1949–2018

Sapevi già d’essere Collina, Dialoghi, Luna, e Falò. Probabilmente, consapevole delle tue parole, sapevi d’essere anche voce di chi, a quasi settant’anni dalla tua morte, spezza le proprie giornate con ciò che hai lasciato. Stessi treni, destinazioni, stesse strade di passaggio nella città che non ha ricordi. Lì, nessuno dei due ha lasciato e lascerà qualcosa. Giusto che non capiscano. Sei tornato, hai visto i tuoi ricordi per la seconda volta, tutto è ridiventato tale. A poco meno di vent’anni dall’età del tuo presente, mi auguro di assaporare la vita così come l’hai osservata te. Non vissuta, osservata. D’altronde, che importa? Niente.

A quei tuoi “Tra cent’anni” non manca poi molto. In quei tuoi “Tra cent’anni” io dovrei avere alle spalle anni che te non hai più avuto il coraggio di sopportare. Se già ora ti invidio, cosa ne sarà di me fino ad allora? Mi manca solamente la certezza del mio operato, la firma nelle prime pagine dei miei resti che non marciranno con me nella mia tomba. Fino ad allora, delle tue giornate non ne avrò abbastanza. Ho paura, ancora, di arrivare fino alla fine. Quella di entrambi. Leggendola.

È forse Nebbia, per me, quella che per te è Collina? È forse questo il simbolo che dovrò rivivere come ricordo, che mi perseguiterà come perseguita l’amore di una madre o di un padre? Forse, poco meno di vent’anni, allontanandomi dall’infanzia, avvicinandomi ad un simbolo sempre più distante negli anni, ma sempre più vicino tra le righe.

Marchiato sull’avambraccio, per dire grazie d’esser stato.