Aldighieri, a seconda delle «storpiature» locali. Era il tempo in cui nasceva la moderna onomastica e molti cognomi erano ispirate dalla celebrità del periodo. Così anche oggi nella Marca non più tale abbondano gli Ezzelini, Azzolini, Azzolin…

Ezzelino è morto, ma il suo nome riecheggia nella storia.

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