Ricordi di guerra in un paese contadino

La memoria è il nostro alleato più forte contro il ripetersi di tragici avvenimenti. Teniamola viva


“Settanta anni fa, l’arrivo dei tedeschi sconvolse l’ordinaria vita della popolazione campagnola di San Vittore, piccola zona in provincia di Ancona. Un luogo dove poveri contadini vivevano nella loro semplicità, con la luce elettrica delle turbine, con il grano da macinare, con lo spaccio che offriva di tutto un po’: petrolio, sale, barattoli di strutto.
Poi c’erano le vacche da ferrare, l’aratro da aggiustare, tanto lavoro ma anche tanta umile allegria nello stare insieme a fine giornata. Gente che si adattava con il tipico spirito di chi, in una piccola comunità, conosce l’arte di arrangiarsi: dal sarto al barbiere in un solo mestiere se si è appresa la tecnica di tenere in mano le forbici.
Il clima era questo: una grande famiglia di lavoratori, che sgobbava, che era povera, ma che conosceva il valore dell’aiutarsi gli uni con gli altri.

Le cose cambiarono di colpo con l’arrivo dei tedeschi. Giunsero a San Vittore negli anni 1944/1945, piazzarono i cavalli nelle stalle — occupandole e sloggiando vacche e vitelli — e i cannoni tra due file di gelsi.
Non passò molto tempo che i tedeschi trovarono il cadavere di un loro connazionale, morto ammazzato nei pressi del fiume. Non distante dal corpo, anche armi e munizioni. Ciò bastò a convincerli che San Vittore era un covo di nemici partigiani. In tutta risposta rastrellarono alla cieca e presero dieci uomini da destinare alla fucilazione.
Questi dieci uomini, erano in realtà tutti poveri cristi: padri di famiglia rimasti a San Vittore per accudire la prole, o per motivi di scarsa salute. Tra loro, anche uno jesino capitato suo malgrado nel posto sbagliato nel momento sbagliato (e pagò cara questa sua sfortuna): stava solo cercando del grano da acquistare per sfamare una numerosa famiglia.
I tedeschi diedero il via alle fucilazioni. Il primo a cadere sotto i colpi delle armi da fuoco fu proprio l’uomo arrivato dal vicino comune di Jesi a cercare cibo.
Nel frattempo le mogli dei malcapitati erano corse a chiedere aiuto al parroco del paese (Don Luigi) che a sua volta ingaggiò una corsa contro il tempo e giunse al comando tedesco (a Villa Foligno) dove era già stato fucilato il primo prigioniero. Don Luigi riuscì a farsi ricevere dal comandante al quale cercò di spiegare che grosso errore stavano commettendo i tedeschi nel credere che gli ostaggi fossero partigiani. Il comandante non volle sentire ragioni e fu allora che Don Luigi si rese protagonista di un gesto eroico: mettendosi di spalle davanti ai prigionieri gridò: “Fucilate me e non questi padri di famiglia!”.
Il suo atto di protezione e amore verso i compaesani servì a fare breccia nelle intenzioni del comandante tedesco. E fu così, che nove su dieci prigionieri vennero salvati dalla morte”.

Questi ricordi appartengono alla memoria di abitanti di San Vittore, all’epoca ancora bambini, e sono stati resi pubblici nel corso di un incontro svoltosi recentemente nella piccola frazione dell’anconetano in ricordo di quei tempi.
La memoria è il nostro alleato più forte contro il ripetersi di tragici avvenimenti. Teniamola viva.