Siria — crimini di guerra ma nessun responsabile

Era il 4 aprile scorso, in una giornata come un’altra, sconvolta da una notizia che ha scosso tutto il mondo. In Siria, ancora una volta, c’è stato un attacco con armi chimiche che ha mietuto centinaia di vittime, di cui 30 bambini.

Le immagini, i video, la sofferenza di quella terra dilaniata da una guerra civile che dura ormai da anni, hanno fatto il giro del mondo. E mano a mano che saliva sconforto e la riprovazione, ci sono state risposte differenti da parte dei maggiori leader e paesi nel mondo.

La sofferenza non è stata uguale per tutti. Per alcuni è molto più forte l’opportunità politica, il posizionamento sullo scacchiere internazionale.

In un certo senso le cose si ripetono, e a rimetterci la pelle, come al solito, sono la povera gente, i civili vittime delle armi e delle contese tra stati.

Il 21 agosto del 2013, ancora a Damasco nell’area della Ghuta, vennero usate armi chimiche contro i civili. Il numero dei decessi è ancora incerto e oscilla dai 281 ai più di 1700. Numeri stratosferici che valsero la minaccia di un intervento diretto da parte degli USA. La “Red line” - così definita da Obama - era stata superata proprio con l’uso delle armi chimiche.

A distanza di quattro anni le divisioni erano le stesse di oggi: da una parte i ribelli siriani sostenuti da USA, Francia e Lega Araba; dall’altra il regime di Assad appoggiato da Iran e Russia. In quell’occasione non fu possibile stabilire i responsabili, con le due parti in campo che si scaricavano responsabilità a vicenda. Fu stabilita la necessità di distruggere le armi chimiche entro il 2014, ma, come possiamo vedere oggi, senza ottenere grandi risultati.

In questa occasione, però, le responsabilità appaiono piuttosto chiare, almeno quanto appare chiara la frattura tra i due schieramenti. Il “blocco occidentale” — per strizzare l’occhio al clima da guerra fredda — rimane compatto e i maggiori paesi europei incassano l’appoggio anche degli USA guidati da Trump; arriva persino, a strettissimo giro, un intervento missilistico americano. Senza soffermarmi su questioni etico-morali, la reputo un ulteriore mossa più politica che risolutiva: non solo prima dell’attacco la Russia è stata avvertita a tempo per poter ritirare i propri strateghi militari — che intanto, non so quanto legittimamente​, prestano aiuto militare ad Assad —, ma pare piuttosto una risposta a chi si chiedeva fino a che punto l’ “American First” fosse un punto fisso per il neo-presidente.

Bisogna ricordare che nell’agosto del 2013, mentre Obama minacciava un intervento diretto, Trump esortava il presidente a non intervenire in conflitti che non riguardavano gli Stati Uniti. Un cambiamento radicale, non c’è dubbio.

Dall’altra parte della barricata, si dice che l’attacco dello scorso 4 aprile abbia colpito un deposito di armi dei ribelli, scaricando quindi le responsabilità su di loro. Arrivano addirittura a porre il veto alla bozza di risoluzione presentata al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite da USA, Francia e Gran Bretagna, sostenuta per altro dall’Italia.

La storia si ripete, appunto, con gli stessi schieramenti piuttosto chiari e consolidati, come appare evidente che la questione sia piuttosto teatro di miglioramento o inasprimento delle relazioni tra grandi stati, mentre sostanzialmente in Siria cambia poco o niente. Gli equilibri internazionali, piuttosto che puntare alla stabilità e alla pace, guardano altrove: gli interessi propri, anche se a scapito della vita di povera gente, sono più importanti. Esercitano quasi una forza superiore e anche contraria a quella che dovrebbe spingerci ad unirci e a porci obiettivi comuni.

Non voglio scrivere le soliti frasi fatte, ma a sconcertarmi è proprio ciò che sta accadendo attorno a queste vittime. A ragione o torto, a prescindere dagli schieramenti in campo, anche se questo possa ledere propri rapporti, commerciali o politici che siano, l’obiettivo deve essere quello di fermare definitivamente i responsabili e consegnarli alla giustizia per aver commesso crimini di guerra.

Ma sembra quasi impossibile. Dinanzi pare non ci siano solo le legittime e difficili indagini, ma un muro invalicabile composto da leader, non da civili; da stati che seguono una linea creata a tavolino, non di certo stati che vogliono che siano garantiti i diritti fondamentali dell’uomo.

E mentre si rischia di abbandonare nel dimenticatoio tutti questi morti, mettiamo le basi per concedere, per stimolare ancora l’uso di quelle armi sui civili. Insomma, rischiamo un altro “nulla di fatto”.


Ai siriani, un accorato e sincero abbraccio.

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